in collaborazione con l'autore Simone Berni
Anche un libro di Giorgio Galli fra quelli scomparsi
Blog dedicato ai misteri, esoterismo, antiche civiltà, leggende, Graal, Atlantide, ufo, magia
in collaborazione con l'autore Simone Berni
Anche un libro di Giorgio Galli fra quelli scomparsi
in collaborazione con l'autore Simone Berni
Come “Dracula” di Bram Stoker, un’altra edizione eccellente uscita in tempo di guerra!
La prima edizione italiana di Frankenstein di Mary Shelley (Roma, Donatello De Luigi Editore, 1944). Sì, lo stesso destino del Dracula di Bram Stoker – entrambi usciti durante la guerra, stampati con carta di pessima qualità, poco pubblicizzati, avvolti “nell’ombra”, come gli illustri personaggi che descrivono preferiscono ampiamente, del resto.
Frankenstein in Italia: un’edizione leggendaria nata sotto i bombardamenti
Quando si parla di “Frankenstein“, l’icona della letteratura gotica e fantastica di Mary Shelley, la mente corre inevitabilmente all’originale inglese del 1818. Eppure, in Italia il suo arrivo è stata una lunga attesa: la prima vera traduzione italiana di Frankenstein vide la luce solo nel 1944, in piena Seconda guerra mondiale, per la casa editrice Donatello De Luigi di Roma.
Pubblicare un capolavoro letterario in tempo di guerra significa sfidare la sorte e le difficoltà materiali. La prima edizione italiana di Frankenstein fu stampata su carta di qualità scadente, un riflesso diretto delle ristrettezze belliche e della scarsità di materiali. Nonostante ciò, questa edizione rimane un gioiello raro e ambito, appartenente alla collana “Il Romanzo Nero” diretta da Donatello De Luigi che si distingueva per la pubblicazione di opere di letteratura fantastica e di orrore.
La traduzione e introduzione furono affidate a Ranieri Cochetti, che offrì agli italiani uno sguardo sulla celebre figura del Dottor Frankenstein e della sua creatura assemblata, quasi un riflesso oscuro e inquietante del presente storico in cui il libro nasceva, durante il fragore dei bombardamenti e delle battaglie.
Sebbene l’edizione del 1944 non goda della stessa qualità tipografica delle pubblicazioni più moderne, è ricercatissima dai collezionisti per la sua rarità e il contesto storico in cui è stata prodotta. Copie di questa prima traduzione italiana sono (quasi) pezzi da museo per gli appassionati di bibliofilia, spesso conservate con cura nonostante l’usura del tempo. La brossura editoriale, con titolo bianco su fondo nero, è riconoscibile e segnata da una patina che racconta la sua lunga storia. Questa edizione è considerata il punto di partenza per la fortuna editoriale del romanzo in Italia e rappresenta un unicum rarissimo: sono passati infatti quasi 130 anni dalla prima edizione inglese prima che Frankenstein fosse disponibile in italiano in una forma integrale e curata.
Curioso come un simbolo della letteratura occidentale, così profondamente legato al concetto di creatività e orrore, sia stato tradotto per la prima volta in Italia proprio in uno dei periodi più drammatici della sua storia, quasi che la creatura di Frankenstein rispecchiasse le tensioni di quel tempo. Questa edizione è dunque un vero e proprio “mostro” da collezione, che parla non solo di letteratura, ma anche della passione di un editore che ha voluto portare in Italia un classico immortale, nonostante tutto.
in collaborazione con l'autore Simone Berni
“Sculptus in Tenebris”: L’opera che scolpisce Lovecraft nella tenebra
Segnalazione di Emanuele Varone
Un’antologia che scolpisce l’ignoto
Curato da Michele Tetro, critico noto per i suoi approfondimenti sul cinema fantastico, Sculptus in Tenebris offre un insieme di saggi critici e una ricca iconografia sull’universo lovecraftiano. L’obiettivo è ambizioso: intrecciare analisi letterarie sui temi cosmici e onirici di Lovecraft con indagini sull’influenza delle correnti artistiche del Novecento, come simbolismo e surrealismo. La parte iconografica è un fiore all’occhiello, con illustrazioni ispirate ai Miti di Cthulhu, opere di artisti italiani e internazionali, documenti d’archivio e fotografie a colori.
Il titolo in latino, che potremmo tradurre come “scolpito nelle tenebre“, è un richiamo ironico e colto all’arte come tentativo di dare forma all’indicibile, un tema centrale nella visione lovecraftiana.
La rarità e il valore per i collezionisti
Il volume è oggi fuori catalogo e può essere trovato soprattutto in mercatini dell’usato, su piattaforme di librerie specializzate come Delos Store, eBay, AbeBooks o in circuiti collezionistici. Il valore di mercato è in crescita costante, motivo per cui rappresenta un piccolo gioiello per appassionati di Lovecraft e studiosi del weird. Chi lo possiede sa di avere tra le mani non solo un libro, ma un pezzo di culto per la critica letteraria specialistica italiana inizi Duemila.
Dove cercarlo e come riconoscerlo
Per reperire questo volume è consigliabile puntare su librerie antiquarie o siti online specializzati nella narrativa fantastica e horror. Date le caratteristiche della sua produzione, è raro trovarlo in condizioni perfette, ma le copie con copertina integra e sovraccoperta sono particolarmente ambite. In un mercato che premia l’unicità e l’edizione curata, possedere Sculptus in Tenebris significa avere accesso a un repertorio di studi e immagini che non solo approfondiscono la figura di Lovecraft, ma ne ampliano la mitologia estetica e culturale. Un acquisto da veri cacciatori di libri, per chi ama esplorare il lato oscuro della letteratura con rigore e passione.
in collaborazione con l'autore Simone Berni
Alberto Cecon mi segnala un libro che, essendo una edizione privata, è raro e piuttosto difficile da localizzare nei siti di vendita. Si tratta di La creatura di Mortegliano di Antonio Chiumiento (s.l., Editoriale Programma. 2012) – il libro non sembra posseduto da alcuna biblioteca del sistema OPAC SBN.
Il libro è il resoconto dell’apparizione di un supposto “essere alieno” presso Mortegliano, in Friuli, nel febbraio del 2012. Il libro è stato scritto dall’ufologo pordenonese Antonio Chiumiento. La vicenda fin dall’inizio scatenò una clamorosa bagarre tra ufologi, con strascichi polemici e una serie di minacce e di scontri accesissimi sull’autenticità del fenomeno di cui in rete è ancora possibile leggere alcune ricostruzioni, non si sa quanto attendibili.
Ad ogni modo a noi cacciatori di libri poco interessa la vicenda in sé ma soltanto il libro che ne è scaturito e soprattutto la sua rarità sul mercato, che è notevole.
La vicenda dell’apparizione e gli altri libri
L’ufologo Antonio Chiumiento (n. 1949) ha indagato a lungo sulle apparizioni di oggetti volanti non identificati e su avvistamenti di creature misteriose in diverse località d’Italia, tra cui Mortegliano, in provincia di Udine. Chiumiento ha scritto in dettaglio dell’accaduto nel suo libro La creatura di Mortegliano, organizzando all’epoca incontri e conferenze, nei quali ebbe modo di presentare le sue scoperte e mettere al corrente il pubblico circa le sue indagini in merito.
Uno dei principali episodi indagati da Chiumiento riguarda l’osservazione di una misteriosa creatura alta e stranissima, avvenuta nel 2012 su un greto del Tagliamento, da parte di un attendibile imprenditore friulano di cui non è mai stata fornita l’identità. L’ufologo ha anche raccolto testimonianze di avvistamenti di creature simili in diverse altre località d’Italia, tra cui Seveso in provincia di Milano, il Goriziano, alcune località in provincia di Pordenone e due episodi sulle coste della Calabria.
Chiumiento ha sottolineato le analogie tra gli identikit delle creature avvistate e la creatura di Mortegliano del 2012. Tutte le persone coinvolte si sono rivolte solo a lui per riferire le proprie esperienze. L’ufologo pordenonese ha successivamente scritto Avvistamenti e presenze misteriose (Treviso, Programma, 2014) e Obiettivo non identificato (Edizioni Segno, 2020).
in collaborazione con l'autore Simone Berni
Il Mothman, una (presunta) misteriosa creatura antropomorfa avvistata a Point Pleasant, West Virginia, tra il 1966 e il 1967, ha ispirato una vasta letteratura che spazia dall’ufologia alla narrativa horror.
Uno dei testi fondamentali sul Mothman è “The Mothman Prophecies” di John A. Keel, pubblicato per la prima volta nel 1975. Questo libro è considerato un classico del genere e ha contribuito a diffondere la leggenda del Mothman (diventando anche un film, con Richard Gere), intrecciando avvistamenti di UFO e misteri paranormali. Keel analizza gli eventi che circondano gli avvistamenti, culminando nel tragico crollo del Silver Bridge nel 1967, che portò alla morte di 46 persone. La prima edizione di questo libro è oggi molto ricercata dai collezionisti e può raggiungere prezzi elevati sul mercato dell’usato.
In Italia, il libro è stato tradotto e pubblicato solo nel 2002 da Sonzogno con lo stesso titolo in inglese ma con il sottotitolo di Voci dall’ombra, sempre sulla scia dell’omonimo film. Questa edizione ha reso accessibile al pubblico italiano le teorie di Keel, contribuendo a un crescente interesse per il fenomeno del Mothman anche oltre l’oceano.
Oltre a Keel, altri autori hanno contribuito alla letteratura sul Mothman: Gray Barker, con il suo libro “The Silver Bridge” (1970), esplora in dettaglio il legame tra gli avvistamenti del Mothman e il disastro del Silver Bridge. Questo testo è considerato un’opera cult tra gli appassionati del genere e può essere difficile da trovare in buone condizioni. Jacques Vallée, noto ufologo, ha affrontato temi simili in “Passport to Magonia” (1969), dove discute delle apparizioni di entità misteriose in contesti diversi, inclusi quelli simili a quelli del Mothman. Questi testi offrono una visione più ampia sui fenomeni UFO e la loro interazione con la cultura popolare.
Nel panorama editoriale dedicato al Mothman , ci sono anche opere rarissime che meritano attenzione: un opuscolo originale sulla costruzione del Silver Bridge, “Silver Bridge Over the Ohio River“, risalente agli anni ’30, è un pezzo da collezione molto ricercato. Presenta fotografie storiche e informazioni sul ponte che divenne famoso per la sua tragica fine.
Il fascino per il Mothman continua a crescere, alimentato da eventi come il Mothman Festival che si tiene annualmente a Point Pleasant. Durante questo festival, si svolgono conferenze e presentazioni su libri e ricerche legate al Mothman, creando un’importante rete di appassionati e studiosi.
in collaborazione con Simone Berni: https://www.cacciatoredilibri.com/103-anni-fa-usciva-lo-spirito-delluniverso-bocca-1921-di-olinto-de-pretto-il-libro-che-rischio-di-riassegnare-la-relativita/
Einstein e De Pretto: a chi la relatività?
Da sempre in molti ritengono Albert Einstein come l’unico corpo estraneo alla scienza realmente accettato dalla comunità scientifica stessa. Un’eccezione assoluta tributata obtorto collo a una delle più grandi menti della storia umana.
Lo storico della scienza Federico Di Trocchio (scomparso nel settembre del 2013), nel suo bellissimo libro Il genio incompreso (Milano, Mondadori, 1997), anni fa ne aveva tracciato un interessante profilo.
“Einstein – scrive Di Trocchio – a differenza della maggior parte degli scienziati, non attutì mai il suo anticonformismo: ascoltò sempre, e in molti casi aiutò, chi nuotava controcorrente”.
Forse il motivo di questa sua apertura era che Einstein, non provenendo dal mondo accademico, non ne seguiva pedissequamente l’ortodossia. Era un umile impiegato del celebre (“celebre” lo diverrà grazie a lui) Ufficio Brevetti di Berna, in Svizzera. Il suo ingresso nella comunità scientifica fu abbastanza repentino e inaspettato.
Con la relatività, egli è passato alla storia come l’artefice di una delle teorie che hanno rivoluzionato il concetto stesso di universo. Una teoria che da qualche anno per la verità ha cominciato a scricchiolare, ma che nei suoi principi base appare ancora ben salda, in particolar modo perché non ne è stata proposta una alternativa di pari valore. Eppure sono ormai trascorsi ben oltre cento anni dall’enunciazione di quella formula E=mc2 e più di sessanta dalla morte del suo autore.
Ma quella formula non c’era già?
Il documento, molto raro, che per un po’ ha gettato un’ombra sulla figura di Einstein è Ipotesi dell’etere nella vita dell’universo. Fu pubblicato nel 1904 negli Atti del Reale Istituto Veneto di Scienze, con la prefazione del celebre astronomo Giovanni Schiaparelli. A redigere quel lavoro era stato un oscuro autore (lo dice lui stesso nella presentazione) di Schio, Vicenza: Olinto De Pretto. Appena un anno più tardi, nel 1905, un altrettanto oscuro impiegato ventiseienne che lavorava presso l’Ufficio Brevetti di Berna, pubblicò un lavoro scientifico con una formula che farà storia, E=mc2. Era appunto Albert Einstein.
Il lavoro di Olinto De Pretto fu stampato in estratto a Venezia da Ferrari nello stesso anno 1904. Ma a quanto sembra nessuno volle riconoscere il valore di queste sue intuizioni e quello di De Pretto rimarrà sempre un nome sconosciuto ai più e il suo lavoro un’ombra perlopiù da respingere.
Il documento, sotto forma di estratto, ormai è introvabile perfino presso i librai antiquari; è in formato ottavo, 62 pagine, frequentemente intonso.
La sera del 16 Marzo 1921, proprio nell’anno che vedrà Einstein ricevere il premio Nobel per la fisica, De Pretto morirà in circostanze drammatiche (freddato da un colpo di pistola sparato da una donna per questioni d’interesse).
Sempre quell’anno, pochi mesi prima della sua morte, era uscito Lo spirito dell’universo (Torino, F.lli Bocca), che può essere considerato il suo testamento scientifico. Il libro in questione, ormai decisamente raro, contiene lo studio del 1904, rielaborato, e la seconda edizione dello scritto Sopra una grande forza tellurica trascurata (apparso per la prima volta nel 1914). È in formato ottavo, fa parte della Biblioteca di Scienze Moderne (n.77), 223 pagine, con tavole fuori testo sia a colori che in bianco e nero.
In copertina una maschera tribale di una civiltà non identificata, e sullo sfondo una serie di galassie a spirale. La carta dei libri di questa collana non sembra granché ed è piuttosto fragile. Se i volumi vengono trovati intonsi va prestata molta attenzione nell’aprirli, le pagine si possono lacerare con estrema facilità.
La lettura de Lo spirito dell’universo fa entrare in un mondo dalle atmosfere surreali. È un trattato scientifico, ma allo stesso tempo un testo avvincente ed emozionante come un vero e proprio romanzo d’avventura.
Eppure qualche scienziato lo ha appoggiato
Il libro di Umberto Bartocci, Albert Einstein e Olinto De Pretto: La vera storia della formula più famosa del mondo (Bologna, Andromeda, 1999) rischia di diventare ancora più raro delle opere di De Pretto. Infatti, nonostante l’editore lo abbia ristampato nel 2006, il libro è sempre da considerarsi raro. Il libro in questione fa parte della collana La storia impossibile, è un libro just in time, cioè stampato appena in tempo, in tempo per essere salvato. È un po’ il destino di quei libri che gli editori non ritengono adatti alla pubblicazione e che senza questa formula non riuscirebbero mai a vedere la luce. I manoscritti cadrebbero nel dimenticatoio, con il passare degli anni andrebbero persi in un trasloco o per colpa di qualche parente distratto.
Vengono i brividi a pensare a quanti romanzi, a quanti saggi o a quanti lavori scientifici è stato negato anche il semplice venire alla luce. Di certo la storia è stata scritta anche da mani sconosciute, delle quali a volte non è rimasta la benché minima traccia. Ed è quanto mai eccitante seguire queste orme misteriose.
In un prossimo futuro – e può suonare quasi come una beffa – il libro di Bartocci potrebbe essere conteso da bibliofili alla ricerca di testi originali e profetici, testi che non hanno segnato un’epoca al momento della loro silenziosa uscita, ma l’hanno fatto a posteriori, in quanto anticipatori di verità divenute tali solo in futuro, talvolta a distanza di molti anni. Per questo motivo lo conservo gelosamente. È una semplice brossura editoriale in ottavo, con la copertina nera su tutti i lati. Il volto di Einstein e il fungo atomico che campeggiano sul fronte sono due simboli molto chiari del concetto espresso dalla formula più famosa del mondo.
Prima di quel libro Bartocci aveva tentato – inutilmente – di far accettare per la pubblicazione un lavoro a quattro mani, con Marco Mamone Capria sullo stesso argomento. La rivista scientifica alla quale aveva indirizzato il manoscritto lo rifiutò, in maniera cortese ma inappellabile. Tutte queste difficoltà derivano dalla responsabilità che si porta dietro il nome di Albert Einstein. Ancora troppo grande e fulgida è la sua stella per poterla offuscare senza esporsi brutalmente alle critiche dell’ortodossia scientifica. Einstein non può essere messo in discussione, non ancora, almeno. Forse un giorno nuove concezioni del mondo della fisica ridimensioneranno le sue teorie, ma al momento resta un pilastro inamovibile, poco meno che intoccabile.
“La materia di un corpo qualunque, contiene in se stessa una somma di energia rappresentata dall’intera massa del corpo, che si muovesse tutta unita ed in blocco nello spazio, colla medesima velocità delle singole particelle”
Niente da fare: Olinto non c’entra con Einstein: lo dice la Scienza
Per questo motivo nessuna rivista che vuole costituire una voce degna di nota nell’ambito accademico oserebbe ospitare un intervento decisamente “contro corrente” che non sia suffragato da prove certe e inconfutabili circa un dubbio – sia pur sfumato – sulla paternità della formula più famosa del mondo. È logico che il problema, al momento attuale, non può essere presentato che a livello di congettura.
Non è ancora dimostrabile, se mai lo sarà, che Albert Einstein lesse il lavoro di Olinto De Pretto e che, soprattutto, ne trasse ispirazione. Forse l’unica strada praticabile per venirne a capo è quella di concentrare le attenzioni sulla figura di Michele Besso, che era amico di Einstein e collegabile a De Pretto. Einstein, infatti, conosceva l’italiano, tenne anche delle conferenze nella nostra lingua.
La scienza sembra non volersi rendere conto che De Pretto, questo oscuro agronomo vicentino, forse ispirò il grande scienziato. Magari si tratta di elementi formali, non decisivi, dato che il concetto di etere non sembra essere applicato alla teoria della relatività, ma di sicuro la frase che compare nel lavoro di De Pretto del 1904 (un anno prima della pubblicazione di Einstein negli Annalen der Physik dei suoi due celebri lavori) è esplicativa al riguardo:
“La materia di un corpo qualunque, contiene in se stessa una somma di energia rappresentata dall’intera massa del corpo, che si muovesse tutta unita ed in blocco nello spazio, colla medesima velocità delle singole particelle. (…) La formula mv2 ci dà la forza viva e la formula mv2/8338 ci dà, espressa in calorie, tale energia. Dato adunque m=1 e v uguale a 300 milioni di metri, che sarebbe la velocità della luce, ammessa anche per l’etere, ciascuno potrà vedere che si ottiene una quantità di calorie rappresentata da 10794 seguito da 9 zeri e cioè oltre dieci milioni di milioni”.
Per correttezza va riportata un’opinione di segno opposto, quella dello studioso scledense Ignazio Marchioro il quale, in un’intervista di Luca Valente su internet, afferma che la somiglianza della formula di De Pretto a quella di Einstein si deve solo a una casualità formale, complice la differente definizione tra forza viva ed energia cinetica. Afferma infatti Marchioro nell’intervista:
“È invece ovvio che la teoria della relatività non ha nulla a che vedere con la sua intuizione: la formula assomiglia a quella famosissima di Einstein solo per una casualità formale, in quanto il De Pretto riportò la formula della forza viva valida a quel tempo, che non era non sinonimo dell’energia cinetica bensì del suo doppio. È ovvio quindi che se il De Pretto avesse inteso la formula relativa all’energia cinetica del corpo in movimento avrebbe scritto: E (energia cinetica)=mv²/2; vale a dire la nota formula di fisica classica, che è totalmente diversa dalla mc²”.
A firma dello stesso Marchioro, circa vent’anni fa è uscito I fratelli De Pretto (Schio, Tipografia Menin, 2000). Interessante e documentato lavoro sui fratelli De Pretto come imprenditori, tecnici e uomini di scienza; da non sottovalutare come pezzo raro perché stampato in appena 300 copie.
Il libro più raro: è sempre quello che che è andato perduto
Ma il libro più raro e introvabile sulla figura di Olinto De Pretto è un libro che non c’è. Nel 1931, infatti, a dieci anni dalla morte dello scienziato scledense, il fratello Silvio e il professor Giuseppe Flechia furono gli autori di uno studio sull’opera Lo spirito dell’universo, che sottoposero all’attenzione dell’astronomo Pio Emanuelli della Specola Vaticana. Racconta Bianca Mirella Bonicelli nel libro di Bartocci che del carteggio con l’Emanuelli non esistono più gli originali ma da appunti sui diari di Silvio De Pretto si evince che il responso dello studioso vaticano fosse stato negativo.
Questo scoraggiò gli autori a proseguire nella pubblicazione dello studio. Purtroppo il manoscritto originale sembra sia andato perduto. Non ci è dato sapere neppure il titolo che gli sarebbe stato attribuito.
C’è poi una commedia in tre atti di Sem Benelli, Con le stelle (Milano, Fratelli Treves, 1927) che si ispira alle teorie sull’universo di De Pretto. Il libro è una brossura in formato ottavo con una bellissima copertina futurista di Guido Marussig e si può ancora reperire sul mercato nell’edizione originale.
Un’altra opera piuttosto rara del De Pretto è Le due faglie di Schio (Roma, Tip. della Pace E. Cuggiani, 1921), interessante saggio di geologia scledense con cinque stupende tavole a colori ripiegate all’interno, tra cui una carta geologica. Piccola perla introvabile.
Stessa sorte (di introvabilità effettiva) per La via più breve fra Venezia ed il Brennero è la linea Mestre-Padova-Vicenza-Schio-Rovereto: calcolo approssimativo di costo di una ferrovia ordinaria fra Schio e Rovereto: appunti e confronti, di [Olinto De Pretto] (Schio, Tipi Prem. Manifattura etichette, 1899). Il libro è stato poi ristampato in facsimile nel 1985.
Einstein contestato? Ebbene sì!
Un curiosissimo libricino uscito nel 1923 in Francia e che si schiera dichiaratamente contro Albert Einstein e la Teoria della Relatività fu Les Hallucinations des Einsteiniens – Ou les Erreurs de Méthode chez les Physiciens-Mathématiciens (“Le allucinazioni degli einsteiniani”) di Christian Cornelissen (Paris, Librairie Scientifique Albert Blanchard, 1923).
Risulta di difficile reperibilità in quanto la tiratura fu sicuramente limitata all’indispensabile. Il libro la dice lunga su come l’ambiente scientifico accolse la teoria della relatività, soprattutto dopo il conferimento del Nobel nel 1921 al grande scienziato. Cornelissen cerca di dimostrare l’infondatezza scientifica delle teorie einsteiniane, ma con scarsi risultati.
Il suo, ad ogni modo, rimane un tentativo mirabile e di indubbia eccentricità, che in effetti ha dato luogo a un titolo assai ricercato dai collezionisti di curiosità.
in collaborazione con Simone Berni: https://www.cacciatoredilibri.com/la-prima-edizione-di-questo-libro-sullo-spiritismo-di-allan-kardec-1884/
Che cosa è lo Spiritismo?: introduzione alla conoscenza del mondo invisibile per mezzo delle manifestazioni spiritiche, contenente il riassunto dei principii della Dottrina spiritica e la risposta alle principali obbiezioni, di Allan Kardec; traduzione italiana di Giovanni Hoffmann (Torino, UTET, 1884).
Prima traduzione italiana di “Qu’est-ce que le Spiritisme“, inizialmente pubblicata in Francia nel 1859. Questo libro contiene una sintesi dei principi della dottrina spiritica e le risposte alle principali obiezioni. Allan Kardec, o Alan Kardec, vero nome Hippolyte Léon Denizard Rivail, nato il 3 ottobre 1804 e morto il 31 marzo 1869, è stato un educatore francese, fondatore della filosofia spirituale o spiritismo. È generalmente soprannominato il “codificatore dello spiritismo”. La copia qui presa ad esempio dell’edizione conserva la bellissima copertina originale della casa editrice.
Allan Kardec: L’architetto dello Spiritismo
Tutto comincia in una Francia turbolenta del XIX secolo, quando un pedagogista e filosofo, di nome Hippolyte Léon Denizard Rivail, notevolemente stimato nell’ambito educativo, si immerge nelle acque non esplorate dello spiritismo. Alla gente comune, Rivail è meglio conosciuto come Allan Kardec, il pseudonimo che adotta nel suo percorso di scoperta dello spiritismo.
Kardec nasce a Lione il 3 ottobre 1804 e, fin dalla giovane età, abbraccia la disciplina pedagogica sotto la guida del celebre Johann Heinrich Pestalozzi in Svizzera. Con il passare degli anni, diventa non solo un estimatore, ma anche un importante collaboratore di Pestalozzi, contribuendo alla riforma dell’educazione in Francia e Germania.
Tuttavia, la vera passione di Allan Kardec nasce nel 1854, quando prende forma il suo interesse per lo spiritismo. In un’epoca in cui la maggior parte delle persone accetta ciecamente la spiegazione del magnetismo animale per i fenomeni di spiriti, Kardec pensa diversamente. Ritiene infatti che questa interpretazione sia insoddisfacente e inizia a lavorare su una propria teoria.
Dedicando gli ultimi anni della sua vita alla sistematizzazione dello spiritismo, Kardec si distingue per il suo straordinario impegno nel cercare di elaborare un sistema di pensiero in cui le manifestazioni spirituali potessero contribuire alla trasformazione sociale e morale dell’umanità.
Il suo lavoro culmina in una serie di componimenti, che diventano ben presto la pietra angolare della filosofia spiritista. L’opera principale, conosciuta come “Il Libro degli Spiriti“, fornisce una spiegazione strutturata e pertinente degli enigmi dello spirito e del mondo invisibile che ci circonda.
Ma chi era l’uomo dietro il pedagogista? Il 6 febbraio 1832, si unisce in matrimonio con Amélie Gabrielle Boudet. Insieme, condividono non solo una vita, ma anche la passione per l’insegnamento e l’educazione. La coppia fonda un negozio pedagogico a Parigi simile a quello di Yverdon.
Dal punto di vista professionale, Kardec è un uomo di molti talenti. Traduttore, educatore, filosofo e, infine, il codificatore dello spiritismo. Tuttavia, al di sopra di tutto, è un uomo con una visione e un obiettivo: portare una trasformazione nel modo in cui l’umanità percepisce il divino e l’invisibile.
Allan Kardec muore il 31 marzo 1869, ma il suo lascito supera la sua morte. Oggi, è ricordato come il fondatore dello spiritismo, una dottrina che ha avuto un impatto enorme su un’ampia gamma di discipline, dalla filosofia alla medicina, e continua a farlo.
in collaborazione con l'autore Simone Berni
Il Golem di Gustav Meyrink
La creazione del mito del Golem è un fenomeno che affonda le sue radici nella tradizione ebraica e nella cultura ebraica medievale dell’Europa centrale. Il Golem è una figura di argilla animata, una sorta di creatura umanoide che agisce come un servitore obbediente al volere del suo creatore. Questa figura mitica ha ispirato numerosi racconti, opere teatrali e romanzi (nonché film), ma l’opera di Gustav Meyrink intitolata “Der Golem” è considerata una delle più importanti e influenti.
Il romanzo di Meyrink, pubblicato nel 1915, narra la storia di Athanasius Pernath, un gemmologo e restauratore di gioielli che vive nel quartiere ebraico di Praga. La trama si svolge alla fine del XIX secolo e si intreccia con leggende, riferimenti alla Kabbalah, misteri egiziani e pensieri teosofici indiani. Il protagonista è un uomo alla ricerca della propria identità, tormentato dai ricordi oscuri del suo passato e dalla presenza misteriosa del Golem.
Il romanzo è suddiviso in venti capitoli che raccontano una storia intricata e labirintica, piena di personaggi misteriosi e connessioni sottili. Meyrink esplora tematiche come la dualità dell’essere umano, la ricerca dell’identità, la magia e l’occulto. Il quartiere ebraico di Praga diventa un vero e proprio personaggio aggiunto, un labirinto simbolico in cui i personaggi si muovono, svelando segreti e intrecciando le loro storie.
L’opera di Meyrink ha avuto un impatto significativo sulla cultura dell’epoca. Il romanzo è stato lodato per la sua scrittura suggestiva e visionaria, che ha affascinato i lettori dell’epoca. “Der Golem” è stato considerato un classico della letteratura fantastica e ha contribuito a consolidare il mito del Golem come una figura iconica nella cultura popolare.
Il romanzo di Meyrink ha avuto diverse edizioni nel corso degli anni. La prima pubblicazione avvenne a puntate sulla rivista “Die Weißen Blätter” tra il dicembre 1913 e l’agosto 1914, mentre la prima edizione in formato libro è stata pubblicata nel 1915. Da allora, “Der Golem” è stato ristampato e tradotto in numerose lingue, consolidando la sua posizione come uno dei classici della letteratura fantastica.
Le implicazioni culturali del romanzo vanno oltre la semplice narrazione di una vicenda fantastica. Meyrink esplora tematiche complesse legate all’identità, alla psicologia umana e alla ricerca del sé. Inoltre, molti critici vedono in “Der Golem” riflessi delle preoccupazioni sociali e politiche dell’epoca, come l’antisemitismo e l’alienazione sociale.
“Der Golem” ha giocato un ruolo significativo nella genesi del mito del Golem e ha avuto un impatto duraturo sulla cultura dell’epoca. Il romanzo ha affascinato i lettori con la sua trama intricata e le sue tematiche complesse, e ha contribuito a consolidare il Golem come una figura iconica nella letteratura fantastica. Le numerose edizioni e traduzioni del romanzo testimoniano la sua importanza e il suo status di classico della letteratura fantastica.
L’edizione italiana di Franco Campitelli
L’opera – a 11 anni dall’uscita della prima edizione in tedesco – fu stampata a Foligno dalla celebre Stamperia di Franco Campitelli, erede di una dinastia di stampatori locali, nel 1926. Ci rammenta tristemente Domenico Cammarota che il traduttore e curatore dell’edizione, Enrico Rocca, futurista, redattore di “Roma Futurista” e poi de “L’Impero“, germanista e critico letterario, di origini ebraiche (come era del resto lo stesso Meyrink), si suicidò durante il rastrellamento tedesco del Ghetto di Roma (ottobre 1943), per sfuggire alle SS che gli davano la caccia.
Con gli anni Il Golem in prima edizione si è fatto sempre più raro ed esercita ancora un comprensibile fascino per la sua storia e per il mito millenario che tramanda. Il Golem uscì in due volumi, il primo propedeutico ed il secondo che rappresenta il romanzo vero e proprio. La seconda edizione apparirà molto più tardi (1966) per Bompiani nella celebre collana I Pesanervi; seguiranno le edizioni Club degli Editori (1973) e ancora Bompiani (1977, 1988, 1989 ed altre). Con la scadenza dei diritti dell’autore il libro è poi stato ristampato più volte da vari editori negli ultimi vent’anni.
La storica (e Reale) Stamperia Campitelli di Foligno
La dinastia dei Campitelli, nota famiglia di tipografi editori, ha lasciato un importante impronta nella storia di Foligno per ben 241 anni, dal 1694 al 1935. Fondata da Niccolò Campitelli, la stamperia passò di padre in figlio secondo un preciso ordine e periodo di attività.
Niccolò fu il primo a trasferirsi a Foligno, proveniente da Macerata, e fondò la prima sede della stamperia al Trivio, nell’angolo tra gli odierni corso Cavour e via Garibaldi. Si narra che i Campitelli fossero i detentori del celebre “torchio della Divina Commedia“, con il quale fu stampata a Foligno nel 1472 la prima edizione del poema di Dante Alighieri.
Nel 1697, Niccolò stipulò un contratto di collaborazione con Pompeo Campana, suo genero, ma le stampe continuarono ad essere pubblicate unicamente “Per Niccolò Campitelli“. Nel 1720, alla morte di Niccolò, i beni e la prospera “Tipografia camerale ed episcopale” vennero ereditati dai figli Feliciano e Filippo, che ottennero anche il titolo di “stampatori accademici” per l’Accademia Fuiginia della città.
Sotto la gestione di Feliciano e Filippo, le stampe venivano prodotte con la dicitura “Per Feliciano e Filippo Campitelli” e questo si protrasse fino alla morte di Filippo nel 1765. Da quel momento in poi, Feliciano rimase l’unico responsabile dell’azienda fino al 1780, quando passò il testimone a suo figlio Giambattista.
Giambattista ottenne nel 1782 il titolo di “stampatore pubblico” dal comune di Foligno, prendendo il posto di Giovanni Tomassini, un concorrente originario di Pesaro ma diventato genero ed erede di Campana. Nel 1811, Giambattista ottenne anche il brevetto ufficiale di tipografo dal governo napoleonico. Curiosamente, non utilizzò mai il suo nome sulle stampe, preferendo sempre l’indicazione “Per Feliciano Campitelli“. Durante il periodo della dominazione francese compariva anche la dicitura “Per il cittadino Feliciano Campitelli, stampatore nazionale“.
A partire dal 1780, il nome del gestore-proprietario non fu più considerato e sia la tipografia che le stampe continuarono a portare il nome di “Feliciano Campitelli” fino al 1920, quando comparve invece il nome “Franco Campitelli editore“. Nella prima metà del XIX secolo, la tipografia dei Campitelli fu messa alla prova dalla concorrenza di Giovanni Tomassini, che aveva preso il titolo di “stampatore pubblico e vescovile”. Tuttavia, nella seconda metà del secolo, grazie a Francesco Bocci, l’azienda tornò alla prosperità.
Celebri alcuni tesori del Novecento
Nei primi trent’anni del XX secolo dai torchi di Campitelli uscirono opere oggi assai ricercate, come ad esempio Architettura Futurista di Virgilio Marchi (1924), l’Opera completa di Umberto Boccioni (1927) o La danza di Frine di Antonio Galeazzo Galeazzi (1923). Ma anche: Poeti allo specchio di Luciano Folgore (1926), i Fioretti di Sancto Francesco (1923), Futurismo e fascismo di F. T. Marinetti (1924), Le forze umane di Benedetta Cappa (1924) e La maschera mobile di Anton Giulio Bragaglia (1926) e ancora Canti per le chiese vuote di Paolo Buzzi (1930). La lista potrebbe continuare a lungo.
in collaborazione con l'autore Simone Berni
Lucida Mansi (1606 circa -1649), nobile italiana del XVII secolo, affascina e atterrisce gli animi ancora oggi, secoli dopo la sua morte avvolta da un sinistro alone di mistero. La sua vita e la sua morte si intrecciano in una narrazione misteriosa e affascinante, mescolando la storia al folklore locale.
La figura di Lucida Mansi, originaria di Lucca e appartenente a una famiglia di nobili lucchesi, si staglia con toni fortemente contrastanti. Giovanissima, sposò Vincenzo Diversi, assassinato nei primi anni di matrimonio. Rimasta vedova, si risposò con l’anziano e ricco Gaspare di Nicolao Mansi, un evento che destò scalpore per l’imponente differenza d’età e per la straordinaria bellezza di Lucida rispetto al suo nuovo sposo. La famiglia Mansi era rinomata in tutta Europa grazie al commercio di seta, ma ben presto la vita di Lucida prese una piega inaspettata.
Il patto col Diavolo
La leggenda si intreccia con la storia, dando vita a racconti oscuri e inquietanti. Lucida, tanto affascinante quanto dissoluta, è descritta come una donna votata ai piaceri terreni, pronta perfino a eliminare chiunque le stesse a cuore. Pare persino che si sia concessa un patto con il Diavolo, ottenendo trent’anni di giovinezza in cambio della sua anima. La sua bellezza intatta, nonostante il passare del tempo, e la sua dissolutezza continuarono a perpetuarsi mentre coloro che la circondavano invecchiavano.
Trent’anni più tardi, così racconta la narrazione popolare, il Diavolo tornò per reclamare la sua parte del patto. Lucida cercò disperatamente di sfuggirgli, ma alla fine fu portata via su una carrozza infuocata, gettandosi nelle acque del laghetto dell’Orto botanico comunale di Lucca. Ancora oggi si dice che il suo fantasma vaghi in quei luoghi, segnando una scia di terrore e mistero.
La storia di Lucida Mansi si confonde con il folclore locale, creando un’atmosfera intricata e misteriosa. Pur rispettando la verità storica, non possiamo evitare di essere catturati dalla narrazione avvolta dal velo del mistero e dell’intrigo. Il suo ricco passato e la sua morte tragica continuano a suscitare speculazioni e racconti, rendendo il racconto di Lucida Mansi una delle storie più affascinanti e inquietanti della storia lucchese.
Il libro cult su Lucida Mansi
Il libro più importante, più ricercato e più ambito sul personaggio misterioso e conturbante di Lucida Mansi è senza dubbio Lucida Mansi nella leggenda e nella storia, di Eugenio Lazzareschi (Lucca, Scuola Tip. Artigianelli, 1930). In realtà di tratta appena di un opuscolo di limitatissime proporzioni, una cinquantina di pagine, con un ritratto, ma è il primo punto di riferimento per storici, biografi e archivisti. Probabilmente si tratta del titolo del XX secolo più ricercato in Toscana a livello locale.
L’autore, Eugenio Lazzareschi (1882-1949) è stato uno scrittore molto noto in Toscana. Nativo di Castel del Piano (GR), fu direttore all’Archivio di Stato di Lucca dal 1931 all’anno della sua morte ed è tutt’oggi ricordato per aver contribuito a una fase d’oro dell’Archivio, in quanto accrebbe le raccolte del suo Istituto, soprattutto incentivando le donazioni di molti archivi privati di proprietà di famiglie patrizie lucchesi.
Copie di Lucida Mansi nella leggenda e nella storia vengono ricercate affannosamente da studiosi, librai e collezionisti (non solo locali), ormai da quasi un secolo. Sono molti anni che non se ne vedono sul mercato. Le uniche due biblioteche che ne possono vantare una sono: la Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze e la Biblioteca Statale di Lucca.
A seguito di una forte domanda e di una crescente curiosità per il personaggio di Lucida Mansi, il libretto di Eugenio Lazzareschi è stato ristampato nel 2006 da M. Pacini Fazzi di Lucca, con introduzione a cura di Fabrizio Bondi. Trascorsi ormai diversi anni, anche la ristampa si è fatta quasi irreperibile.
Altri libri
L’unico altro libro di cui si ha notizia è Lucida Mansi, di Fernanda Martinelli (Lucca, senza dati editoriali, 1974). Mentre “Diario di Lucida Mansi” di Stelvio Mestrovich (Empoli, Ibiskos, 1995), sembra essere un’opera di narrativa, ispirata al personaggio. Lo stesso dicasi per Lucida e altri racconti (Lucca, La supergrafica, 1979) e La commedia nella leggenda e altre storie (Novate Milanese, Calibano, 2019), entrambi dello stesso autore.
Di Simone Berni
Nelle collezioni sconfinate di B. B. di Roma e di A. D. I. di Milano è saltato fuori un titolo del conturbante Carlo Hakim De’ Medici, che pare davvero sconosciuto ad ogni biblioteca. Si tratta di Crudeltà (Milano, La Sfinge, 1927). All’inizio sembrava la stessa raccolta di racconti I topi del cimitero, a cui un altro editore aveva per vezzo o calcolo cambiato titolo. Un esame più accurato ha invece rivelato che si tratta di una serie più completa, con quattro racconti inediti e con delle versioni aggiornate e fortemente modificate della raccolta precedente. Una vera e propria scoperta, quindi.
Chi sia Carlo Hakim De’ Medici è materia per pochi. Di lui si ricordano altri romanzi e racconti ascrivibili oggi al genere fantastico, tra cui Nirvana d’amore (Trieste, Bottega d’Arte, 1925) e I topi del cimitero (Trieste, Bottega d’Arte, 1924); quest’ultima è una straordinaria raccolta di racconti.
L’autore fu probabilmente friulano. Si ricordano infatti scritti come Leggende friulane (Trieste, Bottega d’Arte, 1924; stampata ad Udine). Secondo la ricostruzione biografica di Guido Andrea Pautasso nella postfazione al volume, dal titolo Il mistero iniziatico di Gomòria, si evince che Carlo Hakin De’ Medici sarebbe nato a Parigi nel 1887, interessandosi precocemente all’esoterismo iniziatico e sviluppando poi una letteratura erotica-esoterica, sia pur marginale, che comunque seguì il gusto raffinato dei tempi.
Il parere del cacciatore di libro
Al momento sono state schedate tre copie di Crudeltà, tutte in possesso di collezionisti privati a Roma e Milano. Due di esse presentano la brossura originale ed una è stata ricopertinata in cartonato rigido, sul quale sono state incollate la copertina e la quarta, come si usava circa cento anni fa ed anche più recentemente.
Tratto https://www.cacciatoredilibri.com/i-poteri-delle-tenebre-il-nuovo-dracula-di-bram-stoker/
Di Simone Berni
La strana edizione islandese di Dracula
Malauguratamente, per gran parte degli studiosi e dei librai l’edizione islandese del 1901 è ancora unanimemente riconosciuta come la prima traduzione del Dracula di Bram Stoker, sebbene la traduzione ungherese, e relativa coeva edizione in volume, andrebbero considerate le prime in ordine cronologico. L’unico dubbio che la traduzione islandese possa aver preceduto quella ungherese è legato alla data apposta in calce alla prefazione dell’edizione di Reykjavik, ossia agosto 1898. Ad ogni modo, l’edizione ungherese in volume precede di tre anni quella analoga islandese.
Datazione a parte, Dracula di Bram Stoker fu tradotto per i lettori islandesi da Valdimar Ásmundsson, giornalista e scrittore; inizialmente apparve a puntate nel periodico «Fjallkonan» di Reykjavik, e questo a partire dal 13 gennaio 1900. Il traduttore era il marito dell’editor Bríet Bjarnhéðinsdóttir.
Sia l’edizione a puntate che quella in tomo portano il titolo di Makt Myrkranna (ossia: “Forze delle tenebre”, o “Potenze delle Tenebre“), che fu ideato dallo stesso Ásmundsson. Dal colophon lo stampatore risulta essere Nokkrir Prentarar di Reykjavik. In realtà Nokkrir Prentarar significa “stampatori vari” in lingua islandese. Il libraio Agúst Eirikur della Libreria Bokin di Reykjavik ci spiega amabilmente che non è noto dove e quali fossero realmente in città questi stampatori. Félagsprentsmiðjan risulta essere il nome della casa editrice.
Ma è veramente “Dracula”?
Solo in anni più recenti ci si è resi conto, analizzando il testo del romanzo, che Makt Myrkranna non era affatto un’edizione integrale e fedele del romanzo di Stoker. La trama è risultata diversa e c’erano delle aggiunte piuttosto interessanti, al punto da poter parlare quasi di un nuovo romanzo. Il testo risulta essere più breve dell’originale, con una suspense più concentrata e un arricchimento del lato sensuale ed erotico della trama. Dice uno dei primi italiani ad essersi accorto della stranezza, ossia, Francesco Brandoli:
“È evidente come la trama di Powers of Darkness, nella seconda parte del romanzo, si discosti in maniera massiccia dal testo originale, aprendo molti spunti a possibili sviluppi e intrecci della trama.
È ipotizzabile che, avendo Stoker ceduto i diritti di pubblicazione all’editore per Inghilterra e Stati Uniti, lo stesso abbia poi trattato direttamente la cessione in Islanda, per lucrare maggiormente, forse cedendo una delle prime stesure del romanzo (all’epoca non era facile né rapido inviare copie, non certo via mail, e questo potrebbe aver favorito – ipotizzo – l’invio di un manoscritto di bozza già pronto).”
Il romanzo, quindi, è uscito anche in italiano, con il titolo de I Poteri delle Tenebre: Dracula, il manoscritto ritrovato, di Bram Stoker e Valdimar Ásmundsson (Milano, Carbonio Editore, 2019).
Per la cronaca, il romanzo Powers of Darkness, per la prima volta in lingua inglese, curato da Hans Corneel de Ross, uno dei massimi studiosi di Dracula, è uscito nel 2017 per Overlook Duckworth.
NOTA: una vecchia notizia di una vendita all'asta del libro Asia mysteriosa che ci permette di avere qualche notizia su autore e opera. In collaborazione con l'autore Simone Berni
Asia mysteriosa: l’oracle de force astrale comme moyen de communication avec “Les petites lumières d’Orient”, di Zam Bhotiva; précédé d’une préface de F. Divoire et d’études par Maurice Magret et J. Marquès-Rivière (Paris, Dorbon-Ainé, 1929) [in Francese]
L’ESEMPLARE IN ASTA – L’asta chiude alle h. 20:05 del 28 luglio 2021.
Ragguardevole esemplare di un’opera molto rara e ricercata del grande esoterista Zam Bhotiva, al secolo Cesare Accomani. Notizie biografiche pressoché nulle su di lui. Non sono note, per esempio, le date di nascita e di morte. Si suppone che sia stato un musicista. Di lui ci rimarrebbero solamente una serie di missive, e le opere Asia mysteriosa (1929), Du Magnétisme Personnel (1909) e La Magie dans l’art du chant (1933).
La Confraternita dei Polari si collocava all’interno di una solida tradizione rosacrociana, i due massimi esponenti erano gli iniziati francesi di origine italiana Cesare Accomani e Mario Fille. L’esemplare che qui si segnala in vendita è di straordinario interesse perché porta una dedica autografa di Zam Bhotiva al suo amico Otto Rahn – l’homme du Nord – con il quale partì alla ricerca del tesoro cataro a Montsegur.
In Italia Asia mysteriosa è conservato solamente nella Biblioteca diocesana di Cuneo, nella Biblioteca e archivio dell’Accademia ligustica di belle arti di Genova e presso la Biblioteca Statale Stelio Crise di Trieste.
Dalla scheda del venditore:
Eccezionale vecchio libro esoterico rosacrociano con il leader di Montmartre dei Polaires: Zam Bhotiva. La sua dedica: “à vous qui connaissez l’homme du Nord (allusione a Otto Rahn) … franc maçon”.
Dedica molto rara di Zam Bhotiva e l’unica volta in vita sua che ha citato Otto Rahn ed è molto raro trovare dediche di Zam Bhotiva sul mercato attuale.
Condizioni discrete, anche se la copertina è in cattive condizioni, leggermente macchiata, parzialmente staccata e i bordi delle pagine sono un po’ consumati in quanto la carta è vecchia e il libro è molto vecchio. Lo straordinario privilegio di questo libro è la dedica di Zam Bhotiva, che cita il suo amico Otto Rahn con il quale partì alla ricerca del tesoro cataro a Montsegur. Nel corso della sua vita, Zam non ha fatto altro riferimento in una dedica a Otto Rahn.
Alcune pagine presentano passaggi segnati con una croce o parole o margini sottolineati a matita grigia per indicare all’iniziato rosacrociano di meditare su questi importanti passaggi e anche per aiutare a comprendere il segreto dell’oracolo di Polaire.
di Simone Berni
Finalmente fa capolino in italiano un romanzo di Ignatius Donnelly… ma è già raro
Il sogno di un politico
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| Immagine tratta da Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/ Ignatius_Donnelly#/media/File: Ignatius-Donnelly.jpg |
Ce n’è uno in particolare la cui conoscenza diventa basilare per chi si occupa di Atlantide e di civiltà scomparse, perché a detta di molti è a tutt’oggi uno degli autori più importanti e rivoluzionari nell’ambito di questa materia dopo Platone.
Ebbene, di questo autore americano, si trovano pochissime tracce fuori dagli Stati Uniti. Sto riferendomi ad Ignatius Donnelly. Per molti dizionari biografici Ignatius Donnelly è poco più che qualche breve riferimento. Nato a Philadelphia nel 1831, di origine irlandese. Nel 1857 si trasferì in Minnesota assieme al suo socio John Nininger, dove i due cominciarono il progetto di una città-ideale, Nininger City, nella contea di Dakota. La città avrebbe dovuto situarsi lungo il fiume Mississippi, circa diciassette miglia a sud di Saint Paul, ma la realizzazione non ebbe pieno successo.
Nininger City, comunque, rimase la sua dimora per tutta la vita. Donnelly fu vice governatore del Minnesota dal 1859 al 1863. Morì a Minneapolis il primo di gennaio del 1901. È sepolto nel cimitero Calvary di Saint Paul.
Ma se è già difficile trovare ormai citato il suo nome nei libri odierni su Atlantide, direi che è quasi impossibile reperire notizie circa la sua attività di romanziere.
Un romanziere sui generis
Donnelly ha infatti scritto sul finire dell’800 tre utopian novels, cioè tre romanzi di utopia. Essi sono Caesar’s Column (1890), Doctor Huguet (1891) e The Golden Bottle (1892). Gli ultimi due non sono affatto facili da trovare e le quotazioni sono sostenute.
Il carattere spiccatamente americano di questi scritti e il loro chiaro intento politico, li rende un materiale cristallizzato nell’epoca che li ha partoriti e per questo motivo essi hanno subito un crescente isolamento fino all’oblio vero e proprio, perpetuato nella stessa America. Queste storie, che pure hanno conosciuto grande popolarità ai tempi della loro uscita, soprattutto Caesar’s Column (“La colonna di Cesare”), oggi appaiono misconosciute, forse addirittura incomprensibili nelle sfumature politiche e sociologiche, almeno per chi non conosca nel dettaglio la storia del Minnesota e degli stati del nord-ovest della confederazione ai tempi del loro autore.
Ma ecco che la coltre di silenzio si rompe…
Nel giugno del 2019 finalmente arriva in lingua italiana il primo romanzo d’utopia di Ignatius Donnelly, Caesar’s Column, che l’editore elemento115 traduce in Un Racconto del XX secolo: la Colonna di Cesare (giugno 2019), di Ignatius Donnelly, traduzione di Vanni De Simone. Il libro si sta però facendo raro, molti portali (IBS, Amazon) ne sono già sprovvisti a pochi mesi dall’uscita, almeno in forma cartacea, che è quella che a noi cacciatori di libri preme. Mi rendo conto però che l’interesse per l’autore e il tema trattato siano veramente elementi di nicchia. Un plauso al coraggioso editore che ci ha comunque creduto e che lo ha proposto alle nostre latitudini.
Chi scrive trova questi romanzi entusiasmanti, pieni di ingenua e focosa passione, meravigliosamente fuori dal nostro tempo e senza ombra di dubbio da riscoprire, ma la mia ha tutte le caratteristiche riconosciute della classica “voce nel deserto”. Nessun editore in Italia li ha mai presi sul serio prima di Vanni De Simone di elemento115. Sono sempre stati considerati un fenomeno “tipicamente americano”, e come tale improponibile al di là dell’Atlantico. Punto e basta.
Mi sono spesso domandato, fin dal 2005, quando ne ho parlato per la prima volta in A caccia di libri proibiti, se sarebbe stato possibile tradurli, riproporli in una forma moderna, ma allo stesso tempo mantenere rigorosamente intatta la loro natura. Ero quasi arrivato alla conclusione che la cosa non era fattibile. Ma alla fine qualcuno ha raccolto la sfida. E può ancora vincerla.
La bottiglia dell’oro
The Golden Bottle (“La bottiglia dell’oro”), il romanzo che tra questi prediligo, è come un mosaico nel pavimento di una cattedrale. Il suo posto è quello e non può essere rimosso, perché altrove sarebbe senza senso, perderebbe il suo significato originale. Diciamo che, in caso di traduzione in italiano, il libro sarebbe davvero un prodotto per “pochi intimi”, accessibile solo previo e adeguato indottrinamento.
In America il romanzo The Golden Bottle fu pubblicato da D. D. Merrill Company di New York & Saint Paul nel 1892. Il libro è in formato sedicesimo, con una copertina rigida in tela verde scuro, fregi e titoli in oro al piatto anteriore e al dorso. Romanzo di utopia che si presenta con una chiara connotazione politica in favore del Popular Party.
Prima di quest’opera Donnelly aveva già alle spalle libri famosi come Atlantis: The Antediluvian World, Ragnarok: The Age of Fire & Gravel e The Great Cryptogram, ma con The Golden Bottle si avvale di tutta la sua esperienza e produce un piccolo capolavoro d’evasione.
Certo, è innegabile che il romanzo sia anche un pezzo di campagna elettorale rivolto agli interessi degli agricoltori dell’ovest ma il libro è comunque un’utopia letteraria di fine congettura, e per questo degno di un particolare interesse.
Donnelly pubblicò The Golden Bottle, dice lui stesso:
“(…) con l’intenzione di spiegare e difendere, sotto forma di storia, alcuni ideali del Popular Party (…) Ho la speranza che l’interesse per questo libro non si spenga fino a che i propositi in esso narrati non giungano a compimento.”
La storia è abbastanza semplice e allo stesso tempo di grande presa per il pubblico. Si narrano delle avventure del ragazzo Ephraim Benezet del Kansas, figlio di contadini, al quale un misterioso vecchio materializzatosi nel mezzo della notte, consegna una bottiglia miracolosa con un liquido capace di trasformare i metalli vili in oro. Discutendo sull’impatto politico e sociale di questo potere – il potere di creare nuovo denaro a piacimento (per decreto, nella realtà) – Donnelly descrisse le condizioni alle quali si erano ridotti gli agricoltori dell’ovest, vessati dalle tasse e oppressi dalla dilagante corruzione del sistema bancario, che gli precludeva la possibilità di estinguere i loro debiti.
Sviluppando questo background, Donnelly enfatizzò molte delle paure dell’America rurale di fine ottocento. Focalizzò le sue attenzioni soprattutto sul fenomeno dell’esodo delle famiglie di agricoltori verso le grandi città e sulle degradanti condizioni di lavoro nelle fabbriche. Donnelly denunciò anche la disonestà di una parte preponderante dell’editoria, soprattutto la diffusione di giornali e quotidiani di parte, a esclusiva difesa degli interessi dei grandi gruppi industriali.
Benezet si risveglia al mattino con davanti a sé due realtà conflittuali. Da una parte la situazione della sua famiglia, oppressa da mutui inestinguibili con le banche, e della sua dolce fiamma Sophie, anch’essa finita in rovina e costretta a emigrare coi suoi genitori. Dall’altra, la bottiglia dell’oro, appoggiata ai piedi del letto. Benezet, avendo il potere di creare denaro, riesce pian piano a migliorare la sua situazione, quella della sua famiglia, degli amici, fino a capovolgere completamente le sorti per tutti gli agricoltori sia dello stato che dell’intera confederazione.
L’americano eroe del mondo intero
Divenuto ricco e famoso, vinte le tentazioni del denaro, riuscirà a farsi eleggere presidente degli Stati Uniti. Compirà molte importanti riforme, come la concessione del voto alle donne, la nazionalizzazione delle ferrovie, l’eliminazione dei ghetti cittadini. Da non dimenticare, infatti, quanto egli vedesse di buon occhio i deboli, gli oppressi e tutte le minoranze, i nativi americani, gli afro-americani (come si dice oggi) e gli ebrei.
Nella parte finale del libro Donnelly si occupa dei rapporti dell’America con il resto del mondo. Fa approdare Benezet in Europa, con la ferma intenzione di estendere le dottrine della rivoluzione del 1776 a tutte le nazioni. Sebbene Benezet precipiti in un’Europa dilaniata dalla guerra, ben presto si fa garante della pace, esortando le masse ad opporsi ai governi totalitari e liberando tutta l’Europa occidentale dalle dittature. Tra le altre cose, incoraggerà gli ebrei a stabilire uno stato in Palestina.
Per garantire la pace sia sul vecchio che sul nuovo mondo costituirà un’organizzazione apposita, che egli chiamerà The Universal Republic. La sede di questa organizzazione mondiale sarà nelle Azzorre, cioè sulla “punta di Atlantide”, come aveva affermato dieci anni prima nella sua famosa opera Atlantis: The Antediluvian World (“Atlantide: il mondo prima del diluvio”) (New York, Harper & Brothers, 1882).
La capitale scelta da Benezet è situata nell’isola di Saint Michael, che verrà appositamente acquistata “dal piccolo regno del Portogallo”.
Il libro si chiude con il giovane protagonista che si risveglia dal suo sogno. Riprecipita al cospetto della cruda realtà, e si trova costretto a fare i bagagli e abbandonare la sua fattoria, oppresso dalla situazione economica. Dovrà così cominciare a lavorare per il mondo di ideali e d’utopia che ha appena sognato. Senza la bottiglia dell’oro, però.
I primi libri di Donnelly ad arrivare in Europa
Tra le utopistiche visioni di Donnelly quella che colpisce di più è l’aver concepito l’ONU con oltre mezzo secolo d’anticipo, dimostrando come a livello inconscio già a quei tempi si avvertisse la necessità di un organismo sovra-nazionale teso a vigilare le sorti del mondo.
“The Golden Bottle – dice Donnelly – fu scritto di fretta, per la maggior parte sulle mie ginocchia durante i frequenti spostamenti in treno a causa della campagna di governatore del Minnesota”. E nelle stanze di albergo che lo ospitavano di volta in volta”.
The Golden Bottle uscì sia in versione hard cover, cioè con copertina rigida, che in paper cover (paperback), vale a dire con copertina morbida, e non fu ristampato. Si annovera una ristampa anastatica del 1968 a cura di Johnson di Londra. Fatti salvi i moderni servizi di stampa on demand, credo non ne esista una vera ri-edizione, dopo quella del 1892. Evidentemente il libro fu visto solo come un’opera propagandistica, non ebbe un riscontro favorevole nelle vendite e finì presto dimenticato.
Nel secondo dopoguerra è stato valorizzato solo a livello universitario. In Canada, Stati Uniti ed Australia ci sono infatti vari studiosi e ricercatori che hanno trattato le opere di Ignatius Donnelly, suddividendo la sua produzione in tre filoni principali: Atlantide, Bacone e Utopia.
Interessante un’edizione coeva in lingua svedese, di cui non sospettavo neppure l’esistenza. Il libro in questione è Den Gyldene Flaskan (Stockholm, Looström & Komp:s, 1893). Il formato del volume è simile a quello dell’edizione americana, il colore predominante della copertina è anche in questo caso il verde scuro. È la precisa traduzione dell’originale, a cura di Victor Pfeiff.
Il libro uscì probabilmente sulla scia del successo di Caesar’s Column, che in Svezia ebbe tre edizioni nello spazio di un anno, curiosamente con tre titoli differenti: Caesars Kolonn (1891); Varldens Undergang (1891); Civilisationens Undergang (1892).
Utopie o plagi letterari?
C’è un solo libro edito in Italia dedicato alla vita e all’opera di Ignatius Donnelly. Parlo di Sweet Home Minnesota. La carriera politica di Ignatius Donnelly (Genova, COEDIT, 2004) di Pierangelo Castagneto, un esperto di storia degli Stati Uniti e delle relazioni euroatlantiche. Il libro è uno studio completo ed esaustivo, che traccia un quadro soddisfacente del panorama politico dell’America rurale di fine Ottocento.
L’autore cita in continuazione anche i romanzi di Donnelly, in quanto spesso lui fa dire ai suoi personaggi (come nel caso di Edmund Boisgilbert, Gabriel Weltstein o Ephraim Benezet) le cose che pensa come politico e che vuole diffondere tra la gente. Una notazione assai interessante di Castagneto riguarda le analogie tra The Golden Bottle di Ignatius Donnelly e Il Mago di Oz di Frank Baum, se si adotta una lettura populista.
La cosa è assolutamente plausibile, se si pensa che il secondo romanzo ha seguito il primo di soli otto anni. Nel libro di Donnelly c’è Ephraim Benezet, nel libro di Baum c’è Dorothy, entrambi figli di agricoltori del Kansas, che subiscono un avvenimento soprannaturale.
Ephraim si ritrova in possesso di una bottiglia miracolosa che tramuta tutto in oro e Dorothy va a finire in un mondo popolato da strane creature. I due personaggi hanno una escalation di esperienze fantastiche e meravigliose che porteranno il protagonista maschile a essere eletto presidente degli Stati Uniti e quello femminile ad accedere alla Città degli Smeraldi dove vive il Mago di Oz.
Il primo a portare Donnelly in Italia
L’interessante editore Mondo Ignoto di Roma ha fatto uscire – primo in assoluto in Italia a portare Donnelly – il volume Platone, l’Atlantide e il Diluvio, che è la traduzione di Atlantis – The Antediluvian World del 1882, a firma di Ignatius Donnelly. Un raggio di luce nelle tenebre.
Grandiosa la versione di Luigi Cozzi. Solo chi ha letto l’opera originale in inglese può veramente rendersi conto della difficoltà dell’impresa. Come si suol dire, “meglio tardi che mai”. La prima edizione reca scritto ottobre 2005 ma i volumi hanno cominciato a circolare già a maggio dello stesso anno.
Lo “scambio di personalità” in Doctor Huguet
Anche Doctor Huguet (Chicago, F. J. Schulte & Co., 1891) apparso l’anno prima di The Golden Bottle, è un romanzo utopistico dalle interessanti implicazioni.
Lo scambio di personalità fra due protagonisti (in genere tipi opposti) come espediente narrativo diverrà un classico, e sarà ripreso più volte nel secolo successivo sia in letteratura che nel cinema.
La critica fu assai sfavorevole e anche se nel 1899 Donnelly si vanterà di essere arrivato alla quinta edizione, alcuni suoi biografi sono dell’idea che il numero debba essere stato più basso. È certo però che le edizioni furono almeno tre.
Donnelly usa la formula dello pseudonimo, Edmund Boisgilbert, lo stesso di Caesar’s Column, ma sia nella copertina che nel frontespizio appare il suo nome per esteso, così che non ci possano essere dubbi sull’identità dell’autore. Pierangelo Castagneto nota la somiglianza di questo pseudonimo al nome dello studioso di economia francese Pierre Le Pesant de Boisguilbert (1646-1714), precursore dei fisiocrati.
Dei tre romanzi utopistici di Donnelly, solo Caesar’s Column ebbe un certo successo editoriale, con 60.000 copie vendute solamente nell’anno di uscita, il 1890, e traduzioni in vari paesi.
Donnelly lo scrisse in meno di cinque mesi e lo sottopose subito ad Harper & Brothers di New York, con il quale aveva già pubblicato Atlantis, ma questi lo rifiutò. Così come lo rifiutarono, uno dopo l’altro, Scribner’s, Houghton Mifflin, Appleton e A.C. McClurg, che anzi lo videro come un incitamento alla rivoluzione.
Donnelly però conobbe un nuovo editore, appena trasferitosi a Chicago, Francis J. Schulte, che invece si dimostrò entusiasta del lavoro, ne comprese la portata e lo fece uscire nell’aprile del 1890, suggerendo comunque di usare uno pseudonimo, che poi fu Edmund Boisgilbert. Le duemila copie della prima tiratura si esaurirono in un lampo e fu subito ristampato. In autunno il libro fece la sua uscita anche in Europa, per conto di Sampson Low, Marston & Co. di Londra.
Shakespeare non ha scritto i suoi sonetti
Della passione di Ignatius Donnelly per Bacone (e dell’antipatia per Shakespeare) non si può davvero tacere. Il faticoso frutto dei suoi tentativi lo possiamo leggere in due degli otto libri scritti in vita dal politico del Minnesota, dove egli cerca di dimostrare che i celebri sonetti di Shakespeare sarebbero in realtà da attribuire a Bacone.
Si tratta di The Great Cryptogram (“Il grande criptogramma”) (Chicago, R. S. Peale & Co., 1888) e di The Cipher in the Plays, and on the Tombstone (“Il codice nelle commedie e sulla lapide”) (Minneapolis, The Verulam Publishing Co., 1899).
In estrema sintesi, Donnelly sostiene che i sonetti normalmente attribuiti a Shakespeare sarebbero stati scritti in cifra, quindi con l’uso di un codice matematico, e che lui avrebbe decrittato a forza di tentativi.
Sostiene, per esempio, che si possono ottenere risultati molto interessanti adoperando chiavi quali “Francis”, “William”, “Shake” e “Speare”.
Dal dicembre del 1883, infatti, si era andata spargendo la voce che un politico e scrittore del Minnesota, Donnelly appunto, aveva scoperto un codice matematico che permetteva di portare alla luce significati nascosti nelle opere di Shakespeare. A seguito di questo affermazioni Donnelly balzò momentaneamente all’attenzione dei media del tempo. Fu oggetto di molte indagini da parte degli inviati del Washington Post, del Telegraph, dello Strand Journal e del New York Sunday World, ma la sua posizione fu più che altro criticata e l’argomento sminuito e trattato come un fatto di costume e di curiosità letteraria.
Il suo lavoro principale sul tema, The Great Cryptogram, incontrò una fiera opposizione, soprattutto in Inghilterra, cosa del resto facilmente pronosticabile. L’opera in questione è monumentale, con quasi mille pagine, e non è facile oramai rinvenirne copie in perfetto stato, dato che molte di esse tendono a sfasciarsi o a presentare tracce d’uso sempre più marcate. All’interno appare anche una bella tavola fuori testo a colori con un esempio delle elucubrazioni di Donnelly.
Materiale senz’altro interessante per uno psichiatra, direbbe qualcuno. Difatti, venire a capo dei ragionamenti di Donnelly è veramente impresa ardua e non ritengo che siano in gran numero quegli studiosi – anche restringendo il campo ai suoi connazionali – con le idee chiare circa il metodo escogitato dall’estroverso scrittore americano.
C’è un raro opuscolo, Did Bacon Write Shakespeare? A Reply to Ignatius Donnelly (“Fu Bacone a scrivere Shakespeare? Risposta a Ignatius Donnelly”) (London, Simpkin, Marshall, & Co., 1888) di Charles C. Cattell, diffuso lo stesso anno del Grande Crittogramma e al quale replica polemicamente. È un libricino in formato sedicesimo di appena 32 pagine e fu posto in vendita per sei pence dell’epoca.
L’ultimo atto di un’ossessione
“Nel marzo del 1899 – scrive Martin Ridge nel suo ottimo Ignatius Donnelly. Portrait of a Politician (“Donnelly: ritratto di un politico”) (Chicago, The Chicago University Press, 1962) – Donnelly decise di pubblicare privatamente l’ultimo atto della controversia Bacone-Shakespeare, The Cipher in the Plays, and On the Tombstone”.
Aveva provato a cercare un editore, trovandosi però di fronte una ferma opposizione. Le sue nuove argomentazioni, ultima quella che Francis Bacone fosse non solo l’autore dei sonetti di Shakespeare ma
anche delle opere attribuite a Marlowe e Cervantes, aveva francamente superato la soglia di sopportazione del pubblico e nessun editore ne voleva sapere.
Forse Donnelly, giunto al punto che gli editori neanche lo ricevevano, avrebbe finito con il seppellire il suo libro, nonostante ci avesse lavorato per otto anni, se non fosse che ormai ne aveva praticamente reso pubblico il contenuto parlandone ripetutamente a dibattiti e conferenze ed era moralmente obbligato a farlo uscire.
Quest’opera fu assai contrastata, tra l’altro fu l’ultimo suo sforzo; ha una rarissima sopraccoperta muta dell’epoca. In effetti le prime sopraccoperte erano proprio così, senza dati editoriali; nascevano unicamente, come suggerisce il nome stesso (dust jacket o dust wrapper), per preservare i libri dalla polvere.
A quest’ultimo libro avrebbe dovuto farne seguito un altro, nelle intenzioni, dal titolo di Ben Jonson’s Cipher ma Waldorf Astor, che già si era dovuto accollare le spese di stampa e diffusione del The Cipher, come Verulam Publishing, rifiutò alla fine il nuovo incarico e il libro non vide mai la luce.
Donnelly dopo pochi mesi morì e non risulta che il suo lavoro sia mai stato continuato da altri. Tutte le sue carte giacciono ancora in qualche anonimo scatolone, aspettando chi le faccia rivivere.
E se qualcuno ci avesse già pensato? Una scrittrice come Virginia M. Fellows porta avanti la mania di Donnelly per i codici, e con il suo The Shakespeare Code (“Il codice di Shakespeare”) (Snow Mountain Press, 2006) ha creato qualche anno fa un caso controverso.
Rarità assolute e inavvicinabili
Alcuni libri di Ignatius Donnelly sono estremamente rari e praticamente sconosciuti alle maggiori bibliografie. È il caso di The sonnets of Shakespeare: an essay (“I sonetti di Shakespeare: un saggio”) (Saint Paul, Geo. W. Moore, 1859). Pare che prima di questo lavoro il politico del Minnesota, padre di Atlantide, avesse dato alle stampe solamente una poesia e un paio di opuscoli di propaganda politica, usciti poco dopo il 1850. Tutto materiale o introvabile o iper-valutato dai librai. Provate a chiedere alla Rulon-Miller Books, una libreria di Saint Paul, Minnesota.
La stessa libreria detiene gli altrettanto rari Contested election case of Ignatius Donnelly versus William D. Washburn (Saint Paul, West Publishing, 1879) e Report of the Pine Land Investigating Committee to the Governor of Minnesota (Saint Paul, Pioneer Press Co., 1895).
Sempre su Donnelly vorrei aggiungere che il misterioso libro The Last War (“L’ultima guerra”), nominalmente attribuito a Samuel W. Odell (Chicago, Charles H. Kerr, 1898), potrebbe in realtà essere opera del politico del Minnesota (ma non ci sono prove e prendetela solo a livello speculativo). Ne ho trovato riferimento in un fantomatico ritaglio di giornale di inizio novecento (testata non rintracciabile) che era contenuto in veste di segnalibro in una edizione di Atlantis di Donnelly.
Nel ritaglio, un lettore, tale M. P. Smith, scrive alla rubrica Answers by the Editor e chiede al direttore del giornale notizie di questo libro e del suo autore. Il direttore risponde dicendo che l’opera “fu pubblicata alcuni anni fa ma che al momento è fuori catalogo”.
Il libro di Odell si è dimostrato a lungo impossibile da rintracciare. Si sapeva solo che era un romanzo d’utopia con il seguente sottotitolo: The triumph of the English tongue. A story of the twenty-sixth century, compiled from the official notes of Newman, reporter to the President of the United States (“Il successo della lingua inglese. Una storia del XXVI secolo, trascritta dalle note ufficiali di Newman, corrispondente del presidente degli Stati Uniti”).
in collaborazione con l'autore Simone Berni
tratto da: https://www.cacciatoredilibri.com/libri-di-primavera-32/
Brossura editoriale originale; formato di 11,9 x 18,3 cm circa; 249 pagine; prima edizione.
Chi è l’autore?
Teddy Legrand è uno pseudonimo, che potrebbe anche essere collettivo e quindi comprendere più autori. Supposizioni ne sono state fatte. Si va dalla spia francese Charles Lucieto allo scrittore Xavier (Marie, Alphonse) de Hauteclocque (1897-1935). Poi c’è chi vi vede la mano di Jean d’Agraives , pseud. di Frédéric Causse (1892-1951) o anche quella di Pierre Mariel, all’anagrafe Pierre-Maurice Marie (1900-1980), giornalista, romanziere ed occultista dell’estrema destra francese.
Di cosa parla il libro?
Les Sept Têtes du Dragon Vert è un romanzo esoterico-iniziatico, infarcito di citazioni e di rimandi ad altre opere. L’opera è paradossalmente poco conosciuta anche in Francia, almeno dalla maggior parte dei lettori. Però è indiscutibilmente nel mito. Un volume, questo, che è il primo (o tra i primi) a fare un preciso collegamento tra le meditazioni dei monaci tibetani e il Nazismo. Alcuni studiosi d’oltraple ritengono che alcuni brani del libro siano stati ripresi, sviluppati e magistralmente rielaborati da Louis Pauwels e Jacques Bergier nel loro Le matin des magiciens.
Come un elaborato mix di spionaggio, politica ed esoterismo con una trama di fondo che gira attorno a un complotto criminale della politica internazionale, mettendo poi sul piatto ogni aspetto dei romanzi e della narrativa del tempo. Dalla rivoluzione russa, all’ascesa del nazismo, ai servizi di intelligence, fino a includere i segreti dell’alta finanza e le società segrete (ma leggi massoneria).
Come dice l’editore francese Jean-Marie Fraisse (che nel 2012 ne ha diffuso una ristampa, di certo non la prima e neppure l’ultima), non è neppure da escludere che Ian Fleming abbia tratto ispirazione dalla trama del romanzo o dall’atmosfere e dalle connessioni che il libro fa, per costruire il suo mirabile agente segreto 007 di Sua Maestà britannica. Dice sempre Fraisse:
“(…)Questo libro è allo stesso tempo un romanzo poliziesco, un romanzo di spionaggio, un “thriller” come diciamo ora – un libro di suspense, dove è perfino presente un certo grado di umorismo, a volte, portando aria fresca nel clima di mistero e minaccia, tipico delle prospettive asfittiche della politica e del dietro le quinte della Storia.”
Teorie molto accattivanti sono quelle che vogliono che il romanzo sia stato facilitato dai servizi segreti francesi, in un momento della politica internazionale dove anche l’esoterismo e lo spionaggio erano veicoli importanti di contatti e relazioni.
Conclude l’editore francese:
“Dietro Les Sept Têtes du Dragon Vert, e lo pseudonimo dell’autore, Teddy Legrand – lo riveliamo oggi – si nascondeva qui un giornalista, scrittore e ufficiale, che due anni dopo l’uscita del libro avrebbe dato la sua vita per la Francia, nei servizi segreti, avendo accettato, nonostante la minaccia che gravava su di lui, di continuare una missione che considerava un dovere: indagare, allertare la Francia e il mondo dei pericoli che correvano, cercare di difendere loro da tali pericoli e, come agente, combatterli. Il suo nome? Xavier de Hautecloque.”
Secondo una nota di Serge Caillet:
Jean Mariel, figlio di Pierre Mariel, mi conferma formalmente che Teddy Legrand era lo pseudonimo di suo padre, assicurando: “Teddy Legrand, Werner Gerson, Pierre Montloin sono solo “la stessa penna di mio padre: Pierre Mariel! Resta inteso che questo romanzo è stato certamente il culmine di una collaborazione, di un pool di informazioni incaricate di far passare forse uno o più messaggi”. Jean Mariel mi dice anche: “Ho conosciuto Jean d’Agraive, ero giovane, giocavo con i suoi due figli”. Che l’opera sia frutto del solo Pierre Mariel, o che derivi da una collaborazione con Jean d’Agraive, questo è quindi un mistero in gran parte risolto.
In collaborazione con Simone Berni: https://www.cacciatoredilibri.com/vampiri-sepoltura-e-morte-di-paul-barber-pratiche-1994-casomai-vi-servisse/
Una piccola notizia libraria per gli appassionati di vampiri dal sito Cacciatore di libri.
ONZA LIBRERIA LIBRACCIO Piazza Indipendenza – Sabato 29 Gennaio 2022 Oggi alla libreria è stato avvistato un raro libro della collana Nuovi Saggi della casa editrice, non più in attività, Pratiche di Parma.
Si tratta di Vampiri: sepoltura e morte di Paul Barber (Parma, Pratiche, 1994); traduzione di Chiara Gabutti, prima ed unica edizione. Piuttosto costoso al tempo (38.000 lire), era oggi in vendita a 12 €.
Si segnala con la speranza che possa essere utile agli amanti delle tematiche legate al mistero, in particolar modo a quelle sui Vampiri. Il libro è raro, scomparsissimo dai canali di vendita. Una copia è stata venduta a dicembre 2021 per 85 €.
[Segnalazione di Alessandro Piana]
In collaborazione con Simone Berni: https://www.cacciatoredilibri.com/il-potere-del-cervello-quantico-pentimalli-marshall-uno-editori-nuovo-raro-26e/
Il potere del cervello quantico: come far esplodere il potenziale nascosto del tuo cervello, di Italo Pentimalli e J. L. Marshall (Orbassano, Uno editori, 2014).
Libro esaurito presso l’editore. Raro e ricercato.
Dalla scheda editoriale:
“Quando uso la parola “libero” non intendo dire che non ho più problemi o che non ci siano volte in cui faccio degli errori. Dicendo “libero”intendo la sensazione di avere il controllo della mia vita, del mio destino. Non ho bisogno di sapere cosa ha in serbo per me il futuro, perché mi sento in grado di far fronte a qualsiasi eventualità e di rendere meraviglioso ogni istante della mia vita». Richard Bandler
Immagina esista un metodo che ti consente di programmare la tua mente affinché ti aiuti a raggiungere qualsiasi obiettivo tu sia in grado di immaginare. Un metodo che ti consente di scegliere e imboccare le strade che possono portarti proprio dove tu vuoi, nel minor tempo quantisticamente possibile.
Un metodo che ti può portare sulla strada della tua realizzazione in qualsiasi campo tu la stia cercando e in cui le parole sforzo e volontà vengono sostituite dalle parole flusso e spontaneità, quasi come seguissi una corrente che ti spinge nella direzione che hai scelto. Un metodo che puoi usare per qualsiasi obiettivo tu abbia in mente: perché è progettato per essere universale, devi solo declinarlo per la tua esigenza. Un metodo che, se applicato per il giusto tempo e con il giusto atteggiamento, offre risultati evidenti sempre e per tutti, perché il cervello funziona allo stesso modo; in ognuno di noi.
Un metodo del quale alcuni importanti principi sono stati tramandati di generazione in generazione all’interno di ristrette cerchie di influenza (e immagina che ancora oggi piccoli gruppi di iniziati ne facciano uso nella sua versione più esoterica).
Un metodo del quale alcuni importanti principi sono stati usati da grandi e influenti pensatori del passato, quasi per “piegare”gli eventi alla loro volontà, arrivando a cambiare le sorti di intere nazioni; modificando gli esiti di guerre; allontanando o favorendo epidemie, rivoluzioni, colpi di stato e molto altro ancora.
Un metodo che oggi trova la sua spiegazione razionale nelle ultime scoperte delle Neuroscienze e delle Scienze di confine, un metodo che va oltre le apparenze, oltre a ciò che le fonti ufficiali hanno finora deciso di divulgare.
Un metodo cosi potente perché nato in primis da un’intuizione, come accade quasi sempre per le scoperte semplici che fanno una grande differenza; ma che da quell’intuizione è stato poi raffinato e integrato con i risultati di una ricerca ventennale.
Un metodo che affonda le sue radici sullo studio delle biografie di grandi personaggi di successo di tutto il mondo, sui concetti di antiche religioni e di grandi pensatori del passato e persino su rilevazioni estratte da discipline come lo sciamanesimo, il voodoo, la magia, il buddhismo e, naturalmente, l’induismo.
Sarebbe bello esistesse un metodo del genere vero?
E sarebbe ancora più bello se tale metodo fosse alla tua portata, proprio oggi.
Qui e ora.
Bene: puoi smettere di immaginare.
Questo metodo esiste, è stato codificato e ha già provato di funzionare con centinaia di persone ché l’hanno già sperimentato, perché è già stato divulgato, in modo leggermente più complesso di quanto trovi in questo libro, in specifici seminari.
Le storie che trovi in questo libro sono proprio le testimonianze reali di persone che l’hanno provato sulla loro pelle e hanno dato il loro esplicito consenso alla pubblicazione.
Bene: lo stesso metodo, nella sua versione riadattata per essere letta (ma comunque altrettanto efficace) è contenuto proprio in questo libro, proprio nel libro che hai fra le mani in questo momento.
È una cosa sicura: sicura tanto quanto la Forza di Gravità.
Se deciderai di applicarlo seguendo le istruzioni e per un tempo sufficiente… può darti risultati oltre ogni tua più rosea aspettativa.
La verità è questa: sei letteralmente a poche pagine da qualcosa che ha il potere di cambiare ogni cosa nella tua vita, se solo tu glielo consentirai.
Qualcosa dopo la quale, anche nella tua vita, potrebbe iniziare un processo che ti porterà a pensare che nulla sarà più come prima. Insomma: qualcosa che ha il potere di fare attivare (o far esplodere) un altro grande potere. Un potere che hai sempre avuto ma che finora non ti hanno mai insegnato a dirigere come fosse un laser nella direzione che tu vuoi.
È un potere dal potenziale illimitato.
È il potere del tuo cervello.
È il potere del tuo Cervello quantico.”