lunedì 11 luglio 2016

Pubblicato il secondo volume di Tradizioni e Misteri


Vi presentiamo il secondo volume di Tradizioni e Misteri con articoli di Nicoletta Travaglini, Andrea Romanazzi e Vito Foschi, una pubblicazione non periodica dedicata alle tradizioni e ai misteri. La pubblicazione è aperta alla collaborazione di altri. Per chi volesse proporre dei testi, l'indirizzo mail di riferimento è il seguente: tradizioniemisteri@gmail.com.







L'indice del secondo volume:

IL RISVEGLIO DELLA FORZA E LA RINASCITA DI UNA CATENA INIZIATICA 
LE PLEIADI DI MONTE PALLANO   
I MISTERI DI RENNES LE CHÂTEAU: INTERVISTA A SIMONE LEONI
IL VIAGGIO INIZIATICO DI ALICE NEL PAESE DELLE MERAVIGLIE 
LE MALEDIZIONI NEL MONDO ANTICO
LE TAVOLETTE ENIGMATICHE
IL POPOLO SACRO AL SAMBUCO
SCIAMANESIMO E DRUIDISMO: UN UNICO PERCORSO

Sperando che l'opera possa risultare gradita ai più, precisiamo che è liberamente scaricabile e distribuibile senza apportare modifiche.

https://drive.google.com/open?id=0B9gAVKKaFP9cNkRKa0t6NGd4elU

sabato 9 luglio 2016

La dissonanza fra anima e spirito

di Vito Foschi

Quando si crea un disequilibrio fra anima e spirito è come avere due cavalli che tirano un cocchio in due direzioni diverse e il cocchio è il corpo dell’uomo. Questa situazione ha ovviamente delle conseguenze, come quelle malattie che potremmo definire nervose o con termini correnti, derivanti da stress. L’esempio è il lavoro. Fare un lavoro è necessario per il sostentamento, ma quando si fa un lavoro che non piace si crea una dissonanza fra ciò che lo spirito anela e ciò che ci si trova costretti a fare, determinando una situazione di stress con conseguenti disturbi. La serenità si ottiene quando anima e spirito corrono nella stessa direzione. Per esempio, un hobby anche banale, come guidare un’auto sportiva: l’anima guida materialmente il corpo a spingere i pedali e a manovrare volante e cambio, ma in questo caso è lo spirito che ne trae il maggiore beneficio perché è un’attività che sente consona. E si torna sereni e rilassati. Quando non c’è equilibrio fra anima e spirito, è come se lavorassero in opposizione facendo nascere problemi financo fisici, dai classici stress e depressione a problemi ben più gravi.

mercoledì 6 luglio 2016

Fantasma alla facoltà di scienze botaniche

In collaborazione con Hesperya

tratto da: http://www.hesperya.net/2016/05/12/fantasma-alla-facolt%C3%A0-di-scienze-botaniche/

 di Roberta Faliva

Alcune università si dice che siano state costruite su antichi luoghi di sepoltura; altre sono state, a quanto pare, le scene di tragici suicidi e morti inspiegabili. C’è poco da meravigliarsi, quindi, se molti campus universitari siano presumibilmente infestati.


Uno di questi è il Pennsylvania State University, in modo particolare la costruzione riservata al corso di Scienze Botaniche. La struttura, che risale al 1909, si dice essere infestata dal fantasma di Frances Atherton, la vedova dell'ex presidente dell'università George W. Atherton. Dopo la sua morte nel 1906, Atherton fu sepolto a lato del Schwab Auditorium, che si trova proprio di fronte all’edificio di Scienze Botaniche. Questo ha permesso alla vedova in lutto di guardare la tomba del marito dal luogo dove egli aveva lavorato con passione. La storia vuole che il suo spirito si affacci ancora e guardi verso la tomba da una finestra del primo piano.

sabato 2 luglio 2016

Studi sulla Massoneria e il Compagnonaggio

La casa editrice Pardes ha pubblicato il Tomo II dell’opera di René Guénon
 
Studi sulla Massoneria e il Compagnonaggio 
dedicato alle recensioni di libri e riviste, che fa seguito al Tomo I dedicato agli articoli che vi avevamo presentato a suo tempo.

Il Tomo II, sempre in edizione bilingue francese-italiano con testo a fronte, pagine 304+304, data l'estrema attualità e vitalità delle recensioni di René Guénon presenta un interesse forse ancora maggiore rispetto al precedente e include numerosi contributi inediti ritrovati direttamente nelle riviste originali Le Voile d'Isis e Études Traditionnelles e non più ripubblicati.


Portavoce di una Conoscenza sempre più inaccessibile, sin dalla sua apparizione nella prima metà del XX secolo, l’opera di René Guénon ha segnato un prima e un dopo nel panorama delle pubblicazioni relative al dominio spirituale e, più in particolare, al dominio iniziatico.
Certi che comprenderete l’importanza di questa novità editoriale Vi saremmo grati se voleste gentilmente informarne i Vostri lettori.

L'acquisto potrà essere effettuato tramite il pagamento di euro 40 (per ogni copia desiderata), spese postali incluse, via paypal all'indirizzo:
info@acpardes.com
oppure tramite bonifico bancario sul conto intestato a:
Associazione Culturale Pardes
IBAN: CH79 0900 0000 9168 8472 5
BIC/SWIFT: POFICHBEXXX (PostFinance SA CH-3030 Bern)
Causale: Tomo II René Guénon Massoneria.

sabato 11 giugno 2016

“L’INFINITA RICERCA: IL SANTO GRAAL — TRA STORIA E LEGGENDA”

Sabato 11 Giugno 2016 e.v. alle ore 21,15 presso i locali del Centro Studi e Ricerche C.T.A. 102 - Via Don Minzoni 39, Bellinzago Novarese (NO) - nell’ambito delle serate dedicate ai “IDialoghi di Esoterismo”, la nostra Associazione ha il piacere di invitarvi ad un’interessantissima serata in compagnia di CORINNA ZAFFARANA (Soror A.X.E.L.) la quale ci introdurrà ad un tema di estremo fascino:

“L’INFINITA RICERCA: IL SANTO GRAAL — TRA STORIA E LEGGENDA”

Il Santo Graal simboleggia l’infinita ricerca di una parte perduta di noi stessi ed è l’allegoria della tensione mistica propria dell’animo più elevato: ma si tratta di mito o realtà?
Qual è l’origine del suo nome?
Come, perché e quando il mito della sua impossibile ricerca si unisce alle vicende dei nobili Cavalieri della Rotonda? Cosa sappiamo veramente circa Giuseppe di Arimatea? E’ possibile che questo mito affondi le sue radici in era pre-cristiana?
Corinna Zaffarana, storica e studiosa di esoterismo europeo, ci conduce alla ricerca delle vere origini della leggenda del Graal, esplorando quanto veramente in nostro possesso all’interno dei documenti che ci offrono la storia, la letteratura, le leggende popolari, i miti dell’Europa pre-cristiana e la psicoanalisi.

Anche in questa occasione il nostro Centro si pregia di invitarvi ad un evento di grande interesse a cui, naturalmente, non dovete assolutamente mancare!

La partecipazione a questa serata è soggetta a Tesseramento A.S.I. ed è obbligatoria la prenotazione da effettuarsi chiamando il numero 3803149775 o scrivendo a: cta102@cta102.it
Si precisa inoltre che la sola adesione all’evento effettuata su Facebook non è considerata una prenotazione valida.

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mercoledì 8 giugno 2016

Dossier Majorana di Leandro Castellani

di Simone Berni (*)

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PORTA PORTESE Domenica 22 Maggio 2016 sull’ultima bancarella di Via Bargoni in angolo con Via Parboni, avvistato Dossier Majorana di Leandro Castellani edito nel 1974 da Fratelli Fabbri Editore, in vendita a 4€.





(*) Simone Berni, bibliofilo e cacciatore di libri.

sabato 4 giugno 2016

Il mistero del Flogisto

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di Stefano Benini, a cura di Vincenzo Rizzo

Da una ricerca genealogica spunta la figura di Stefano Benini, giovane con la passione per le scienze naturali, la fisica e soprattutto la chimica. Teorie e princìpi, così come erano intesi nel Settecento, emergono con l’intento di fare chiarezza nelle conoscenze e fare il punto della situazione. Verità, fantasie, supposizioni ed utopie concorrono a tracciare il cammino della Scienza.
Dedicato prevalentemente alla teoria del Flogisto, il libro incuriosirà gli appassionati di storia della scienza ma anche di alchimia e scienze ermetiche, che potranno visionare la traduzione completa dal latino con testo a fronte. Il volume contiene inoltre un commento critico, un resoconto sullo stato della chimica nel XVIII secolo e le biografie dei principali scienziati dell’epoca.

mercoledì 1 giugno 2016

LA TEORIA DELLO ZEP TEPI E IL PROGETTO UNITARIO DI GIZA

Sabato 18 Giugno 2016 e.v. alle ore 21,15 presso i locali del Centro Studi e Ricerche C.T.A. 102 - Via Don Minzoni 39, Bellinzago Novarese (NO) - nell’ambito delle serate dedicate agli “Incontri con l'Autore”, la nostra Associazione ha il piacere di ospitare il giornalista e scrittore ARMANDO MEI che ci introdurrà ad un viaggio nel Tempo, alle origini dell’uomo attraverso i Misteri dell’Egitto Predinastico, con una conferenza davvero imperdibile sul tema:
“LA TEORIA DELLO ZEP TEPI E IL PROGETTO UNITARIO DI GIZA”.
Il nucleo fondante della “Teoria della Storicità dello Zep Tepi” è nell’analisi della complessità dei fenomeni che caratterizzano l’Antico Egitto. L’approfondimento dei testi antichi, ascritti alla Mitologia, ha restituito una molteplicità di considerazioni che indirizzano la Ricerca verso una necessaria revisione delle proposizioni finora accettate. Un percorso tecnico-scientifico motivato, non da un convenzionale e banale desiderio di contrapposizione, bensì dall’inoppugnabile volontà di rimettere ordine laddove regna il caos.
La Storia dell’evoluzione dei Popoli, fin dall’Antichità più remota, si tramanda attraverso il simbolo. Ogni simbolo racchiude in sé una Storia, un Percorso, un Evento, un Processo. L’uomo, nel suo ancestrale cammino su questo Pianeta, ha delegato alla forma scritta ogni desiderio e/o volontà di tramandare le proprie esperienze – nella Materia e nello Spirito – attraverso la produzione di "segni" che stimolano, per contro, profonde vibrazioni a chi, con essi, entra in diretta simbiosi.
Così è per chi – con profonda umiltà e altrettanta determinazione – ha voluto proporre una svolta concettuale ai parametri che ingessano l’interpretazione sulle origini della Civiltà Egizia, travalicando gli stereotipi - nonché le fallaci e aride proposizioni convenzionalmente accettate – attraverso un modello interpretativo integrato da ulteriori elementi di valutazione.
Nasce, non senza difficoltà operative, la Teoria della Storicità dello Zep Tepi che si propone come coagulante tra la tradizione falsamente mitologica e le ciclopiche vestigia realizzate sulla Piana di Giza, con l’obbiettivo finale di riproporre, dopo millenni, la ricomposizione del Progetto Unitario voluto dai costruttori.
Con il supporto di strumenti scientifici multidisciplinari e andando oltre la staticità delle formulazioni incentrare solo ed esclusivamente sulla funzione della Sfinge e delle Piramidi Maggiori, è stato possibile conciliare Storia e Monumenti. Il Mito, quindi, ritorna alla sua naturale funzione storica; il Simbolo ritorna alla sua concettuale funzione di trasmissione di eredità filosofiche; i monumenti riemergono in tutta la loro complessa relazione con l’Architettura Celeste, in un equilibrio sottile dove si uniscono Materia e Spirito.
Lo Zep Tepi è un capitolo importante della Storia della nostra specie. E’ lo spartiacque tra la naturale evoluzione dell’uomo nelle forme rigeneratrici dello Spirito e la degenerazione nella materia attraverso l’inganno ed il successivo oblio.
E’ la chiave di volta che ha ordito la trama delle società fino a nostri giorni…
Armando Mei
Armando Mei è nato a Torino, nel 1967. Laureato presso l'Università Federico II di Napoli, si interessa di Civiltà Antiche e, in particolare, di Egittologia Predinastica, ovvero del periodo che va dal 3.180 a.C. indietro nel tempo. Nel 2005, ha presentato una Ricerca sulla Piana di Giza, culminata nella formulazione della sua «Teoria sulla Datazione Storica dello Zep Tepi», presentata all'International Conference on Ancient Studies, tenutasi presso la Zayed University di Dubai nel 2010. Ha pubblicato diversi articoli su riviste specializzate, sia italiane che internazionali. Nel 2009, ha pubblicato il suo primo libro: «Giza: le Piramidi Satellite e il Codice Segreto», poi rivisto ed integrato dal libro "36.420 a.C. - Rivelazioni dal Tempo", seguito, nel 2011, dal libro «Oltre le nebbie del Tempo» e nel 2012 da «La porta del Cielo». Questi tre libri sono attualmente fuori catalogo. Nel 2013, ha collaborato con «Archaelogical Park: Bosnian Pyramid of the Sun Foundation» di Visoko, diretta da Semir Osmanagich. La ricerca ha avuto come obbiettivo lo studio della correlazione astronomica del sito. I risultati sono disponibili sul sito della Fondazione bosniaca. Un ulteriore lavoro di ricerca scientifica ha riguardato lo studio dei simboli rinvenuti su un monolite, rivelatosi una Mappa Astronomica risalente a più di 100.000 anni fa. Nel 2013, ha pubblicato il libro "Visoko: La Scienza Occulta delle Piramidi«, a cui ha collaborato Semir Osmanagich, in distribuzione anche in Bosnia. Nel gennaio del 2015 è stato invitato a collaborare, come Guest Author, con il magazine "Ancient Origins". Nel marzo del 2015, pubblica il suo ultimo libro "Il Segreto degli Dèi", il libro che ricostruisce il Progetto Originario di Giza.
Ancora una volta il nostro Centro si pregia di invitarvi ad una serata straordinaria a cui, naturalmente, non dovete assolutamente mancare!
La partecipazione a questa serata è soggetta a Tesseramento A.S.I. ed è obbligatoria la prenotazione da effettuarsi chiamando il numero 3803149775 o scrivendo a: cta102@cta102.it
Si precisa inoltre che la sola adesione all’evento effettuata su Facebook non è considerata una prenotazione valida.
Per i nostri Associati che volessero seguire la conferenza a distanza sarà naturalmente disponibile il collegamento in streaming video.

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venerdì 27 maggio 2016

Il Sacro Graal, un mito dalle infinite letture

prelevato da http://www.centrostudilaruna.it

Tratto da la Padania del 12 maggio 2001.

di Alberto Lombardo

Esistono pochi temi che incontrino tanto favore nell'immaginario popolare - al punto di ispirare romanzi, saggî, film, dipinti, drammi teatrali, opere musicali, giochi e via lungamente dicendo - quanto quello del Graal. Si tratta di un emblema stesso della spiritualità, che nelle sue innumerevoli varianti e interpretazioni riconduce essenzialmente sempre a uno stesso tema, quello cioè della cerca cavalleresca, del perfezionamento spirituale, della prova iniziatica. E così chi abbia un minimo di dimistichezza con i testi medievali fondamentali sul tema (quelli di Robert de Boron, di Wolfram von Eschenbach, di Chrétien de Troyes per citarne alcuni dei più noti) assiste sempre con un certo disappunto alle divagazioni e le mistificazioni che di questo tema così ricco e interessante vengono fatte dalle tante scuole spiritualistiche che purtroppo infestano il panorama pseudoreligioso caratteristico dei tempi attuali. Così, il Graal ai giorni nostri riassume variamente l'idea di quella "panacea di tutti i mali" che un'umanità abbruttita e degradata ricerca nel piccolo misticismo d'accatto.

È chiaro, però, che a tutti i temi ci si può avvicinare con animo, predisposizione e capacità differenti. Questo è del resto un fatto tipico ed essenziale di tutto il linguaggio dei miti, e cioè la comprensione dei simboli è data a tutti, ma a livelli diversi, secondo le capacità intellettuali e intuitive di ciascuno. Una guida di tutto valore, per il tema in questione, costituisce certamente Luce del Graal, testo recentemente ristampato dalle Edizioni Mediterranee dopo circa cinquant'anni dalla prima edizione italiana. Si tratta di una raccolta di alcuni degli scritti più significativi e penetranti sul tema: da Guénon a Vendryes, da Jean Marx a Viscardi a R. Nelli sono riunite diverse interpretazioni, alternate ad alcuni dei passi più significativi della letteratura medievale europea sul tema. L'introduzione alla nuova edizione è di uno dei più noti filologi romanzi, Francesco Zambon, che definisce giustamente il volume come "un'eccellente iniziazione al mito del Graal e alla lettura dei testi che lo elaborarono a partire dal Medio Evo".

Ci sembra importante rilevare un ultimo elemento: questa edizione è stata pubblicata sulla base della copia del libro che giaceva nella biblioteca che fu di Julius Evola, la quale recava la dedica di Cristina Campo: giusta ci è sembrata la decisione del curatore, Gianfranco De Turris, di dedicare a entrambi questi due studiosi, pur così diversi, la nuova edizione.

AA.VV., Luce del Graal. Mito - esoterismo - storia - epica cavalleresca, Edizioni Mediterranee, Roma 2001, pp. 320, £35.000.

mercoledì 25 maggio 2016

"La Sindone contestata difesa spiegata"

di Simone Berni (*)

ANDARE PER MERCATINI / MONTEPULCIANO 2. Secondo resoconto di un lunedì a 17°C di temperatura e col sole in faccia a spasso ai limiti della provincia di Siena in cerca di ottime occasioni da prendere al volo. Trovato un libro di cui attualmente neanche una copia risulta disponibile su Internet: "La Sindone contestata difesa spiegata" di Giulio Ricci (Roma, Collana Emmaus, 1992), si tratta con ogni probabilità di un libro stampato in proprio. Infatti, risulta essere stampato a Casavatore (Napoli) dalla tipografia Greco. Un libro pressoché introvabile per gli appassionati e studiosi del caso della Sindone.





sabato 21 maggio 2016

La malattia dell’angoscia

In collaborazione con la rivista Lettera E Spirito: https://drive.google.com/file/d/0BwS7BAey84TnLU1hbGpEcmQ4b2s/view?pref=2&pli=1

di René Guénon *

Oggigiorno è di moda, in certi ambienti, parlare di “inquietudine metafisica”, e perfino di “angoscia metafisica”; queste espressioni, evidentemente assurde, sono ancora di quelle che tradiscono il disordine mentale della nostra epoca; ma, come sempre in casi simili, può essere interessante cercar di precisare che cosa vi sia sotto questi errori e che cosa implichino esattamente tali abusi di linguaggio. È ben chiaro che coloro che parlano in questo modo non hanno la benché minima nozione di che sia veramente la metafisica; ma ancora ci si può chiedere perché essi vogliano trasferire, nel concetto che si fanno di questo dominio loro sconosciuto, questi termini, d’inquietudine e d’angoscia, piuttosto che altri qualsiasi che vi sarebbero altrettanto fuori posto.
Forse occorre vederne la prima ragione, o la più immediata, nel fatto che tali parole rappresentano dei sentimenti che sono particolarmente caratteristici dell’epoca attuale; la predominanza che vi hanno acquisito è d’altronde abbastanza comprensibile, e potrebbe perfino esser considerata come legittima in un certo senso se si limitasse all’ordine delle contingenze, giacché essa è manifestamente fin troppo giustificata dallo stato di squilibrio e d’instabilità di tutte le cose, che va continuamente aggravandosi, e che non è sicuramente atto a dare un’impressione di sicurezza a coloro che vivono in un mondo così agitato. Se vi è in questi sentimenti qualcosa di morboso, gli è che lo stato da cui essi sono causati e mantenuti è anormale e disordinato di per sé; ma tutto ciò, che non è insomma che una semplice giustificazione di fatto, non rende sufficientemente conto dell’intrusione di questi stessi sentimenti nella sfera intellettuale, o almeno in quella che i nostri contemporanei ritengono tale; quest’intrusione dimostra che in realtà il male è più profondo, e che deve trattarsi di qualcosa che si riallaccia a tutto il complesso della deviazione mentale del mondo moderno.
A questo proposito, si può innanzitutto notare che la perpetua inquietudine dei moderni non è altro che una delle forme di quel bisogno d’agitazione da noi spesso denunciato, bisogno che, nella sfera mentale, si traduce nel gusto per la ricerca in se stessa, ossia per una ricerca che, invece di trovare il suo sbocco nella conoscenza come normalmente dovrebbe essere, prosegue indefinitamente senza condurre davvero a niente, e che è peraltro intrapresa senza alcuna intenzione di giungere a una verità cui tanti nostri contemporanei non credono nemmeno. Riconosciamo che una certa inquietudine può avere un posto legittimo al punto di partenza di ogni ricerca, come movente incitante a questa stessa ricerca, giacché è evidente che, se l’uomo fosse soddisfatto della sua condizione d’ignoranza, vi resterebbe indefinitamente e non cercherebbe in nessun modo di uscirne; addirittura sarebbe meglio dare un altro nome a questo genere d’inquietudine mentale: in realtà, essa non è altro che quella “curiosità” che, secondo Aristotele, è l’inizio della scienza e che, beninteso, non ha niente in comune con i bisogni puramente pratici cui gli “empiristi” e i “pragmatisti” vorrebbero attribuire l’origine di ogni conoscenza umana; ma in ogni caso, la si chiami inquietudine o curiosità, è qualcosa che non può più avere alcuna ragion d’essere né di sussistere in alcun modo una volta giunta al termine la ricerca, vale a dire una volta raggiunta la conoscenza, di qualsiasi ordine di conoscenza d’altronde si tratti; a maggior ragione essa deve necessariamente sparire, in modo completo e definitivo, quando si tratti della
conoscenza per eccellenza, che è quella del dominio metafisico. Nell’idea di un’inquietudine senza fine, e di conseguenza inservibile a trarre l’uomo dalla sua ignoranza, si potrebbe dunque vedere il marchio di una sorta di “agnosticismo”, che può essere più o meno incosciente in molti casi, ma che non per questo è meno reale: parlare di “inquietudine metafisica” equivale in fondo, lo si voglia o no, sia a negare la stessa conoscenza metafisica, sia perlomeno a dichiarare la propria impotenza a ottenerla, il che praticamente non fa grande differenza; e, quando questo “agnosticismo” è veramente incosciente, s’accompagna abitualmente a un’illusione che consiste nel prendere per metafisica ciò che non lo è affatto, e che non è neppure una conoscenza valevole ad alcun livello, foss’anche in un ordine relativo, vogliamo dire la “pseudo-metafisica” dei filosofi moderni, che è effettivamente incapace di dissipare la benché minima inquietudine, per la ragione che non è una vera conoscenza, e che, proprio al contrario, non può che accrescere il disordine intellettuale e la confusione delle idee di coloro che la prendono sul serio, e rendere la loro ignoranza tanto più incurabile; in questo come da qualsiasi altro punto di vista, la falsa conoscenza è certamente assai peggiore della pura e semplice ignoranza naturale. Certuni, come abbiamo detto, non si limitano a parlare di “inquietudine”, ma arrivano perfino a parlare di “angoscia”, il che è ancor più grave, ed esprime un’attitudine forse ancor più
nettamente antimetafisica se fosse possibile; i due sentimenti sono d’altronde più o meno connessi, in quanto entrambi hanno la loro comune radice nell’ignoranza. L’angoscia, in effetti, non è che una forma estrema e per così dire “cronica” della paura; ora l’uomo è naturalmente portato a provar paura di fronte a ciò che non conosce o non comprende, e questa stessa paura diviene un ostacolo che gli impedisce di vincere la sua ignoranza, giacché lo induce ad allontanarsi dall’oggetto alla cui presenza la prova e al quale ne attribuisce la causa, mentre in realtà questa causa non è tuttavia che in lui stesso; addirittura questa reazione negativa è spessissimo seguita da un vero e proprio odio nei confronti dell’ignoto, soprattutto se l’uomo ha più o meno confusamente l’impressione che si tratti di qualcosa che supera le sue attuali possibilità di comprensione.
Se però l’ignoranza può essere dissipata, perciostesso la paura ben presto si dissolverà, come nel ben conosciuto esempio della corda scambiata per un serpente; la paura, e di conseguenza l’angoscia che ne è un caso particolare, è perciò incompatibile con la conoscenza e, se arriva al punto d’essere davvero invincibile, la conoscenza diverrà impossibile, anche in assenza di qualsiasi altro impedimento inerente alla natura dell’individuo; in questo senso si potrebbe dunque parlare, non di una “angoscia metafisica”, ma al contrario di una “angoscia antimetafisica”, giuocante in certo qual modo il ruolo di un vero e proprio “guardiano della soglia”, secondo l’espressione degli ermetici, vietando all’uomo l’accesso al dominio della conoscenza metafisica.
Occorre ancora spiegare più completamente come la paura derivi dall’ignoranza, tanto più che a questo proposito abbiamo recentemente avuto modo di constatare un errore abbastanza sorprendente: abbiamo visto attribuire l’origine della paura a una sensazione d’isolamento, e questo in un’esposizione basata sulla dottrina vêdântica, mentre questa al contrario insegna espressamente che la paura è dovuta alla sensazione di una dualità; e infatti, se un essere fosse veramente solo, di che potrebbe aver paura? Si dirà forse che può aver paura di qualcosa che si trova in lui stesso; ma anche questo implica che, nella sua attuale condizione, vi siano in lui degli elementi che sfuggono alla sua comprensione, e di conseguenza una molteplicità non unificata; il fatto che sia isolato o meno non cambia d’altronde niente e non interviene in nessun modo in un caso simile. D’altra parte, non si può invocare validamente, a favore dell’isolamento come spiegazione, la paura istintiva avvertita nell’oscurità da molte persone, segnatamente dai bambini; questa paura è dovuta in realtà all’idea che nell’oscurità possano esservi delle cose che non si vedono, quindi che non si conoscono, e che per questa stessa ragione sono temibili; se al contrario l’oscurità fosse considerata come priva di qualsiasi presenza sconosciuta, la paura sarebbe senza oggetto e non si produrrebbe. È vero che l’essere che prova paura cerca d’isolarsi, ma appunto per sottrarvisi: egli assume un atteggiamento negativo e si “ritrae” come per evitare ogni possibile contatto con ciò che teme, e da ciò provengono senza dubbio la sensazione di freddo e gli altri sintomi fisiologici che accompagnano abitualmente la paura; ma questa specie di difesa irriflessiva è d’altronde inefficace, giacché è ben evidente che, qualunque cosa un essere faccia, non può isolarsi realmente dall’ambiente nel quale è posto dalle sue stesse condizioni d’esistenza contingente, e che, finché si considera come circondato da un “mondo esteriore”, gli è impossibile mettersi interamente al riparo dagli attacchi di quest’ultimo. La paura non può essere causata che dall’esistenza di altri esseri, che, in quanto sono altri, costituiscono tale “mondo esteriore”, oppure di elementi che, sebbene incorporati allo stesso essere, non sono meno estranei ed “esteriori” alla sua coscienza attuale; ma l’“altro”, come tale non esiste che per effetto dell’ignoranza, poiché ogni conoscenza implica essenzialmente un’identificazione; si può dunque dire che più un essere conosce, meno vi è per lui d’“altro” o d’“esteriore”, e che, nella stessa misura, la possibilità della paura, possibilità d’altronde tutta negativa, è per lui abolita; e, finalmente, lo stato di “solitudine” assoluta (kaivalyia), che è al di là di ogni contingenza, è uno stato di pura impassibilità. Notiamo incidentalmente, a questo proposito, che l’“atarassia” stoica non rappresenta che una concezione deformata di uno stato del genere, giacché pretende d’applicarsi a un essere che in realtà è ancora sottomesso alle contingenze, il che è contraddittorio; sforzarsi di considerare le cose esteriori come indifferenti, per quanto sia possibile nella condizione individuale, può costituire una sorta d’esercizio preparatorio in vista della “liberazione”, ma niente di più, giacché, per l’essere che è veramente “liberato”, non vi sono cose esteriori; un esercizio del genere potrebbe insomma essere considerato come un equivalente di quel che, nelle “prove” iniziatiche, esprime in una forma o nell’altra la necessità di superare innanzitutto la paura per giungere alla conoscenza, che in seguito renderà tale paura impossibile, poiché non vi sarà allora più nulla che possa aver presa sull’essere; ed è evidente come occorra assolutamente evitare di confondere i preliminari dell’iniziazione con il suo risultato finale.
Un’altra osservazione che, benché secondaria, non è priva d’interesse, è che la sensazione di freddo e i sintomi esteriori cui abbiamo fatto cenno poco fa si producono anche, senza che l’essere che li prova abbia coscientemente paura in senso proprio, nel caso in cui si manifestino influenze psichiche dell’ordine più basso, come per esempio nelle sedute spiritiche e nei fenomeni di “ossessione”; addirittura in questi casi, si tratta della stessa difesa sub-cosciente e quasi “organica”, al cospetto di qualcosa d’ostile e nello stesso tempo d’ignoto, almeno per l’uomo ordinario che non conosce effettivamente se non ciò che è suscettibile di cadere sotto i sensi, vale a dire le sole cose del dominio corporeo. I “timori panici”, che si producono senza alcuna causa apparente, sono anch’essi dovuti alla presenza di certe influenze non appartenenti all’ordine sensibile; essi sono peraltro spesso collettivi, il che va ancora contro la spiegazione della paura con l’isolamento; e non si tratta necessariamente, in questo caso, di influenze ostili o d’ordine inferiore, giacché può anche succedere che un’influenza spirituale, e non solamente un’influenza psichica, provochi un terrore di questo tipo presso dei “profani” che l’avvertono vagamente senza nulla conoscerne della sua natura; l’esame di questi fatti, che insomma non hanno niente d’anormale checché ne possa pensare l’opinione corrente, non fa che confermare ancora che la paura è realmente proprio causata dall’ignoranza, e per questa ragione abbiamo ritenuto opportuno segnalarli di sfuggita.
Per ritornare al punto essenziale, possiamo dire ora che coloro che parlano di “angoscia metafisica” dimostrano con ciò, innanzitutto, la loro totale ignoranza della metafisica; inoltre, la loro stessa attitudine rende invincibile quest’ignoranza, tanto più che l’angoscia non è una semplice passeggera sensazione di paura, ma una paura divenuta in qualche modo permanente, insediata nello “psichismo” stesso dell’essere, e per questo può esser considerata come una vera e propria “malattia”; finché non la si supera, costituisce propriamente, alla stessa stregua di altri gravi difetti d’ordine psichico, una “squalificazione” nei confronti della conoscenza metafisica.
D’altra parte, la conoscenza è il solo rimedio definitivo contro l’angoscia, come pure contro la paura sotto tutti le sue forme e contro la semplice inquietudine, poiché queste sensazioni non sono che delle conseguenze o dei prodotti dell’ignoranza, e pertanto la conoscenza, una volta raggiunta, le distrugge interamente nella loro stessa radice e le rende d’ora innanzi impossibili, mentre, senza di essa, anche se sono allontanate momentaneamente, possono sempre riapparire a seconda delle circostanze. Se si tratta della conoscenza per eccellenza, quest’effetto si ripercuoterà necessariamente in tutti i domini inferiori, e così queste stesse sensazioni svaniranno anche nei confronti delle cose più contingenti; infatti, come potrebbero colpire colui che, vedendo tutte le cose nel principio, sa che, quali che siano le apparenze, esse non sono in definitiva che degli elementi dell’ordine totale? Così accade per tutti i mali di cui soffre il mondo moderno: il vero rimedio non può venire che dall’alto, ossia da una restaurazione della pura intellettualità; fintantoché si cercherà di porvi rimedio dal basso, ossia accontentandosi d’opporre delle contingenze ad altre contingenze, tutto quel che si pretenderà di fare sarà vano e inefficace; ma chi potrà capirlo mentre è ancora in tempo?

* R. Guénon, Initiation et Réalisation spirituelle, Éditions Traditionnelles, Paris, 1952, cap. III: La maladie
de l’angoisse.

mercoledì 18 maggio 2016

Agarthi, il Re del Mondo e i centri spirituali universali

Di Salvatore Santoru

Nel 1927 l'esoterista e pensatore tradizionalista francese René Guénon diede alle stampe "Il Re del Mondo", che risultò una tra le sue opere più conosciute e apprezzate(1).
Per tale libro, Guenon prese spunto da "Bestie,  uomini e dèi"(2) di Ferdinand Ossendowski, un libro pubblicato nel 1924 in cui lo scrittore sosteneva di essere venuto a contatto con un misterioso centro iniziatico durante un viaggio in Asia, e il capo supremo di tale centro era noto come il "Re Del Mondo"(3).
Ossendowski, ingegnere e ministro delle finanze sotto il governo dell'ammiraglio Kolchak, aveva combattuto contro l'esercito bolscevico nella Divisione asiatica di cavalleria del barone Roman Fiodorovic von Ungern-Sternberg, e nell'ultimo rapporto ai suoi ufficiali dell'agosto del 1921, li aveva informati che invece di dirigersi verso Est intendeva proseguire verso il Tibet per raggiungere una fortezza spirituale dove riteneva che si manteneva viva la fiaccola della liberazione del mondo dalle forze del male, una cui incarnazione Ossendowski vedeva nella rivoluzione bolscevica(4).
In "Il Re del Mondo" Guenon cita diversi miti e dottrine incentrati sull'esistenza di "centri spirituali universali", a partire da Agarthi o Agartha, citando "Mission  de l'Inde", l'opera del 1910 di Saint-Yves  d'Alveydre in cui si parla della misteriosa civiltà sotteranea e del Re Del Mondo(5).
Per aprire un piccolo excursus, è opportuno sottolineare che il mito di Agarthi è stato di primaria impartanza nella letteratura esoterica occidentale di fine Ottocento e inizio Novecento, ed esso va a ricollegarsi nella credenza di Shambala(6), importante elemento del buddhismo tibetano.
Tornando all'opera di Guenon, molto interessante risulta il suo mettere in relazione il mito di Agarthi con quello di altri "centri spirituali universali" presenti nelle tradizioni orientali, come Paradˆsha o occidentali come Tula messicana e atlantidea, e Thule greca e iperborea(7).

Inoltre, Guenon mette anche in relazione la funzione di "Re Del Mondo" con quella di Melki-Tsedeq, che secondo l'autore svolge la stessa funzione del primo in ambito giudeo-cristiano.
Lo scrittore francese cita, a pagina 14, un passo della Bibbia in cui si parla dello stesso Melki-Tsedeq:
  «E "Melki-Tsedeq", re di "Salem",  fece  portare  del  pane  e  del  vino;  egli  era sacerdote  dell'Altissimo  ("El  Elion"):  E  benedisse  Abramo   (8),   dicendo: Benedetto sia Abramo dall'Altissimo,  signore dei Cieli e della Terra; e benedetto sia l'Altissimo,  che ha messo i  tuoi  nemici  nelle  tue mani. E Abramo gli diede le decime di tutto ciò che aveva preso».

Guenon scrive anche che "Melki-Tsedeq è dunque re e sacerdote insieme;  il suo nome significa «re di Giustizia»,  e nello stesso tempo è re di "Salem",  cioè  della «Pace»;  ritroviamo  dunque  qui,  innanzitutto,  la  «Giustizia» e la «Pace»,  cioè proprio i due attributi fondamentali del Re del Mondo"(9), e che Salem "contrariamente all'opinione comune,  in realtà non ha mai designato una città,  ma che,  se la  si prende  quale  nome  simbolico della residenza di "Melki-Tsedeq",  può essere considerata come un equivalente del termine Agarttha"(10).

Indubbiamente,l'opera di Guenon risulta assai interessante e fondamentale per chi vuole occuparsi della tematica relativa ad Agarthi e alla presunta esistenza di "centri spirituali universali"(simbolici o meno), di cui parlano diverse tradizioni orientali e occidentali.

NOTE:
(1)https://it.wikipedia.org/wiki/Il Re del Mondo
(2)http://www.ibs.it/code/9788827208069/ossendowski-ferdinand-a-/bestie-uomini-dei.html
(3)René Guénon-Il Re Del Mondo, pg 2
(4)Giorgio Galli-Hitler e il Nazismo Magico, pg 31-32
(5)Idem (3)
(6)https://it.wikipedia.org/wiki/Shambhala
(7)René Guénon-Il Re Del Mondo, pg 23
(8)René Guénon-Il Re Del Mondo, pg 14
(9)Idem
(10)Idem

http://informazioneconsapevole.blogspot.it/2015/08/agarthi-il-re-del-mondo-e-i-centri.html

sabato 14 maggio 2016

Nella sindone le tre prove che Dio esiste

tratto da Libero del 14/04/2010

di Antonio Socci

«Tutta la terra desidera il tuo volto». In questa frase della liturgia sta il segreto della Sindone che continua ad attrarre milioni di persone. È l’attrazione per colui che la Bibbia definiva «il più bello tra i figli dell’uomo«. E che qui è “fotografato” come un uomo macellato con ferocia. 

La Sindone non è solo “una” notizia oggi, perché inizia la sua ostensione. È “la” notizia sempre. Perché documenta – direi scientificamente – la sola notizia che – dalla notte dei tempi alla fine del mondo – sia veramente importante: la morte del Figlio di Dio e la sua resurrezione cioè la sconfitta della morte stessa.

Sì, avete letto bene. Perché la sindone non illustra soltanto la feroce macellazione che Gesù subì, quel 7 aprile dell’anno 30, con tutti i minimi dettagli perfettamente coincidenti con il resoconto dei vangeli, ma documenta anche la sua resurrezione: il fatto storico più importante di tutti i tempi, avvenuta la mattina del 9 aprile dell’anno 30 in quel sepolcro appena fuori le mura di Gerusalemme. Che Gesù sia veramente vivo lo si può sperimentare – da duemila anni – nell’esperienza cristiana. Attraverso mille segni e una vita nuova. Ma la sindone porta traccia proprio dell’evento della sua resurrezione. Ce lo dicono la medicina legale e le scoperte scientifiche fatte con lo studio dettagliato del lenzuolo per mezzo di sofisticate apparecchiature. Cosicché questo misterioso lino diventa una speciale “lettera” inviata soprattutto agli uomini della nostra generazione, perché è per la prima volta oggi, grazie alla moderna tecnologia, che è possibile scoprire le prove di tutto questo.

Come nei vangeli

Cosa hanno potuto appurare infatti gli specialisti? In sintesi tre cose.
Primo. Che questo lenzuolo – la cui fattura rimanda al Medio oriente del I secolo e in particolare a tessitori ebrei (perché non c’è commistione del lino con tessuti di origine animale, secondo i dettami del Deuteronomio) – ha sicuramente avvolto il corpo di un trentenne ucciso (morto tramite il supplizio della crocifissione con un supplemento di tormenti che è documentato solo per Gesù di Nazaret). Che ha avvolto un cadavere ce lo dicono con certezza il “rigor mortis” del corpo, le tracce di sangue del costato (sangue di morto) e la ferita stessa del costato che ha aperto il cuore. Secondo. Sappiamo con eguale certezza che questo corpo morto non è stato avvolto nel lenzuolo per più di 36-40 ore perché, al microscopio, non risulta vi sia, sulla sindone, alcuna traccia di putrefazione (la quale comincia appunto dopo quel termine): in effetti Gesù – secondo i Vangeli – è rimasto nel sepolcro dalle 18 circa del venerdì, all’aurora della domenica. Circa 35 ore. Terza acquisizione certa, la più impressionante. Quel corpo – dopo quelle 36 ore – si è sottratto alla fasciatura della sindone, ma questo è avvenuto senza alcun movimento fisico del corpo stesso, che non è stato mosso da alcuno né si è mosso: è come se fosse letteralmente passato attraverso il lenzuolo.

Come fa la sindone a provare questo? Semplice. Lo dice l’osservazione al microscopio dei coaguli di sangue. Scrive Barbara Frale in un suo libro recente: «enormi fiotti di sangue erano penetrati nelle fibre del lino in vari punti, formando tanti grossi coaguli, e una volta secchi tutti questi coaguli erano diventati grossi grumi di un materiale duro, ma anche molto fragile, che incollava la carne al tessuto proprio come farebbero dei sigilli di ceralacca. Nessuno di questi coaguli risulta spezzato e la loro forma è integra proprio come se la carne incollata al lino fosse rimasta esattamente al suo posto». Lo studio dei coaguli al microscopio rivela che quel corpo si è sottratto al lenzuolo senza alcun movimento, come passandogli attraverso. Ma questa non è una qualità fisica dei corpi naturali: corrisponde alle caratteristiche fisiche di un solo caso storico, ancora una volta quello documentato nei Vangeli. In essi infatti si riferisce che il corpo di Gesù che appare dopo la resurrezione è il suo stesso corpo, che ha ancora le ferite delle mani e dei piedi, è un corpo di carne tanto che Gesù, per convincere i suoi che non è un fantasma, mangia con loro del pesce, solo che il suo corpo ha acquisito qualità fisiche nuove, non più definite dal tempo e dallo spazio. Può apparire e scomparire quando e dove vuole, può passare attraverso i muri: è il corpo glorificato, come saranno anche i nostri corpi divinizzati dopo la resurrezione.
Si tratta quindi di un caso molto diverso dalla resurrezione di Lazzaro che Gesù semplicemente riportò in vita. La resurrezione di Gesù – com’è riferita dai Vangeli e documentata dalla sindone – è la glorificazione della carne non più sottoposta ai limiti fisici delle tre dimensioni, l’inizio di «cieli nuovi e terra nuova».

La “prova” sperimentale di questa presenza misteriosa di Gesù è propriamente l’esperienza cristiana: Gesù continua a manifestare la sua presenza fra i  suoi continuando a compiere i prodigi che compiva duemila anni fa e facendone pure di più grandi.
Ma la sindone documenta in modo scientificamente accertabile l’unico caso di morto che – anziché andare in putrefazione – torna in vita sottraendosi alla fasciatura senza movimento, grazie all’acquisizione di qualità fisiche nuove e misteriose, che gli permettono di smaterializzarsi improvvisamente e oltrepassare le barriere fisiche (come quella del lenzuolo stesso).
È esattamente ciò che si riferisce nel vangelo di Giovanni: quando Pietro e Giovanni entrano nel sepolcro dove erano corsi per le notizie arrivate dalle donne, si rendono conto che è accaduto qualcosa di enorme proprio perché trovano il lenzuolo esattamente com’era, legato attorno al corpo, ma come afflosciato su di sé perché il corpo dentro non c’era più. Più tardi, aprendo quel lenzuolo, scopriranno un’altra cosa misteriosa: quell’immagine. Ancora oggi, dopo duemila anni, la scienza e la tecnica non sanno dirci come abbia potuto formarsi. E non sanno riprodurla. Infatti non c’è traccia di colore o pigmento, è la bruciatura superficiale del lino, ma sembra derivare dallo sprigionarsi istantaneo di una formidabile e sconosciuta fonte di luce proveniente dal corpo stesso, in ortogonale rispetto al lenzuolo (fatto anch’esso inspiegabile).

Non è riproducibile

La “non direzionalità” dell’immagine esclude che si siano applicate sostanze con pennelli o altro che implichi un gesto direzionale. E ci svela che l’irradiazione è stata trasmessa da tutto il corpo (tuttavia il volto ha valori più alti di luminanza, come se avesse sprigionato più energia o più luce). Quello che è successo non è un fenomeno naturale e non è riproducibile. Non deriva dal contatto perché altrimenti non sarebbe tridimensionale e non si sarebbe formata l’immagine anche in zone del corpo che sicuramente non erano in contatto col telo (come la zona fra la guancia e il naso).
Oggi poi i computer hanno permesso di rintracciare altri dettagli racchiusi nella sindone che tutti portano a lui: Gesù di Nazaret. Dai 77 pollini, alcuni dei quali tipici dell’area di Gerusalemme (quello dello Zygophillum dumosum, si trova esclusivamente nei dintorni di Gerusalemme e al Sinai), alle tracce (sul ginocchio, il calcagno e il naso) di un terriccio tipico anch’esso di Gerusalemme. Ai segni di aloe e mirra usate dagli ebrei per le sepolture.
Infine le tracce di scritte in greco, latino ed ebraico impresse per sovrapposizione sul lenzuolo. Barbara Frale ha dedicato un libro al loro studio, “La sindone di Gesù Nazareno”. Da quelle lettere emerge il nome di Gesù, la parola Nazareno, l’espressione latina “innecem” relativa ai condannati a morte e pure il mese in cui il corpo poteva essere restituito alla famiglia. La Frale, dopo accuratissimi esami, mostra che doveva trattarsi dei documenti burocratici dell’esecuzione e della sepoltura di Gesù di Nazaret. Un fatto storico. Un avvenimento accaduto che ha cambiato tutto.

mercoledì 11 maggio 2016

sabato 7 maggio 2016

Il sacro Graal, ovvero un mito per l’Europa

tratto da "La Padania" del 14 luglio 1999

Un testo sull’ascesi dell’uomo moderno


di Paolo Gulisano

Un mito sembra affascinare particolarmente i "nomadi spirituali" di fine millennio: quello della Cerca del Santo Graal. Un mito che, seppure nato in ambito cistercense, è stato oggetto di varie interpretazioni esoteriche, e negli ultimi anni spesso viene artatamente contrapposto, nel calderone spiritualista New Age, alla verità rivelata offerta dal cristianesimo "ufficiale". Eppure il tema della Quest, della grande ricerca, del viaggio, è il motivo principale della Cristianità europea medievale. Poco tempo fa il Movimento Universitario Padano ha presentato all’Università Cattolica di Milano, in anteprima assoluta, il libro Graal e Alchimia di Paul Georges Sansonetti, edito da Rusconi grazie al curatore Mario La Floresta, uno dei maggiori studiosi di simbologia medievale. La Floresta ha conquistato la folta platea degli universitari padani raccontando di quello che è probabilmente il mito più peculiarmente europeo, quello della Cerca del Santo Graal, mito che vanta una antica e radicata tradizione anche in tutta la lunga storia delle cultura padano-alpine: il nome del Santo Vaso è infatti rimasto nella valdostana grolla, e tracce della leggenda sono ben presenti a Genova, nella Mantova matildiana e gonzaghesca, per non parlare di Modena, il cui Duomo presenta un’affascinante rappresentazione dell’ambiente arturiano e dello stesso Graal come cammino di ascesi, di iniziazione, un itinerario di prove che trasformano l’uomo come l’alchimia trasformava i metalli nel più nobile in natura: l’oro. È la via alchemica del cavaliere, che può essere percorsa anche oggi. Nel Medioevo europeo accadeva ovunque che un eroe, un mistico o un avventuriero prendessero la difficile decisione di lasciare la propria casa e mettersi in cammino, in cerca di avventure, di segni prodigiosi. Per l’uomo moderno può accadere allorquando si decida di non accontentarsi del quotidiano ottundimento dei sensi arrecato dal materialismo pratico, ma si decida a seguire un difficile itinerario di scoperta del sé, della libertà e della verità.

mercoledì 4 maggio 2016

Cavalieri etruschi tra Reno e Panaro

tratto da L'Opinione del 09 Gennaio 2010 - Società E Cultura

La Valle del Samoggia nell’VIII e VII sec. a.C. raccontata in una mostra a Rocca dei Bentivoglio (BO)

di Daniela Pozone

Alla figura del cavallo e del cavaliere è dedicata la mostra “Cavalieri etruschi dalle Valli al Po. Tra Reno e Panaro, la valle del Samoggia nell’VIII e VII sec.a.C.”, allestita alla Rocca dei Bentivoglio di Bazzano (BO) che, fino al 5 aprile, racconta il popolamento della Valle del Samoggia nell’VIII e VII sec. a.C. basandosi sui materiali rinvenuti in sepolture indagate per lo più nell’Ottocento, esponendo circa 500 reperti provenienti da corredi tombali di queste aree. Sono ornamenti in bronzo, parures di fibule ed altri oggetti in osso, ambra e pasta vitrea, ceramiche, deposti con valore simbolico e rituale per esprimere il rango di quell’elite che, a partire dalla metà dell’VIII sec. a.C., si differenzia anche nella zona ad ovest di Bologna/Felsina. Molte tombe hanno restituito morsi equini e altri oggetti legati alla bardatura del cavallo, esibiti nell’ambito di un rituale funerario che prevedeva la deposizione di offerte alimentari, oggetti con funzione squisitamente rituale, caratterizzati da forme e decorazioni peculiari.  La distribuzione delle necropoli e l’analisi dei corredi tombali consente di ricostruire le fasi della nascita ed affermazione dei gruppi aristocratici nel periodo Villanoviano e di riflettere sulle modalità con cui controllavano questa pianura e le vie di comunicazione. La figura del cavaliere etrusco, ricostruita sulla base dei numerosi reperti che fanno esplicito riferimento al possesso del carro e del cavallo e alla sua esibizione all’interno del corredo funerario, è al centro della mostra, ma altrettanto pregnante è l’analisi della figura del cavallo, animale sempre presente nelle tombe più ricche di età villanoviana, sia per gli oggetti connessi alla sua bardatura o al carro, che aveva la doppia valenza di indicatore sociale di personaggi di alto rango e di simbolo del loro viaggio nell’oltretomba. Come il suo padrone, il cavallo attraversa spesso la storia da autentico protagonista; strumento essenziale in una serie di attività fondamentali, dal trasporto al traino, compagno a caccia e in guerra, partner in manifestazioni ludiche o religiose, da sempre il cavallo è icona di prestigio e potere, un vero status symbol: il suo possesso era un tale segno di distinzione sociale che agli inizi dell’età del Ferro comincia ad affermarsi iconograficamente un’aristocrazia che potremmo definire “equestre”. Nei corredi delle tombe principesche iniziano a comparire ceramiche con immagini di cavalli, morsi in bronzo, finimenti e bardature equine, fibule ed altri oggetti di forma a cavallino, puntali, sonagli e a volte l’intero carro. In alcune necropoli è stata trovata la sepoltura dell’animale stesso.

È l’inizio della identità tra cavalleria e patriziato che porterà alla supremazia dei possessori di carri e cavalli, portatori di una cifra di eccellenza sociale e simbolica. Queste testimonianze, provenienti da scavi ottocenteschi meno scrupolosi e decontestualizzati offrono l’ opportunità di un confronto con i reperti più significativi di Bologna e delle valli del Reno e del Panaro. È possibile perciò analizzare i rapporti tra queste valli e il versante toscano che comprende le aree di Firenze, Prato e Pisa. Insuperabile icona di queste aristocrazie rurali sono le stele protofelsinee e i segnacoli funerari con immagini antropomorfe presenti in mostra. L’esposizione di Bazzano presenta le testimonianze villanoviane provenienti dalla vallata, esposte per la prima volta unitariamente. Si possono ammirare alcuni contesti funerari provenienti dalle valli del Samoggia, del Reno, del Panaro e dell’Arno, riferibili a personaggi di alto rango; di particolare rilievo è la ricostruzione a scala naturale di una ricca tomba di Casalecchio di Reno. La mostra, curata da Rita Burgio e Sara Campagnari è promossa dal Museo Civico Archeologico “Arsenio Crespellani”, Fondazione Rocca dei Bentivoglio e Comune di Bazzano, in collaborazione con la Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Emilia-Romagna. I materiali esposti provengono dal Museo Civico di Bazzano, dal Museo Nazionale Etrusco “Pompeo Aria” di Marzabotto, dal Museo Civico Archeologico di Bologna, dal Museo Civico Archeologico Etnologico di Modena, dal Museo Civico di Castelfranco Emilia, dal Museo Archeologico Ambientale di San Giovanni in Persiceto, dal Museo Civico di Stellata di Bondeno e dalle Soprintendenze per i Beni Archeologici dell’Emilia-Romagna e Toscana.

sabato 30 aprile 2016

La Bibbia? Del X secolo avanti Cristo

Tratto da Libero del 11 gennaio 2010


Scoperta un'iscrizione che porta a quell'epoca la stesura del Sacro testo

Un'iscrizione che parla del Signore ed è datata X secolo avanti Cristo. Questa l''eccezionale scoperta archeologica che getta nuova luce sulle origini della Bibbia, retrocedendo di molti secoli la stesura delle sacre scritture. Il professor Gershon Galil del Dipartimento di Studi biblici dell'università di Haifa, ha decifrato infatti un'iscrizione che risale al X secolo a.C., dimostrando che si tratta della più antica scritta in ebraico mai trovata. La scoperta, annunciata dal Jerusalem Post, «indicherebbe che almeno alcune delle scritture bibliche furono composte centinaia di anni prima delle date finora accreditate dalla ricerca scientifica, e che il Regno di Israele esisteva già a quell'epoca.

Il X secolo è l'epoca del Regno di Davide. L'iscrizione, vergata in inchiostro su un frammento di terracotta trapezoidale di 15 per 16,5 cm, è stata scoperta negli scavi condotti dal professor Yosef Garfinkel a Khirbet Qeiyafa, vicino alla valle di Elah, in Israele. Il deciframento a opera di Galil dell'antico scritto testimonia che l'iscrizione è effettivamente in ebraico sulla base dell'uso dei verbi specifici della lingua ebraica e di un contenuto specifico della cultura ebraica non adottato da altre culture della regione mediorientale.

Dice l'iscrizione: proteggi il povero e lo schiavo, sostieni lo straniero

«Questo testo - ha spiegato Galil - è una enunciazione sociale che si riferisce a schiavi, vedove ed orfani. L'iscrizione usa verbi che erano caratteristici dell'ebraico, come asa (fece) e avad (lavorò), raramente usati in altre lingue della regione. Alcune parole particolari che appaiono nel testo, come almanah (vedova), sono specifiche dell'ebraico e sono scritte in modo diverso dalle altre lingue della regione».

L'iscrizione decifrata approssimativamente recita in italiano: «Non lo farai ma adorerai il Signore; giudica lo schiavo e la vedova; giudica l'orfano e lo straniero; implora per il neonato, implora per il povero e la vedova; riabilita il povero nelle mani del re; proteggi il povero e lo schiavo sostieni lo straniero».

Una volta confermata la decifrazione, ha sottolineato Galil, diventerà la più antica iscrizione ebraica mai trovata, e attesterà le capacità di scrittura in ebraico già nel X secolo a.C. Un dato che contrasta con la datazione della composizione della Bibbia accreditata dallo stato attuale delle ricerche, che escluderebbe la possibilità che la Bibbia o parti di essa potessero essere state scritte già in quel periodo.

mercoledì 27 aprile 2016

IL MITO GNOSTICO: ABISSI E VETTE DEL RITORNO AL PLEROMA

Sabato 14 Maggio 2016 e.v. alle ore 21,15 presso i locali del Centro Studi e Ricerche C.T.A. 102 - Via Don Minzoni 39, Bellinzago Novarese (NO) - nell’ambito delle serate dedicate ai “Dialoghi di Esoterismo”, la nostra Associazione ha il piacere di proporvi un’interessantissima serata in compagnia di FILIPPO GOTI che parlerà sul tema:

“IL MITO GNOSTICO: ABISSI E VETTE DEL RITORNO AL PLEROMA”.

Nel corso della conferenza saranno affrontati alcuni dei miti fondamentali che compongono la narrazione gnostica. Una particolare attenzione verrà data alla loro funzione normativa ed alla contiguità con i miti presenti in altre tradizioni sapienziali.

Filippo Goti, fondatore del Convivium Gnostico Martinista, è un profondo studioso ed amante dello gnosticismo e della Tradizione occidentale. Da anni è impegnato nella libera opera di divulgazione.

Siamo certi che questo incontro stimolerà l’interesse di tutti i cultori e gli appassionati di esoterismo. Vi aspettiamo quindi numerosi!

Si rende noto che la partecipazione a questa serata è soggetta a Tesseramento A.S.I. e che è OBBLIGATORIA LA PRENOTAZIONE da effettuarsi chiamando il numero 3803149775 o scrivendo a: cta102@cta102.it
Si precisa inoltre che la sola adesione all’evento effettuata sulla pagina Facebook non è considerata una prenotazione valida.

Per i nostri Associati che volessero seguire l’evento a distanza sarà naturalmente disponibile il collegamento in streaming video.

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sabato 23 aprile 2016

"Giordano Bruno, il vulcano di Venezia" e "L'erede dell'alchimista"

di Simone Berni (*)

ANDARE PER MERCATINI / MONTEPULCIANO 1. Primo resoconto di un lunedì a 17°C di temperatura e col sole in faccia a spasso ai limiti della provincia di Siena in cerca di ottime occasioni da prendere al volo. Trovati due libri piuttosto rari: "Giordano Bruno, il vulcano di Venezia" di Yvonne Caroutch (Torino, Edizioni Arista 1989), ho visto che di questa specifica edizione ci sono solo due copie in vendita su Internet al momento; io l'ho preso per €1,00. Poi ho trovato "L'erede dell'alchimista" di Leonardo Ceccarini (Roma, Albatros, 2012) libro presente su Internet in una sola copia , e comunque non a €1,50 come l'ho pagato. Due perle "esoteriche", per così dire.





(*) Simone Berni, bibliofilo e cacciatore di libri è ideatore di Bookle.org  nuovo super motore di ricerca per libri rari, nuovi e usati. Se c'è un libro che state cercando senza successo e soprattutto se non avete tempo da dedicarci, Bookle.org è il sito che fa per voi.  

mercoledì 20 aprile 2016

Un libro enigmatico

di Simone Berni (*)

Un UFO dal passato!!! Ecco questo libricino - enigmatico, a dir poco - che anzi io giudico inquietante. Il titolo è "Formal Designs from Ten Shakespeare Sonnets", di Marjory Bates Prati (Brooklyn, NY, The Comet Press, Inc., 1940). Si tratta innanzitutto di una micro edizione (500 copie numerate), in formato 10,5 x 15 cm. Un'edizione speciale, specialissima, visto che si tratta di uno studio grafico di alcuni sonetti di Shakespeare. Ogni sonetto determina un codice di linee spezzate altrimenti indecifrabile, e comunque unico (basta guardare la copertina per rendersene conto). È un po' un antenato, se vogliamo, del moderno codice QR, con un pittogramma risultante abbastanza simile. Il libro è del 1940!!! Tra i più strani mai trovati...


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sabato 16 aprile 2016

"Sono in contatto con gli ufo da 35 anni"

tratto da "Il Giornale" del 11-4-2016

di Francesco Curridori

Ecco il resoconto del convegno tenutosi a Pomezia

Gli alieni ci osservano? È stato questo tema del terzo convegno di Ufologia di Pomezia. “Le persone di altri pianeti – rivela al Tempo Ivan Ceci, ufologo ricercatore indipendente – sono pacifiche. Chi ha avuto contatti testimonia che ci invitino a migliorare dal punto di vista spirituale” perché, spiega, “noi stiamo usando molto male la tecnologia e se non cambiamo faremo una brutta fine”. Dalla sua relazione sembra che la Terra sia una sorta di Terzo Mondo delle Galassie.

Il genovese Pier Fortunato Zanfretta sostiene di essere stato prelevato dagli alieni più di una decina di volte tra la fine degli anni 70 e gli anni 80. Secondo il suo resoconto, in uno di questi incontri Zanfretta avrebbe ricevuto un cubo contenente una sfera con dentro una piramide su cui lui, accedendo tramite una “porta dimensionale”, scaricherebbe “la memoria mentale degli ultimi mesi”. E racconta che continuano a mettersi in contatto con lui, da oltre trentacinque anni. Ultimamente, da uno di questi contatti gli avrebbero rivelato che stanno per tornare sulla Terra. “Penso che accadrà dopo l’estate. E chiedono un posto in fondo al mare dove stabilirsi”, rivela. Gli ufo gli avrebbero, poi, profetizzato il risveglio di cinque vulcani. “L’ultimo dei quali sarà il Vesuvio, che farà una grossa esplosione”, dice anticipando di aver anche avvisato di questo un vulcanologo. Poi Zanfretta ammette: “so che in molti non mi credono e ci rimango molto male. Ma tanto gli alieni hanno assicurato che mi ricompenseranno di questa sofferenza”.

Tra il pubblico siede anche la polacca Ivona Szymanska che racconta così la sua storia: “Negli anni ’70 – dice - ero in una strada di campagna con un bambino figlio di amici di famiglia, arrivò sopra di noi un oggetto volante allungato, simile ad un sigaro. Da quel punto non ricordo più niente, se non che mi sono risvegliata da tutt’altra parte”. Adamo Fucci, di Paolisi, in provincia di Benevento, rivela che da bambino si ritrovò con il letto circondato da esseri molto piccoli. “Poi mi svegliai con una strana cicatrice sul dito. Tanti anni dopo sentii l’esigenza di andarmene, da solo, su una montagna. E vidi sette luci rosse, dello stesso tipo di quelle avvistate anche a Phoenix”. Lui ha scritto un libro e spiega “Di fatto è come se fossi sotto loro dettatura. Infatti avevo cominciato con la mia biografia e ho finito parlando degli alieni. Quello che ho imparato è che dobbiamo solo volerci bene”. Angelo Carannante, avvocato, e l’ingegnere Ennio Piccaluga, entrambi del Centro Ufologico Mediterraneo, spiegano così l’interesse per gli alieni: “Difficile quantificare, ma i nostri eventi sono sempre più partecipati. E riceviamo molte segnalazioni, il 95% delle quali, però, si rivelano spiegabili. D’altronde - fanno notare – oggi è facile confondersi, tra palloni aerostatici, lanterne cinesi e satelliti”. Anche “Marco Columbro ama molto l’ufologia – spiegano - probabilmente ha avuto delle esperienze dirette. Poi ricordiamo che Antonello Venditti rivelò di aver visto, da bambino, un ufo” ma l’evento che li ha più colpiti è quello che riguarda loro: “Andavamo ad un convegno nel beneventano: sopra di noi passò un blocco arancione con due sfere posteriori, completamente silenzioso”.

mercoledì 13 aprile 2016

La Sibilla Alba Fucens L’Aquila

Alba Fucens antica città degli Equi, si ubica tra il monte Velino e il Lago del Fucino,fu fondata nel 303 a. C. Il nome Alba Fucens deriva da un antichissimo vocabolo alba che significa “altura”, e l’appellativo Fucens  indicava la vicinanza del Lago del Fucino. La città ebbe una grande importanza strategica per i Romani che, per rafforzare l’importante posizione, al termine della seconda guerra Sannitica, costruirono la cinta muraria in opera poligonale, della lunghezza di circa km. 3. Essa fu completamente distrutta tra il sec.IX e X, dai Saraceni.Si dice nelle alture vicino a questa antica città si ubicava l’antro della Sibilla dove gli abitanti del luogo si recavano per ascoltare il responso degli dei; essa era la custode di un favoloso tesoro, però… maledetto. Si narra che nelle gelide notti d’inverno quando il vento sferza i ruderi di Alba Fucens, si vede una figura di donna quasi evanescente sulla sommità di un colle protendere le braccia vero il cielo e… la strana apparizione dura il battito di ali di una farfalla. Altri sostengono che, chi a provato a prendere il tesoro della Sibilla e si sia inoltrato nelle viscere della terra, abbia incontrato una donna vestita di bianco che lo ghermisce con le sue mani ossute e fredde e lo guarda con le orbite vuote del suo teschio seguita da una risata quasi demoniaca che risuona nel silenzio della grotta!

(da “Guida Insolita ai misteri, ai segreti, alle leggende e alle curiosità dell’Abruzzo” di Ireneo Bellotta/ Emilino Giancristoforo Newton e Compton Editori 1999)

sabato 9 aprile 2016

Appunti sulla definizione e concetto di Tempio

in collaborazione con l'autore Michele Leone

tratto da: http://micheleleoneblog.blogspot.it/2013/05/appunti-sulla-definizione-e-concetto-di.html

Il Tempio

…il Mondo è statua, immagine, tempio vivo di Dio (T. Campanella)

La parola tempio trova la sua origine nella radice indoeuropea tem e significa spazio delimitato (consacrato agli dei). Quindi il tempio non solo nella sua radice etimologica, ma anche nella realtà è uno spazio delimitato. Potremmo definire il tempio come rappresentazione del mondo.  In quanto rappresentazione del mondo possiamo e dobbiamo leggerlo e per dirla con Ugo di san Vittore: universus mundus iste sensibilis quasi quidam liber est scriptus digito Dei. [1] Quanto detto a rafforzare se fosse necessario l’immagine della sacralità e dell’isolamento del luogo. L’isolamento quando si opera in un tempio non deve essere vista come fuga dal mondo o dal sociale, ma al contrario come il luogo nel quale l’iniziato deve ritemprare il proprio essere per tornare nella profanità. Il tempio è il luogo dei lavori ma anche delle riflessioni e della ricerca delle più alte ambizioni dello spirito è il luogo della consapevolezza delle virtù che verranno provate e portate fuori da esso. Se questo non fosse sufficiente è da notare come ad esempio il tempio massonico, ma anche tutte le cattedrali costruite da muratori e in generale gli edifici sacri sono orientati da Occidente a Oriente; ovvero ad accogliere il sole nascente (questa indicazione la troviamo anche in Vitruvio).  Un'altra possibile similitudine è quella del tempio con l’atanor degli antichi e moderni alchimisti: il tempio come “forno di cottura”. Durante i lavori all’interno del tempio/atanor ognuno perde la propria individualità e mette in comunione con l’essenza di ogni iniziato facente parte dei lavori il proprio vero essere. In questa comunione il tempio, il recinto sacro agisce come il forno che coagula le singole energie per trasmutarle nell’oro, vero tesoro e segreto della comunità degli iniziati.

venerdì 1 aprile 2016

Il futuro della Nasa? È tutta fantascienza

tratto da "L'opinone" del 26 marzo 2016

di Andrea Mancia

Dal diario di Robert H. Goddard: “17 marzo, 1926. Il primo volo di un razzo alimentato da propellente liquido si è svolto ieri alla fattoria di Zia Effie a Auburn, in Massachusetts. Il razzo non è partito immediatamente, ma una grande quantità di fiamme ha dato vita a un ruggito sordo e insistente. Dopo qualche secondo, il razzo ha cominciato a salire verso l’alto, lentamente, fino a quando l’accelerazione non lo ha spinto a piegarsi verso sinistra, precipitando nella neve”.

Il razzo costruito da Goddard – ingegnere, inventore, fisico e pioniere della missilistica moderna – si chiamava “Nell” e riuscì a volare soltanto per una manciata di secondi, raggiungendo i 12 metri di altezza prima di schiantarsi in un campo di cavoli a una cinquantina di metri dalla rampa di lancio. Il test compiuto nella fattoria di Zia Effie, poi diventata monumento nazionale, fu però la prima dimostrazione che i razzi a propellente liquido potevano funzionare. E ancora oggi, a novant’anni da quell’esperimento, i viaggi dell’uomo nello spazio sono resi possibili dallo stesso tipo di combustibile utilizzato da Goddard per il suo test (in genere una miscela tra un carburante liquido e un ossidante liquido, come idrogeno o ossigeno). Tutto questo, però, potrebbe cambiare molto presto.

Proprio come Goddard – che cominciò ad immaginare un metodo per “spingere” l’uomo fuori dall’atmosfera dopo aver letto, a sedici anni, “La Guerra dei mondi” di H.G. Wells – gli scienziati continuano ad affidarsi alla letteratura fantascientifica come fonte di ispirazione per le loro ricerche. L’ultimo numero della rivista “Cosmos Magazine”  indaga in profondità sulla strategia della Nasa per spingere l’esplorazione spaziale fino ai limiti del sistema solare (e oltre), scoprendo che, insieme al perfezionamento di alcuni metodi già sperimentati in passato (razzi chimici, motori elettrotermici e propulsori ionici), gli ingegneri della National Aeronautics and Space Administration stanno inseguendo gli sviluppi di tecnologie che sembrano uscire direttamente dalle pagine di un romanzo di fantascienza.

Durante un convegno che si è svolto a febbraio all’American Astronautical Society, l’ingegnere della Nasa Ronald Litchford ha elaborato una sorta di “Top 10” delle tecnologie più promettenti. E anche prendendo in considerazione i metodi di propulsione più “normali”, la sensazione è quella di precipitare vertiginosamente verso il futuro. I razzi chimici, per esempio, secondo Litchford potrebbero alimentarsi direttamente sui pianeti di destinazione, invece di trasportare enormi quantità di carburante fin dalla partenza sulla Terra: su Marte, sarebbe possibile estrarre l’idrogeno e l’ossigeno necessari per il propellente direttamente dal ghiaccio della calotta polare.

Ma il vero balzo nella fantascienza arriva quando gli scienziati della Nasa iniziano a parlare di tecnologie ancora poco utilizzate. Ci sono le “vele solari” (chiamate anche “vele fotoniche”), che sfruttano la “pressione di radiazione” dei fotoni per raggiungere velocità impensabili, permettendo in teoria alle astronavi di viaggiare senza alcun tipo di carburante. Il concetto di “vela solare”, proposto per la prima volta da Keplero nel XVII secolo, è tornato alla ribalta negli anni Sessanta, grazie allo scrittore di fantascienza Arthur C. Clarke (il creatore di “2001 Odissea nello spazio”). E nel maggio del 2010 una “vela solare” ha spinto la sonda giapponese Ikaros fino a Venere. Per viaggi lontani dal Sole (in cui la spinta disponibile è destinata a scendere di intensità), alla Nasa già ipotizzano di utilizzare un gigantesco laser per “spingere” le astronavi verso le stelle. Poi ci sono i “motori al plasma”, che sfruttano masse gassose ionizzate (il plasma) accelerate da campi magnetici. I motori al plasma si basano su un’idea di cinquant’anni fa – molto sfruttata nella fantascienza – ma una società texana (Ad Astra Company) ne ha appena costruito un modello capace, dicono, di far arrivare un’astronave su Marte in 39 giorni. E ancora: la Nasa sembra puntare molto sui motori a “fissione termica” (quasi pronti negli anni Settanta ma bloccati dall’Amministrazione Nixon), sulla “propulsione nucleare ad impulso” e sulla “miniaturizzazione delle astronavi” (nel 2009 alcuni ricercatori della University of Michigan hanno sviluppato un “nanomotore” che è possibile stampare su un chip di silicio).

In fondo alla “Top 10” della Nasa, anche se non certo ultima per vicinanza ai paradigmi della fantascienza, c’è l’Antimateria, lo stesso propellente utilizzato dall’astronave Enterprise fin dalla prima serie di “Star Trek” (1966-1969). L’antimateria possiede la densità di energia più elevata di qualsiasi altra sostanza e, se usata come carburante, potrebbe alimentare il più efficiente dei sistemi di propulsione, trasformando in spinta il 40 per cento della propria massa (il secondo metodo più efficiente, la fusione, si ferma all’uno per cento). Nel 2006 il Niac – l’istituto per “concetti avanzati” della Nasa – ha calcolato che un centesimo di grammo di antimateria sarebbe sufficiente per mandare un’astronave su Marte in 45 giorni. Il problema, paradossalmente, è che un centesimo di grammo è una quantità gigantesca di antimateria, visto che tutta quella creata fino ad oggi negli acceleratori di particelle non sarebbe sufficiente neppure per scaldare una tazza di tè. A meno di non scoprire una fonte affidabile di questo “supercarburante”, insomma, i motori ad antimateria sono costretti a restare confinati nel regno della fantasia. Per ora.



(*) Articolo tratto da Rightnation

domenica 27 marzo 2016

Alcune considerazioni sulla fretta

 In collaborazione con la rivista Lettera E Spirito:

https://drive.google.com/file/d/0BwS7BAey84TnM2M1Nk8tcWxQQTQ/view

di Bruno Montolio

Alcune considerazioni sulla fretta
Quando li piedi suoi lasciar la fretta,
che l’onestade ad ogn’atto dismaga,
la mente mia, che prima era ristretta,
lo ’ntento rallargò, sì come vaga,
e diedi ’l viso mio incontr’al poggio
che ’nverso ’l ciel più alto si dislaga.

Dante, Divina Commedia, Purgatorio, III, 10-15

Dio ha fatto il tempo, ma l’uomo ha fatto la fretta
Chi fa in fretta fa due volte
Ciò che in fretta si fa, presto si rovina
Minore il tempo, maggiore la fretta
Guardati dai consigli frettolosi, perché la fretta è una cattiva consigliera
Si morde la lingua chi parla in fretta
Cosa non pensata, non vuol fretta

Proverbi popolari

La calma viene da Allah e la fretta da Satana
Hadîth trasmesso da Abdullah-Muhaimin bin ’Abbas bin Sahl bin Sa’d As-Saidi

La parola “fretta” deriva dal latino frictare, “fregare”. Giacché si ha frizione solamente tra elementi mobili discordanti, si può desumere come la radice della fretta sia la mancanza d’unitarietà dell’essere. Sinonimo di fretta è il termine “premura” (cfr. il francese être pressé), dal quale emerge come la fretta affligga coloro che sono schiacciati e oppressi dal tempo. «Talvolta si dice, forse senza comprenderne la vera ragione, che oggi gli uomini vivono più in fretta di una volta, e ciò è letteralmente vero; la fretta caratteristica che i moderni mettono in tutte le cose non è d’altronde, in fondo, che la conseguenza dell’impressione che ne provano confusamente»(1). «La fretta febbrile che i nostri contemporanei apportano a tutto ciò che fanno […] non può che produrre agitazione e disordine»(2). L’umanità è preda di tale malattia cosmica che la colpisce in modo generalizzato, e non casuale, bensì provocata da forze ostili rappresentate da Satana, l’Avversario, per loro natura portate a distogliere l’attenzione degli esseri dal proprio “centro”. Il detto “La calma viene da Allah e la fretta da Satana”(3) e i numerosi proverbi popolari sulla fretta contengono un avvertimento chiaro per chi voglia cercare di vincere questo grave vizio insito nella natura umana e che in questa fase di discesa ciclica impregna inevitabilmente tutti gli esseri dalla loro radice.
La fretta induce chi ne è afflitto a una sempre maggiore superficialità e approssimazione, portandolo a perdere gli aspetti qualitativi e profondi della realtà. Non bisogna tuttavia confondere la “calma” con la passività di chi non utilizza in modo corretto il proprio tempo4, che non domina ma dal quale è dominato(5).
«Il tempo è una spada, se non lo si taglia con la Verità (al-haqq), esso taglia con il falso (albâtil)! Tutti gli istanti sono stati impegnati per la loro ragione d’essere. Giacché gli istanti sono tre: “Il passato, ed è quello che hai vissuto; il presente, ed è quello che tu occupi con ciò che ti reclama; e l’avvenire: esso ti è nascosto, quindi non occupartene!”. Colui che s’assorbe nel passato e nell’avvenire perde il tempo del quale gli sarà chiesto conto, il presente, che non si rimpiazza(6). Se vuoi compiere più tardi ciò che per te è allora spirato, il momento che avrai scelto per adempierlo ti apostroferà dicendoti: “Io, non sono stato creato per niente. Cerca un altro momento libero. Se lo trovi, compi ciò che devi! Ma non lo troverai”. Perciò si dice: “Il tempo, è quello che tu vivi nel presente. Non è né passato né avvenire”»(7).
La fretta non permette d’attualizzare la vocazione dell’essere, giacché indebolisce il retto comportamento in ogni atto (“la fretta, | che l’onestade ad ogn’atto dismaga”)(8), sia esso esteriore o interiore, e ottenebra l’intelletto: solamente rinunciandovi e vincendola, la percezione del proprio orizzonte intellettuale può allargarsi e raggiungere i limiti massimi concessi dalla propria natura. Fretta e concentrazione sono dunque inconciliabili(9), la prima è dovuta alla dispersione, mentre la seconda induce l’azione precisa e sollecita(10), ossia la solerzia. Da ciò emerge come fretta e sollecitudine non siano affatto sinonimi(11): la prima tende verso l’esteriore, rende schiavi dell’illusione del “fare” e provoca soltanto agitazione e disordine, la seconda, orientata verso l’interiore, può generare concentrazione, base indispensabile per l’accesso a ogni conoscenza; la prima caratterizza l’individuo preso nell’impossibile compito d’esaurire le possibilità insite nell’ipotenusa del triangolo pitagorico(12), la seconda è propria dell’essere che tende al centro sul cateto(13).
Come l’idea precede necessariamente l’atto, la predisposizione dell’essere, ossia il suo corretto orientamento, è indispensabile affinché l’azione sia proficua14; solo così, nel suo agire, esso potrà tendere con la concentrazione al proprio centro. L’illusione che le cose possano essere fatte più velocemente senza mettersi prima nella condizione ideale per compierle porta alla fretta, che spinge l’essere ad agire senza riflettere su ciò che fa, mettendolo così in balia di chi ha gli strumenti per manipolarlo (e questo può farci intuire uno dei motivi per cui questa malattia cosmica è oggigiorno così diffusa).
In sintesi si può dire che la fretta è generata e alimentata da diversi vizi, cui ci si può opporre adeguatamente: alla quantità va opposta la qualità, alla velocità la calma, alla dispersione e agli attaccamenti all’ambiente la concentrazione e il ricordo del divino, all’angoscia la tranquillità, all’agitazione e alla mancanza di controllo la pazienza e la disciplina, al perdersi nel passato o in fantasmagoriche previsioni sul futuro la presenza ai propri atti, al disordine l’ordine che si fonda sul metodo e che permette di fare le cose al momento giusto; in quest’ottica sarebbe opportuno gerarchizzare le proprie attività in modo da concedere il legittimo spazio alle più importanti, eliminare quelle superflue(15) e ridurre quelle alle quali si concede colpevolmente troppo spazio(16).
La tensione dell’essere verso il proprio centro comincia dall’occuparsi solo di ciò che lo riguarda sfrondando il resto(17).
Questo lavoro di sgrossatura della pietra che porta a contrastare la fretta dovrebbe essere condotto senza cadere nello schematismo, ma cercando di essere ricettivi alle qualità del momento che si sta vivendo(18). Così come v’è un’orientazione spaziale che dirige verso il centro, ve n’è una temporale che coincide con una tensione verso l’eterno di cui la coscienza del presente è un riflesso. Per liberarsi dai nefasti influssi della fretta è necessaria una continua discriminazione, un lavoro “contro corrente” che deve costantemente essere rinnovato e che richiede attenzione e dedizione, vigilanza e perseveranza; tuttavia non ci sono alternative, è indispensabile farlo se si vuole uscire dalla follia organizzata che ci circonda e dirigersi verso la stabilità dell’Eterno(19).

1) R. Guénon, Le Règne de la Quantité et les Signes des Temps, Éditions Gallimard, Paris, 1945, cap. XXIII: Le temps changé en espace. Per comodità del lettore, riproduciamo per esteso il paragrafo che contiene il passo citato: «Il tempo consuma in un certo qual modo lo spazio, per un effetto della potenza di contrazione che rappresenta e che tende a ridurre sempre più l’espansione spaziale alla quale s’oppone; ma, in quest’azione contro il principio antagonista, il tempo stesso si svolge con una velocità sempre crescente, giacché, lungi dall’essere omogeneo come suppongono coloro che non lo considerano che dal solo punto di vista quantitativo, è al contrario “qualificato” in maniera differente a ogni istante dalle condizioni cicliche della manifestazione alla quale appartiene. Quest’accelerazione diviene più apparente che mai alla nostra epoca, poiché essa assume proporzioni esagerate negli ultimi periodi del ciclo, ma, in realtà, essa esiste costantemente dall’inizio alla fine di questo; si potrebbe dunque dire che il tempo non contrae solamente lo spazio, ma che contrae anche progressivamente se stesso; questa contrazione s’esprime con la proporzione decrescente dei quattro Yuga, con tutto ciò che implica, compresa la diminuzione corrispondente della durata della vita umana. cit. Al suo grado estremo, la contrazione del tempo arriverà a ridurlo finalmente a un unico istante, e allora la durata avrà veramente cessato d’esistere, giacché è evidente che, nell’istante, non può più esservi alcuna successione. È così che “il tempo divoratore finisce col divorare se stesso”, in modo che, alla “fine del mondo”, vale a dire al limite stesso della manifestazione ciclica, “non v’è più tempo”».
2) R. Guénon, Le Règne de la Quantité et les Signes des Temps, ibid., Avant-propos. «L’incremento della velocità degli avvenimenti, con l’avvicinarsi della fine del ciclo, può essere paragonato all’accelerazione che esiste nel movimento di caduta dei corpi pesanti; il cammino dell’attuale umanità assomiglia proprio a quella d’un mobile lanciato su una discesa tanto più velocemente quanto più s’avvicina al basso» (ibid., cap. V: Les déterminations qualitatives du temps).
3) Hadîth trasmesso da Abdullah-Muhaimin bin ’Abbas bin Sahl bin Sa’d As-Saidi che lo ha ricevuto da suo padre a cui è stato trasmesso da suo nonno (cfr. English traslation of Jâmi‘ At-Tirmidhî, Vol. 4, Chapters on Righteousness and Maintaining Good Relations with Relatives, Darussalam, Riyadh, 2007).
4) “La Regola v’insegni il corretto utilizzo del Tempo” ammonisce un rituale massonico.
5) Attitudine passiva che ricorda quella degli ignavi, incapaci di prendere partito e d’agire; Dante li presenta nel III canto dell’Inferno costretti in eterno a rincorrere un’insegna che gira in tondo senza senso:
E io, che riguardai, vidi una 'nsegna
che girando correva tanto ratta,
che d'ogne posa mi parea indegna;

Non avendo fatto uso in vita del loro libero arbitrio, è come se questi dannati non fossero mai vissuti e
sono ora continuamente pungolati da mosconi e vespe:
Questi sciaurati, che mai non fur vivi,
erano ignudi e stimolati molto
da mosconi e da vespe ch'eran ivi
.
6) Chiaro l’invito a cogliere l’attimo fuggente nel quale gli aspetti qualitativi si manifestano. Per questo, e per non essere inesorabilmente sopraffatti e schiacciati dal tempo come detto nell’incipit di questo passo, è necessaria un’attitudine attiva e vigile (Shaikh ‘Ali al-Jamal scrive: «L’intuizione è molto sottile e fuggitiva; se l’uomo non sta in guardia, scapperà dalle sue mani senza che se ne accorga», cfr. Lettres d’un maître soufi: le Sheikh al-‘Arabî ad-Darqâwî, Lettera 22, Archè, Milano, 1978).
7) Shaikh Tadili, La vie traditionelle c’est la sincérité. Anche nella Bibbia viene evidenziato come ogni momento abbia una sua qualità propria: «Per tutto c’è un momento e un tempo per ogni azione sotto il sole. C’è un tempo per nascere e un tempo per morire, un tempo per piantare e un tempo per sbarbare il piantato. C’è un tempo per uccidere e un tempo per curare, un tempo per demolire e un tempo per costrui re. C’è un tempo per piangere e un tempo per ridere, un tempo per gemere e un tempo per ballare. C’è un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli, un tempo per abbracciare e un tempo per separarsi. C’è un tempo per guadagnare e un tempo per perdere, un tempo per serbare e un tempo per buttare via. C’è un tempo per stracciare e un tempo per cucire, un tempo per tacere e un tempo per parlare. C’è un tempo per amare e un tempo per odiare, un tempo per la guerra e un tempo per la pace» (Ecclesiaste, 3, 1-8).
8) La vocazione è un richiamo del proprio principio interiore e la fretta, quale tendenza alla dispersione, è una sorta di rumore che ne distoglie l’ascolto; si ha fretta perché chiamati contemporaneamente da più parti, così il “lasciar la fretta” di Dante ben corrisponde alla tensione verso il silenzio interiore. Ecco cosa scriveva al proposito Albano Martín de la Scala nella nota 17 dell’articolo La Vocazione apparso nel no 34 di questa rivista: «In particolare, oggi più che nel passato, viviamo in un mondo pieno di rumori, frastuoni e richiami che si sovrappongono e a volte si mischiano in modo inestricabile e questo è vero per la condizione fisica, ma ancora di più per quella psichica. Il tendere verso il silenzio interiore è quindi un passo indispensabile per poter udire in modo sempre più chiaro la propria chiamata. Non a caso la disciplina del silenzio, anche esteriore, trova ampio spazio nelle più diverse forme tradizionali. Basti pensare al silenzio dell’apprendista in Massoneria o a quello praticato in diversi ordini monastici».
9) La fretta è strettamente legata alla forza centrifuga. La velocità di un corpo legato a una corda e fatto roteare è tanto maggiore quanto più lunga è la corda. Analogamente si comportano l’umanità e i singoli individui, che sono tanto più soggetti alla velocità quanto maggiore è la loro distanza dal centro. La corda
immaginaria di cui parliamo corrisponde al simbolico cateto di base del triangolo pitagorico che inizia ad allungarsi e ad allontanarsi dal cateto verticale, simbolo della Provvidenza, nel momento in cui l’essere, con un’affermazione della propria volontà individuale, gira le spalle al centro e si orienta verso l’esteriore.
10) “Sollecito” deriva dal latino sollìcitus composto da sòllus, tutto, intiero, e cìtus, pronto, p.p. di cìo, muovo. “Solerte”, da sòllus e ars, arte, per conseguenza “esperto”, dotato di attitudine.
11) E questo dovrebbe essere sufficiente a far comprendere come la lotta alla fretta non possa essere presa a scusa per giustificare quella che in realtà non è altro che pigrizia.
12) Ipotenusa che, da un altro punto di vista, può essere messa in relazione con la discesa ciclica e la sua continua accelerazione.
13) Per più ampi approfondimenti sull’argomento del triangolo pitagorico vedasi i ni 36 e 37 di questa rivista. Albano Martín de la Scala, nell’articolo Provvidenza, Volontà, Destino, scriveva: «La mentalità moderna, ignorando l’esistenza di un Ordine risultante dall’espressione nella manifestazione di un Principio Universale di carattere sovrumano, impegna la Volontà umana in un processo d’affermazione dell’individualità, unica realtà esistente secondo la sua percezione, alimentando l’ego in un processo propriamente indefinito. Ora, questa forza di Volontà può applicarsi ugualmente in senso contrario, quantunque per questo sia necessario riconoscere l’azione della Provvidenza».
14) La copertura del tempio, che precede l’inizio dei lavori massonici, è un rito che evidenzia come tradizionalmente sia necessario creare le condizioni ideali prima di compiere qualunque atto.
15) Generalmente il lavoro, il riposo e la ricreazione, le occupazioni familiari e l’attività rituale dovrebbero riempire la vita degli iniziati.
16) A questo proposito può essere interessante fare una riflessione su quale sia lo spazio che legittimamente può essere concesso al divertimento o alla ricreazione. Il verbo “divertire” deriva dal latino divèrtere, p.p. di divèrsus, composto dalla particella di(s), che indica allontanamento, e vèrtere, volgere. Il significato è quindi quello di volgere altrove, distogliere, distrarre, deviare. Un simile comportamento, essendo contrario e inconciliabile con la concentrazione e la rettitudine, non può che essere considerato illegittimo dal punto di vista tradizionale. Ben diversa la radice etimologica, e quindi il senso profondo, del verbo “ricreare”, dal latino recreàre, composto dall’iterativo re e creàre, creare, vivificare. Appare quindi evidente come la ricreazione, non solo sia legittima, ma rivesta pure un’importantissima funzione che si integra armoniosamente nell’attività tradizionale, permettendo a chi ne usufruisce di ritemprarsi in vista degli impegni che lo attendono; non a caso in Massoneria i lavori riprendono “Forza e Vigore” dopo la ricreazione. Quest’esempio è emblematico delle difficoltà che si possono incontrare nel giudicare dall’esterno certe situazioni e mostra come comportamenti apparentemente simili possano nascere da motivazioni differenti ed essere quindi intrinsecamente molto diversi tra loro. Come quasi sempre accade è l’intenzione o in altri termini l’orientazione a fare tutta la differenza.
17) Il Martello e lo Scalpello sono gli strumenti simbolici con cui l’Apprendista è chiamato a lavorare sulla Pietra Grezza per sgrossarla, con una continua e paziente opera di sottrazione.
18) Nel dominio dell’azione, la “puntualità” è il fare le cose nel punto temporale esatto in cui devono essere compiute (in Massoneria i lavori cominciano simbolicamente a mezzogiorno e terminano a mezzanotte “in punto”). La puntualità permette di fare le cose appuntino, con precisione e solerzia, senza dover rincorrere affannosamente il tempo perduto o attendere. Ricordiamo che il termine “punto” deriva dal latino punctum da pungere, penetrare; se ne può quindi forse dedurre che per essere penetranti e non restare alla superficie delle cose è necessario essere puntuali.
19) Il “luogo” sede di questa stabilità è il Centro del mondo («V’è ancora un’osservazione da fare sulla rappresentazione del centro spirituale come un’isola, che peraltro racchiude la “montagna sacra” […]. L’idea che evoca la rappresentazione di cui si tratta è essenzialmente quella di “stabilità”, che abbiamo precisamente indicato come caratteristica del Polo: l’isola rimane immutabile in mezzo all’agitazione incessante dei flutti, agitazione che è un’immagine di quella del mondo esterno; e bisogna aver attraversato il “mare delle passioni” per giungere alla “Montagna della Salvezza”, al “Santuario della Pace”», R. Guénon, Le Roi du Monde, Éditions Traditionnelles, Paris, 1950, cap. X, Noms et représentations symboliques des centres spirituels). «È in questo centro che “il tempo si cambia in spazio”, perché qui è, nel nostro stato d’esistenza, il riflesso diretto dell’eternità principiale, il che esclude ogni successione; così la morte non vi può colpire, ed è quindi propriamente il “soggiorno d’immortalità”; tutte le cose vi appaiono in perfetta simultaneità in un immutabile presente, grazie al potere del “terzo occhio”, col quale l’uomo ha riacquistato il “senso dell’eternità”». (R. Guénon, Le Règne de la Quantité et les Signes des Temps, ibid., cap. XXIII: Le temps changé en espace).

venerdì 25 marzo 2016

Ecco Kullervo, il primo mito di JRR Tolkien

tratto da "Il Giornale" del 06/03/2016

di Daniele Abbiati

Una saga nordica con momenti shakespeariani

Quando Tolkien non era ancora Tolkien né ipotizzava di diventarlo, s'imbattè nell'opera che l'avrebbe trasformato in ciò che è (il presente storico è il tempo che si addice ai creatori di mondi come lui).

Nel 1911, diciannovenne studente alla King Edward's School di Birmingham, legge un barbarico, enigmatico, ancestrale poema epico composto intorno al 1835 dal filologo finlandese Elias Lönnrot sulla base di antichi canti popolari finnici. Si chiama Kalevala. La narrazione lo intriga assai e, insoddisfatto dalla traduzione di W.F. Kirby, appena giunto all'Exeter College di Oxford, sul finire dello stesso anno, munito di una ponderosa Finnish Grammar si mette a studiare il finlandese per gustarla nell'edizione originale. Fallisce: «respinto con gravi perdite», annota. Ma, fallendo, vince. Perché prima di partire soldato per la Francia, nel '16, ha già scritto La storia di Kullervo, il primo passo del futuro professor Tolkien nell'universo tolkieniano. E oggi possiamo gustarlo a nostra volta, quell'esordio, nell'edizione Bompiani (pagg. 248, euro 19, a cura di Verlyn Flieger, trad. Luca Manini, dal 17 marzo in libreria).Per farlo, dobbiamo toglierci dalla testa gli arcadici paesaggi del Signore degli Anelli, i motteggi di Bilbo Baggins, il magico candore della principessa Arwen, e anche gli Orchi della Terra di Mezzo. Qui siamo in una dimensione fuori dal tempo e fuori dal Bene e dal Male, «quando la magia era ancora giovane». Qui non c'è colpa e non c'è redenzione, non c'è merito né premio. Qui l'uomo è ancora bestiale nel godimento e nella sofferenza e al limite, varcando in extremis il confine che lo separa da quella che Platone chiamava la «seconda navigazione», fatta con la Ragione che si mette ai remi, una volta calato il vento della Natura, avverte il peso della vergogna.

«Il passato universale dell'uomo: questo dobbiamo cercare nel Kalevala», disse Tolkien, ormai ex cathedra, a proposito del suo esordio. E ancora: «L'Europa ha perso troppo e troppo spesso nel tentativo di costruire templi greci». Non era la protesta di un anglosassone nei confronti della supremazia mediterranea in tema di miti fondanti, bensì l'esortazione a scavare sotto l'apollineo e sotto il dionisiaco, fino alle radici sub-umane dell'umanità. Per questo aveva scelto di dar voce, pescando nel mare magnum del Kalevala, a un eroe selvatico, tormentato, spiantato, quasi wagneriano. Kullervo, al quale l'autore attingerà a piene mani per creare il Túrin Turambar di I figli di Húrin, vede suo padre Kalervo, sorta di Abele, trucidato dal Caino Untamo. Poi, separato dalla sorella Wanona, subisce le violenze dello zio che per tre volte tenta di eliminarlo annegandolo, bruciandolo e impiccandolo, e si vendica sulla zia-arpia. Suoi unici alleati, il coltello e un magico cane nero parlante. Vaga per lande desolate e per boschi bui, si smarca dal dispotismo del fabbro Asemo fino a che un drammatico incontro con la madre rediviva gli rivela, in un finale shakespeariano, l'unica degna via di fuga dall'amara verità.

L'intera opera di Tolkien è segnata da una missione: ritrovare l'Anello di un'epica da regalare alla sua Patria. E il punto di partenza di tutto Tolkien, la prima pietra miliare sul sentiero che l'ha condotto alla selva oscura trasformata quasi in un luna park dalle rivisitazioni moderne, è in queste pagine figlie di un popolo ignoto, nel lessico animistico di questi «trogloditi», come li chiama lui. L'alba dell'Uomo prima del tramonto dell'Occidente.Daniele Abbiati