domenica 22 marzo 2020

Acqua Tofana: mille storie per un veleno

in collaborazione con l'autore Michele Leone: https://micheleleone.it/acqua-tofana-mille-storie-per-un-veleno/

L’acqua Tofana dalla storia alla letteratura senza scordare le teorie del Complotto

L’acqua Tofana non è un semplice veleno, è stata protagonista della storia e dell’immaginario per oltre due secoli. Conosciuta con diversi nomi, l’acqua tofana, si è mossa con discrezione tra le pagine di cronaca giudiziaria, quelle di grandi romanzieri e di amanti delle teorie del complotto.

Ouverture

“Nella prima metà del Seicento si scopre a Palermo una rete di streghe, fattucchiere e avvelenatrici, guidata da Teofania di Adamo, l’avvelenatrice più famosa della Sicilia secentesca”. (Maria Sofia Messana Virga, Inquisitori, negromanti e streghe nella Sicilia moderna: 1500-1782, Sellerio, Palermo 2007, p. 534)

Il veneficio ha sempre fatto paura ed è rientrato per molto tempo nella categoria del crimen occultum. Questa vicinanza con il mondo dell’occulto ha fatto sì che spesso si associassero preparatori di veleni, con ciarlatani, streghe, megere ed altri personaggi di una categoria che non è e non può essere solo dell’immaginario.

Tra veneficium e maleficium vi è una forte parentela. Nelle Leggi delle XII Tavole (V secolo avanti l’era volgare) dell’antica Roma questi crimini sono assimilati a quello che è considerato uno tra gli omicidi più odiosi: il parricidio. Se alcuno con infidia macchinata ucciderà un uomo libero, sia reo di delitto capitale: sia parimente soggetto della stessa pena chi userà contro di qualcuno magiche canzoni, o incantesimi, e chi comporrà a danno altrui veleni mortiferi. Così Giovanni Silvestri in Breve interpretazione delle Leggi delle dodici Tavole de’ Romani, Padova 1769.

Non stupisce che quella scoperta a Palermo al principiare del secolo XVII sia una consorteria di: streghe, fattucchiere e avvelenatrici.

Non solo di Madre in Figlia (tra storia e leggenda)

Il 1633 può essere considerato l’anno zero di questa storia. Abbiamo tre esecuzioni:

17 febbraio 1633 Francesca la Sarda viene decapitata. Probabilmente è la prima persona a fare commercio e produzione del veleno che verrà chiamato Acqua Tofana. Per alcuni è solo una “commerciante” del prodotto della d’Adamo;
Curiosità: Si dice che la sarda prima di morire abbia lanciato una maledizione sugli spettatori del supplizio affermando che di lì a poco l’avrebbero seguita. Per l’occasione le autorità avevano allestito dei palchi per permettere alle persone di assistere all’esecuzione della sentenza, i palchi erano gremiti. La tradizione popolare vuole che, non appena la Sarda abbia esalato l’ultimo respiro, i palchi abbiano ceduto sotto il peso della folla con la conseguenza di morti e feriti.

21 giugno 1633 Placido di Marco viene strozzato ad un palo posto su di una barca e poi squartato;
12 luglio 1633 Thofania d’Adamo viene giustiziata dopo esser stata accusata di aver avvelenato il marito ed altre persone con acqua velenosa;
Se non ci fossero stati eredi probabilmente la storia dell’acqua tofana o toffana si fermerebbe qui, ma, c’è sempre un ma, e a questo punto che entra in scena Giulia Tofana.

Giulia a seconda delle testimonianze è figlia o nipote di Thofania d’Adamo, da questa avrebbe appreso i primi rudimenti dell’arte dei veleni o la prima ricetta della dell’Acqua Tofana. La natura aveva regalato a Giulia una viva intelligenza, la spregiudicatezza e una bellezza fuori dal comune. Queste tre qualità erano la sua dote; ragazza povera, in un quartiere popolare e malfamato della Palermo spagnola imparò presto ad usarle a suo vantaggio.

Non si sa se sia stata Giulia ad inventare l’Acqua Tofana o semplicemente si limitò perfezionare la ricetta della mamma/zia. In breve tempo creò una vera e propria rete commerciale per aiutare le mogli che volevan cambiare marito ed altre persone che avevano bisogno del suo preparato. Però fu costretta a lasciare Palermo e arrivò a Roma passando per Napoli. In questo viaggio non era sola, portava con sé la figlia Girolama. Furono costrette a lasciare Palermo per colpa di una cliente che non aveva ben usato il prodotto, gli occhi della santa inquisizione e della giustizia ordinaria erano su di lei. Lo stesso accadde a Roma, questa volta però non riuscì a scappare. Durante l’interrogatorio emerse che aveva venduto Acqua Tofana sufficiente per uccidere circa seicento uomini. Questo ha fatto di lei una paladina per molte donne vessate dell’epoca (non esisteva il divorzio). La sentenza non tardò ad arrivare. Nel pomeriggio del 5 luglio 1659 penzolavano dalle forche erette in Campo de’ Fiori a Roma cinque donne, per alcuni erano megere che intrattenevano commerci con il Diavolo in persona.

Della sua preparazione e composizione dell’Acqua Tofana

Salvatore Salomone Marino, nel 1882 pubblica alcune notizie su l’Acqua Tofana:

Ma che veleno era quest’ Acqua tofana? Storie, enciclopedie, trattati di chimica, poesie popolari, romanzi, si sono occupati di essa; ma fino a qui ogni indagine è tornata vana, non ha prodotto che supposizioni più o meno probabili, più o meno strane. Si ritenne fatta con “toschi maligni e succhi d’erbe”; si parlò di veleni minerali in genere, poi dell’arsenico mescolato a bava di porco; poi del risultato più complesso della miscela di vari ingredienti vegetali e animali; ma la verità restò ignota,
essendoché il Tribunale che processò le avvelenatrici conobbe “il cattivo veleno bestiale”, ma serbò fedele un assoluto silenzio. Questo ci dice il poemetto popolare più su ricordato, che degli avvelenamenti e del supplizio delle cinque donne ci dà preziosi ragguagli con verità storica; e però era da ricorrere al processo criminale per avere completa la luce. E questa difatti ci viene adesso, e completissima, grazie al bravo Alessandro Ademollo che ha messo fuori un importante volumetto sui misteri dell’ Acqua Tofana (Roma, fipogr. dell’Opinione, 1881), con la scorta appunto del famoso processo romano del 1659, che rinvenuto recentemente nell’Archivio di Stato in Roma, egli ha per primo ed egregiamente illustrato. E che ci dice il processo? Eccolo qui con le deposizioni genuine di due donne, di una, cioè, delle principali accusate e della sua serva: “Si fa l’acqua con arsenico e piombo, che si mettono a bollire in una pignatta nuova, otturata bene, che non rifiati, fino a che cali un dito; l’acqua che ne resta è chiara e pulita; presa in vino o in minestra provoca il vomito; poi viene la febbre, ed in quindici o venti giorni si muore: bastano cinque o sei gocce per volta in ogni giorno per far l’effetto, e non altera il sapore della minestra né del vino”. “Io dirò quello (dice a sua volta la serva) che mi ricordo che ho veduto che faceva la mia padrona quando voleva comporre la detta acqua, et era che pigliava un grosso di piombo limato, et un altro grosso di antimonio ed un pezzetto di arsenico cristallino; acciaccava l’antimonio e lo metteva dentro una pignatta piccola e ci metteva tant’acqua comune che arrivava sotto al collo della medesima pignatta, et poi la copriva col coperchio di ferro et acciaio che non sfiatasse; pigliava una pagnotta di pasta e stesa la metteva attorno alla bocca della pignatta, acciò chiudesse bene il coperchio et la bocca di essa che non sfiatasse; et poi la metteva a bollire per un’hora, pare a me, poi la levava dal fuoco, la lasciava raffreddare e raffreddata bene la cavava fuora e la metteva in un fiaschetto o boccia quadra; per ordinario era solita di pigliare un giulio d’antimonio e un giulio di piombo per volta; ma quando la faceva ce ne metteva la metà solamente che viene a essere un grosso per volta, et questo se lo comprava lei e tanto diceva averne comprato che io lo vedeva; ma l’arsenico poi come lei se l’aveva io non lo so; vedeva bene che lei l’aveva, et se ne serviva come ho detto”.

Ora non è dunque più dubbio: l’Acqua tofana risultava dalla miscela dell’arsenico, dell’’antimonio e del piombo. Che poi le processate rivelassero pienamente la verità intorno al segreto dell’Acqua ci è attestato dal processo stesso, nel quale è notato da una parte l’esperimento sopra un grosso cane con il veleno sequestrato nella casa delle ree, e d’altra parte l’esperimento sopra altro cane con il veleno ricomposto dai periti giudiziari sopra le indicazioni qui su riferite. Non occorre dire che gli effetti sulle due povere bestie furono sicuri ed identici, e non dissimili a quelli che dettero ai mariti il passaporto per l’altra vita.

Altri nomi dell’Acqua Tofana

L’Acqua Tofana era venduta perlopiù come prodotto cosmetico. Era anche venduto in ampolle o boccette da un quarto di litro con la raffigurazione di San Nicola di Bari ed era detta manna di San Nicola. Essendo questo veleno inodore, insapore e trasparente ben si prestava ad essere scambiato con la manna raccolta a Bari dove ci sono le reliquie del santo di Mira. Se avete in casa una di queste antiche boccette tenetele lontano dalla portata dei bambini ;).

Curiosità: Tutti, o quasi, immaginano Babbo Natale con un abito rosso, la barba bianca ed il pancione mentre dal profondo nord parte per distribuire i regali la notte di Natale. In realtà Babbo Natale altri non è che San Nicola di Bari. Nei secoli e per vari motivi la sua leggenda si è trasformata sino alla versione commerciale di una nota barca di bibite d’oltre oceano.

Tra i vari e più famosi nomi di questa acqua mortifera troviamo:

Acquetta di Perugia;
Acqua Manna;
Acqua di Palermo;
Acqua di Napoli;
Acqua del Petesino Mantovano.
Al momento mi è impossibile dire se sia lo stesso veleno o fossero veleni simili. Sull’Acquetta di Perugia probabilmente farò un post ad hoc, per ora non aggiungo altro.

Un mondo occulto fatto di magie e veleni

Oggi come ieri non è improbabile entrare in “mondi paralleli” deviando da una strada principale di una grande città o accedendo tramite TOR al deep web con un paio di colpi di mouse. Senza spingerti così lontano basta guardare programmi televisivi di fattucchiere, indovini ecc. o andare su Facebook per trovare la sagra della ciarlataneria. Spesso la criminalità, e gli operatori di servizi particolari hanno condiviso la stessa ombra nelle periferie delle grandi città, di tutte le grandi città. Oggi come ieri, per chi si sa ben muove non è difficile trovare i più svariati servizi.

Qualche secolo fa la commissione di un omicidio per mezzo di un sicario, di un veleno o di un maleficio sovente la si poteva fare nello stesso luogo.

A Roma nel Seicento vi era una vera e propria comunità composta da prostitute, alchimisti, preti spretati, streghe, farmacisti oscuri, erboriste pronte ad aiutare per aborti, astrologi e venditori di pozioni per guarire dal mal di denti o dai mali d’amore.

Parigi nello stesso periodo a detta di Lynn Wood Mollenaeur ha un vero e proprio Criminal magical underworld. Di Parigi e di alcuni protagonisti del mondo magico e criminale del Seicento ti parlerò in un prossimo post.

L’Acqua Tofana tra letteratura e teoria del complotto

All’inizio di questo articolo di ho detto che l’Acqua Tofana ha acceso la fantasia di importanti autori, ora ne vedremo un paio di esempi, ma non poteva mancare tra gli scribacchini del secolo XIX desiderosi di notorietà o degli antiliberali che combattevano una battaglia accesa contro i liberali ed i Repubblicani o Democratici.

Sir Arthur Conan Doyle nel 4 capitolo del suo romanzo a Study in Scarlet ci parla di Acqua Tofana, Socialisti e Carbonari:

“The Daily Telegraph remarked that in the history of crime there had seldom been a tragedy which presented stranger features. The German name of the victim, the absence of all other motive, and the sinister inscription on the wall, all pointed to its perpetration by political refugees and revolutionists. The Socialists had many branches in America, and the deceased had, no doubt, infringed their unwritten laws, and been tracked down by them. After alluding airily to the Vehmgericht, aqua tofana, Carbonari, the Marchioness de Brinvilliers, the Darwinian theory, the principles of Malthus, and the Ratcliff Highway murders, the article concluded by admonishing the Government and advocating a closer watch over foreigners in England.

Sui segreti e sui nomi dei veleni possono essere illuminanti le parole del Conte di Montecristo:

“Ma allora” disse la signora Villefort, “hanno dunque trovato finalmente il segreto di quella famosa acqua tofàna, che in Perugia si diceva perduto.”

“Eh, signora, forse fra gli uomini si perde qualche cosa? Le arti si spostano e fanno il giro del mondo, le cose cambiano di nome, ecco tutto: l’uomo volgare s’inganna, ma è sempre lo stesso risultato, il veleno. Ciascun veleno opera particolarmente su un tale o tal altro organo, l’uno sullo stomaco, l’altro sul cervello, l’altro infine sugli intestini. Ebbene, il veleno determina una tosse, questa un’infiammazione di petto o qualunque altra malattia scritta nel libro della scienza, cosa che non le impedisce di essere del tutto mortale, e che quand’anche non lo fosse, lo diverrebbe grazie ai rimedi somministrati da ingenui medici, che in generale sono cattivi chimici.

Ecco un uomo ucciso con arte, e con tutte le regole, sul quale la giustizia non ha da ridire, come diceva un terribile chimico mio amico, l’eccellente Adelmonte di Taormina in Sicilia che aveva molto studiato i fenomeni nazionali.

Per chiudere questa mini carrellata di citazioni prese dalla letteratura è impossibile non citare le Passeggiate Romane di Stendhal:

Agostino Manni pensa che l’acqua tofana esistesse ancora quarant’anni fa, ai tempi della celebre principessa Giustiniani che rischiò di restarne vittima. L’acqua tofana era inodore e incolore; una goccia somministrata una volta alla settimana faceva morire nel giro di due anni. Se, nel frattempo, sopravveniva la benché minima malattia, risultava letale ed era ciò su cui contavano gli avvelenatori. L’acqua tofana poteva essere mescolata al caffè e alla cioccolata senza perdere vigore. Il vino in parte la neutralizzava.

Manni ha conosciuto un indovino il cui padre viveva negli agi pur senza alcuna attività apparente: suppone vendesse veleni. Quest’arte per fortuna è perduta.

Purtroppo l’arte di avvelenare non era perduta. Se, forse, nella realtà è quasi estinta, nella fervida immaginazione di alcuni è stata viva a lungo.

Massoneria e Società segrete il prezzemolo d’ogni minestra

I massoni ed i “settari” in generale nella mente di qualcuno sono il male da sconfiggere ad ogni costo o gli araldi di ogni male nella società umana.

Nel 1872 Valentino Guazzo pubblica le seguenti parole:

La Massoneria ha origine orientale, e lo attesta l’uso del Presidente delle riunioni di porsi sempre in Oriente, il nome di grande Oriente dato alla loggia principale, le molte parole ebraiche, e le cerimonie asiatiche.

Il giuramento dei Framassoni vuolsi sia stato il seguente: – « In nome del figliuolo crocifisso, giurate di spezzare i vincoli carnali che vi legano ancora a padre, madre, fratello, sorella, parenti, sposa, amici amanti, re, capi, benefattori, ed a qualunque essere abbiate promesso fede, obbedienza, gratitudine, e servigio. – Nominate il luogo che vi vide nascere per esistere in un altro ordine di cose dove non perverete se non dopo di aver abiurato questo globo pestifero, vile rifiuto dei cieli. – Da questo momento siete sciolto dal preteso giuramento fatto alla patria e alle leggi. Giurate di rivelare al nuovo capo che riconoscete quello che avete veduto o fatto, preso, letto, od udito, appreso o indovinato, ed anche d’investigare e di spiare quello che non si presentasse ai vostri occhi – Onorate e rispettate l’acqua tofana come un mezzo sicuro, pronto e necessario per purgare il globo mediante la morte o lo stato d’imbecillità di coloro che cercano di avvilire la verità e di strapparla dalle nostre mani. – Fuggite la Spagna, fuggite Napoli, fuggite ogni terra maledetta, fuggite finalmente la tentazione di rivelare quello che udirete, perché non è il fulmine più pronto del coltello che vi coglierà in qualunque luogo siate. –

Vivete in nome del Padre, del Figliuolo, e dello Spirito santo.

Sarebbe stato difficile commettere più errori in così poche righe, presto commenterò questo pseudo giuramento, quello che è interessante per questo post è la presenza dell’Acqua Tofana: un mezzo sicuro, pronto e necessario per purgare il globo mediante la morte o lo stato d’imbecillità di coloro che cercano di avvilire la verità e di strapparla dalle nostre mani. Si vuole che Barruel nelle sue Memorie per servire alla storia del Giacobinismo, abbia parlato dell’Acqua Tofana come strumento di Massoni e illuminati.

La Civiltà Cattolica del 1876, nella sezione Contemporanea, riporta un articolo il cui titolo così finisce: Nuove prove dell’uso dei veleni e dei pugnali nelle sette massoniche. Non riporto l’articolo perché mi porterebbe più fuori tema di quanto non stia già andando e allungherebbe a dismisura questo post. Sarà mia cura pubblicarlo in un post ad hoc.

Conclusione

Spero che questo breve viaggio che ha avuto come protagonista l’Acqua Tofana sia stato di tuo gradimento. A me è piaciuto scoprire personaggi e luoghi insoliti, trovare connessioni, spesso appena accennate, tra storia e storie, tra realtà e fantasia.

Oggi probabilmente l’uso dell’Acqua Tofana e dei veleni è quasi scomparso nella pratica, ma altri veleni antichi come l’uomo sono ancora lontani dallo scomparire. I veleni della cattiveria, della maldicenza, del turpe pettegolezzo, del mettere alla berlina nella quotidianità o sui media, della malignità sono presenti e se li usiamo anche in “buona fede” fanno di noi i personaggi di quel circo che è hai margini della società. Diventiamo degli storpi avvelenatori senza possibilità di scampo.

      Gioia – Salute – Prosperità

domenica 15 marzo 2020

Brevi note sul simbolismo del polpo

Di Vito Foschi

Il polpo come simbolo non è molto diffuso. Di primo acchito non può che rimandare al mare e quindi all'abisso e al simbolismo connesso. Interessante è esaminare la sua presenza nella Grecia antica. Il suo utilizzo come elemento decorativo risale alla civiltà greca più antica e compariva anche sulle monete, spesso associato a divinità quale Poseidone e in alcune anche ad Afrodite. Su quest’ultimo punto è interessante notare che per gli antichi greci il polpo era considerato un cibo afrodisiaco.
Dato il suo utilizzo decorativo aveva sicuramente una valenza positiva. Caratteristiche peculiare del polpo è la sua capacità di mimetizzarsi, di spruzzare inchiostro confondendo il nemico potendo fuggire e di aver un corpo elastico capace di adattarsi. Queste peculiarità, nell'antica Grecia, lo hanno fatto diventare sinonimo di astuzia e pertanto veniva associato alla figura di Ulisse, l'eroe greco saggio e astuto per eccellenza. In sintesi il polpo può rappresentare l'astuzia, la capacità di adattarsi alle circostanze, le trasformazioni della vita e come aspetto negativo l'inganno. Altro elemento che possiamo ricavare dall’archeologia è la sua presenza in alcune tombe di Micene che potrebbero far pensare ad un suo simbolismo legato a riti funerari forse associato all’idea di rinascita perché erano ben note le capacità di rigenerazione dei tentacoli dell’animale.
In un vecchio testo di araldica del 1680, “L’araldo Veneto”, opera di Giulio Cesare de Beatiano, il polpo è simbolo di protezione e la caratteristica che viene evidenziata è la sua capacità di attaccarsi agli scogli quando il mare è in tempesta venendo a rappresentare la tenacia e l’amante costante che non vacilla di fronte alle tempeste della vita.

Immagine da Wikipedia - Anfora Museo Archeologico di Atene 

sabato 7 marzo 2020

“Dischi volanti automotori” di Elia Nitti

in collaborazione con Simone Berni:

http://www.cacciatoredilibri.com/su-ebay-ce-dischi-volanti-automotori-di-elia-nitti/

del 16/12/2019

Uno dei titoli cult dell’ufologia italiana
Una copia di Dischi volanti automotori di Elia Nitti (Roma, Casa Editrice “Mondo Nuovo”, 1963) appare in vendita su eBay, al costo di 150 €. Sottotitolo esplicativo: un documento sconcertante e meraviglioso che può gettare luce sul mistero della energia che fa muovere i dischi volanti.

Si tratta di un titolo posseduto solamente dalla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma e dalla Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze. È un opuscolo di appena 64 pagine, molto importante per i collezionisti del settore e ricercato in quanto cade in un’epoca (prima anni ’60) dove la problematica ufologica era ancora una disciplina di forte richiamo.




Eventi annullati

Ciao a tutti. In seguito del Coranavirus molti eventi sono stati annullati, pertanto le nostre segnalazioni non risultano più attendibili. Attendendo tempi migliori vi auguriamo di superare questo periodo nel miglior modo possibile.

La redazione

mercoledì 4 marzo 2020

Il bisogno del divino

in collaborazione con il blog Fanta-Teorie:

https://fanta-teorie.blogspot.com/2020/02/da-quando-luomo-ha-memoria-possiamo.html

Da quando l'uomo ha memoria possiamo dire che la sua aspirazione più grande sia l'incontro con il divino. Che sia fisica o spirituale fa poca differenza perché l'importante è vivere questa esperienza. La bramiamo, in certi casi, come se fosse l'unico vero scopo della nostra vita. In tutte le epoche e in tutte le religioni esistono storie di incontri tra l'uomo ed il divino. Cambiano i personaggi ma il contesto rimane pressoché invariato.
Perché questa necessità di incontrare il divino?
Possiamo semplicemente dire che siccome siamo avidi di risposte a molte domande cerchiamo il contatto divino convinti che sia la chiave per risolvere ogni enigma.
In altri casi cerchiamo l'incontro con il divino perché desideriamo sentirci speciali. Chi non desidera sentirsi speciale? Sperando di non essere un semplice granello di sabbia nella spiaggia dell'umanità.
Il contatto tra uomo e divino è sempre stato lo stesso?
Se andiamo a ritroso e osserviamo i testi sacri notiamo come in ogni Genesi il rapporto tra uomo e divino sia del tutto normale. Poi quasi sempre avviene una rottura e questo rapporto diventa astratto, conflittuale e sempre più remoto.
Per esempio quando gli Anunnaki creano l'Adapa egli non è per nulla turbato nel vederli e parlargli (fonte: I Sumeri alle radici della storia di Kramer).

Discorso analogo per la Genesi biblica. Quando Adamo ed Eva vivono nel giardino non hanno sgomento nel vedere e sentire Dio/Yahweh. Le cose cambiano dopo che mangiano dall'albero della Conoscenza. Da allora in poi avranno sempre timore e reverenza nei confronti del Creatore.
Perché? Forse una volta che acquistano conoscenza capiscono il divario che c'è tra l'uomo e Dio?

Ma come si comunica con il divino? Oppure come hanno comunicato in passato?
Sono interrogativi interessanti che si pone Zecharia Sitchin nel suo libro La Bibbia degli Dei.
Telepaticamente, con ologrammi, segni, tramite visioni, durante i sogni, oppure parlando?
Se parlavano che lingua era?
Purtroppo non lo sappiamo. Inutile dire che siamo nel campo delle astrazioni.

Nella religione dell'antica Grecia il rapporto tra uomini e dei era spesso tragico ma nonostante tutto c'era sempre il desiderio della rivelazione. Era un rapporto spesso fisico e parlato che la maggior parte delle volte portava l'essere umano alla disfatta.
Con l'avvento del Cristianesimo tale rapporto è diventato sempre più onirico e meno fisico fino a perdersi in segni, sogni e rivelazioni.
Per assurdo un evento naturale e del tutto casuale poteva essere interpretato come volere divino o risposta ad una preghiera.

Non siamo qui a parlare di verità di fatto oppure di eventi storicamente provati. Ma rimane il fatto che tutti gli esseri umani aspirano ad avere questo incontro così unico nella vita.

venerdì 28 febbraio 2020

L'arazzo dell'Apocalisse di Angers - presentazione

Il 16 marzo alle 18:00 a Roma presso la libreria Fahrenheit, Campo de' Fiori, 44 presentazione de "L'arazzo dell'Apocalisse di Angers: una testimonianza fra Cielo e Terra"



sabato 22 febbraio 2020

L’Umanesimo esportato a Est e Dracula al servizio del Papa Pio II contro l’islam

tratto da Il Giornale del 27 giugno 2019

di Matteo Strukul

Pensare di spendere l’espressione «Rinascimento Dark», con riferimento alle terre d’Ungheria, Valacchia e Transilvania, potrebbe avere il sapore dell’azzardo. Se non altro per quella che è la prima parte della definizione. Senza tenere inutili lezioni, osserveremo che sono però almeno due le direttrici che, in questo senso, uniscono l’Italia del Rinascimento con le terre dell’Est.

Da una parte v’è il più che comprensibile valore militare dei guerrieri di quelle lande: János Hunyadi, ad esempio, il quale militò per almeno tre anni sotto le insegne del biscione al servizio del duca di Milano, Filippo Maria Visconti. In seguito egli fu voivoda di Transilvania e reggente del regno d’Ungheria. Lo stesso potrebbe dirsi, sempre sotto il profilo squisitamente militare ma a parti invertite, di Filippo degli Scolari - noto anche come Pippo Spano e che fu cavaliere dell’Ordine del Dragone, fondato da Sigismondo di Lussemburgo - che aveva origini palesemente fiorentine. Non a caso proprio a lui Andrea del Castagno dedicò un magnifico ritratto. A quella stessa societas draconistrarum, peraltro, appartenne anche, giusto per esser chiari, Vlad Dracul II, il padre di Vlad Tepes, l’Impalatore, l’uomo che originò in seguito il personaggio letterario di Dracula creato da Bram Stoker. Insomma sotto questo primo profilo, l’idea di un rinascimento dark, diffuso nei Paesi dell’Est è tutt’altro che peregrino giacché molte e ribadite sono le interazioni fra i due territori in esame. Ma se da un punto di vista militare gli scambi e le condivisioni possono essere molteplici, diverso potrebbe sembrarci, a tutta prima, il comune terreno del mecenatismo e dell’arte. Non fu così. Anzi, quanto detto per il profilo militare vale in egual misura per quel che concerne l’aspetto delle architetture e dell’amore per la cultura e la bellezza. In quest’ottica, ad esempio, ricorderemo che, nella seconda metà del Quattrocento, il re ungherese Mattia Corvino, figlio di János Hunyadi e allievo dell’umanista János Vitéz, finanziò i primi monumenti di matrice palesemente rinascimentale in Transilvania, è il caso della loggia della fortezza di Vajdahunyad e della tomba di suo padre. A questo devono aggiungersi gli interventi presso il palazzo principesco di Alba Iulia, caratterizzato da decorazioni chiaramente ispirate alle residenze patrizie veneziane di quel periodo: i soffitti dipinti e dorati, le pareti ricoperte di carte da parati venete e di quadri raffiguranti imperatori romani. Nomi come quel li del veronese Giacomo Resti, del mantovano Giovanni Landi e del veneziano Agostino Serena, lo dimostrano oltre ogni ragionevole dubbio. Da ultimo v’è da considerare l’apporto del sapere, plasmato principalmente presso l’università di Padova, da parte di una nutrita schiera di nobili ungheresi e transilvani che nel centro veneto del Rinascimento - si pensi a figure come Donatello che qui realizzò l’altare ligneo del Santo e il monumento equestre al Gattamelata o alla pittura di Andrea Mantegna - furono studenti delle discipline più diverse. Anche qui qualche nome può certamente confermare questa nostra tesi: Iohannis Megirnig da Sibiu, laureato in medicina, Stephanus Ungarus di Transilvania e János Vitéz, dottori in diritto canonico, Paul Benkner di Brasov, magister artium. Insomma, sostenere l’esistenza di un rinascimento, intriso dei cupi colori delle lande dell’est è posizione non peregrina, anzi è del tutto evidente che per differenti ragioni il rapporto fra le due aree geografiche era oltremodo stretto, complice il ruolo della Serenissima Repubblica di Venezia quale possibile cerniera geografica. Non a caso molti degli esponenti italiani dei cavalieri dell’Ordine del Drago furono veronesi o padovani in quanto appartenenti alle famiglie degli Scaligeri o dei Carraresi. Tuttavia, il campione di questa versione meticcia del Rinascimento, l’uomo che per certi aspetti ne unì vizi e virtù, in maniera estrema, fu proprio Vlad III di Valacchia, detto Dracula. A questo proposito, a integrazione di quanto da tempo si è sostenuto, ossia che l’Impalatore fosse un principe sanguinario e crudele, intendiamo raccontare in queste pagine un volto meno conosciuto del voivoda: quello del principe guardiano, del difensore della propria terra e del proprio popolo e protettore ultimo del Cristianesimo. A fugare immediatamente qualsivoglia smentita, ricorderemo infatti che Vlad III di Valacchia fu l’unico principe cristiano, seppur ortodosso, a rispondere e aderire alla crociata indetta da papa Pio II, nato Enea Silvio Piccolomini, che chiedeva disperatamente di organizzare una difesa cristiana contro lo strapotere ottomano di Maometto II, il Conquistatore. Convocati infatti, con la bolla Vocavit nos del 1459, i principi cristiani d’Europa a Mantova, il pontefice dovette ben presto affrontare una drammatica serie di rifiuti da parte di Firenze, Venezia, Milano e poi dai regni di Francia, Inghilterra e Spagna. Perfino il re d’Ungheria tentennò, aspettando. Solo Dracula, dunque, ebbe il coraggio di affrontare un nemico che, nei numeri, gli era almeno venti volte superiore. E lo fece in piena solitudine. Certo, le ragioni dell’opposizione di Vlad a Maometto II erano di vario ordine: religioso, naturalmente, ma il voivoda intendeva anche fare di Valacchia e Transilvania un unico voivodato indipendente, in grado di autodeterminarsi, cancellando la propria sudditanza all’impero ottomano che prevedeva un tributo annuale di mille bambini e una tassa di diecimila ducati da pagare alla porta di Costantinopoli. Rimane il fatto che questo ruolo di ribelle da un lato e di guardiano della fede cristiana dall’altro, venne grandemente apprezzato dal pontefice, al punto che Pio II nei suoi Commentarii ebbe parole di paura e di apprezzamento insieme per Dracula. Egli lo definì, fra l’altro, «uomo di corporatura robusta e d’aspetto piacente che lo rende adatto al comando. A tal punto possono divergere l’aspetto fisico e quello morale dell’uomo!». Il pontefice aveva infatti visto nel 1463 un ritratto del voivoda inciso sulla copertina di un incunabolo viennese giunto fino a lui. Marin Mincu, autorevole accademico, docente di letteratura presso l’Università di Costanza, ha addirittura sostenuto che Vlad III Dracul avrebbe conosciuto Cosimo de’ Medici e Marsilio Ficino, intrattenendo con loro rapporti epistolari, nutriti dalla sua passione per il Codex Hermeticum e la Tavola di Smeraldo di Ermete Trismegisto di cui proprio Ficino era il massimo esperto del tempo. Una tale sete di cultura, da parte del voivoda, viene confermata dagli storici e dai cronisti del tempo, così come la perfetta conoscenza parlata e scritta di sette lingue: il tedesco, l’ungherese, l’italiano, il latino, il greco, il turco e lo slavo. Ma vi è di più. Nel 1462, finalmente, il pontefice riuscì effettivamente a mettere insieme una somma ragguardevole che poi, nell’impossibilità di destinare direttamente a Vlad, fece pervenire a Mattia Corvino, re d’Ungheria, con preghiera di utilizzarla per finanziare le imprese del voivoda di Valacchia e Transilvania. Ma Corvino si guardò bene dal farlo, nonostante da oltre un anno Dracula avesse impetrato il suo aiuto, e anzi si limitò a incamerare la somma messa a disposizione dal papa, volta a finanziare la campagna di Vlad, tradendo poi quest’ultimo. Per questo, dunque, nella saga a fumetti che ho scritto per i disegni di Andrea Mutti, ho cercato di far emergere il personaggio storico in una prospettiva molto più europea e molto meno hollywoodiana. Certo, non abbiamo rinunciato alla spettacolarità. Andrea, in questo senso, ha adottato una tecnica efficacissima e magnifica, ad acquerello, ispirandosi al lavoro di un grande maestro come Ivo Milazzo, e lavorando magistralmente con gli inchiostri, arricchiti dai colori plumbei e lividi di Vladimir Popov. Lo studio delle architetture dei castelli, dei palazzi, delle case giunge da una formidabile ricerca di carattere storiografico e iconografico e dai miei molti viaggi in Transilvania. Rovesciando la prospettiva, l’intento è stato quello di far comprendere che Vlad fu per il suo popolo ciò che per i Cubani sarebbe stato qualche secolo dopo Che Guevara: un liberatore, un difensore, un condottiero pronto a tutto pur di battersi per la propria terra e, aggiungiamo, la religione cristiana. Un’icona, dunque. E anche un personaggio molto più complesso di come lo abbiamo sempre conosciuto nella semplice, seppur affascinante, versione di principe delle tenebre. Inferiore nei numeri e nelle forze, egli condusse una campagna di guerra senza quartiere contro Maometto II, arrivando a fare terra bruciata non appena il sultano invase la Valacchia, avvelenando i pozzi, bruciando i boschi, trasformando le pianure in deserti di cenere. Nel famigerato attacco notturno del 17 giugno 1462, magnificamente immortalato nella tela del pittore rumeno Theodor Aman, che porta il titolo de La battaglia con le torce, Vlad assaltò a sorpresa il campo ottomano, sterminando una parte importante delle forze del sultano, fallendo nell’obiettivo d’ucciderlo perché Maometto II aveva disseminato il campo di alcuni sontuosi padiglioni che confusero Vlad, celando agli occhi di quest’ultimo la sua tenda. Tuttavia, quando il mattino successivo il sultano mosse con il proprio esercito verso Targoviste, sede della reggia di Vlad, venne accolto lungo la via da una foresta di ventimila impalati. La vista di un simile scempio lasciò sconvolto e ammirato Maometto II, il quale giunse alla conclusione che un uomo disposto a fare per la propria terra ciò che aveva compiuto Vlad non si sarebbe mai arreso. Decise dunque di ripiegare verso Costantinopoli, lasciando il comando al fratello di Vlad, Radu il Bello, che nell’inverno di quell’anno sarebbe riuscito a prevalere momentaneamente contro Vlad solo grazie al tradimento dei Sassoni di Transilvania, dei Boiardi e del re ungherese Mattia Corvino, ben felice di aizzare i propri baroni contro quel principe guerriero, decisamente fuori controllo. Vlad si consegnò infine a Mattia e rimase prigioniero presso il castello di Buda, in Ungheria, per una dozzina d’anni. Nel 1475, sarebbe riuscito a tornare libero e a riconquistare per la terza volta la Valacchia e la Transilvania. Ma questa è davvero un’altra storia.