martedì 6 gennaio 2026

Lovecraft, i mostri peggiori sono nascosti tra poesie e lettere

tratto da "Il Giornale" del  3 agosto 2025

Nelle liriche e nell'immenso epistolario tutte le angosce e le inquietudini del "Solitario di Providence"


di Luigi Mascheroni


Come le terrorizzanti creature che affollano il suo mostruoso pantheon, l'opera di H. P. Lovecraft (1890 - 1937) è sfuggente, multiforme e tentacolare. In una parola, weird. Tra i più grandi dilettanti di talento del proprio secolo, autodidatta e Solitario, massacrato dalla critica in vita e autocritico fino alla morte (era raramente soddisfatto delle sue cose), il «Sognatore di Providence» viveva per scrivere: romanzi e centinaia di racconti, articoli per giornali e riviste, saggi di critica letteraria ma anche - produzione considerata secondaria e rimasta sempre marginale - moltissime poesie (oltre cinquecento componimenti, da brevi sonetti a lunghi poemi) e un corpus epistolare che non ha eguali nell'intera storia della letteratura: si vocifera di qualcosa come centomila lettere inviate ad amici e colleghi scrittori nell'arco di una breve esistenza (47 anni), di cui solo un migliaio sono state pubblicate mentre il resto è ancora inedito.

Ed è proprio sulle poesie e le lettere che si concentra ora l'editoria italiana, facendoci conoscere un Lovecraft meno consueto e più sorprendente. Ed ecco una monumentale antologia del Lovecraft poeta: Canti dall'altrove. Poesie e scritti del Maestro di Providence (Il Palindromo, pagg. 475, euro 25; saggi introduttivi e traduzioni di Pietro Guarriello e Emilio Patavini; cronologia della vita di Gianfranco de Turris e Sebastiano Fusco, cioè il meglio che c'è in circolazione in materia) e, sul fronte epistolare, il volumetto Potrebbe anche non esserci più un mondo (Adelphi, pagg. 160, euro 14) composto da una sola lettera, probabilmente la più lunga mai scritta da Lovecraft, «70 pagine tonde», datata 9 novembre 1929 e indirizzata all'aspirante scrittore Woodburn Prescott Harris, lettera selezionata dal curatore Ottavio Fatica per l'ampiezza dei temi trattati e per la sua completezza che ne fa una sorta di autobiografia intellettuale.

Intendiamoci. Né tutte le poesie né di certo tutte le lettere sono attraversate dai mostri provenienti da altre dimensioni che popolano l'immaginario lovecraftiano: i Grandi Antichi, semi-uomini e entità aliene. Ma molte di quelle pagine sembrano velare le angosce e le inquietudini che alimentano l'orrore cosmico in cui si immergono le storie fantastiche del Maestro di Providence. E poi, certo, qui dentro c'è anche l'altro Lovecraft: il gentiluomo d'altri tempi (il quale, avendo potuto, avrebbe scelto di vivere nel '700 inglese), il lettore vorace (studiava filosofia, storia antica, economia, scienze politiche, sociologia...), il conversatore che discute con competenza i problemi della società contemporanea (che disprezza) e che possiede un verso per ogni occasione. Ed ecco le sue poesie politiche e patriottiche, le satire e le parodie antimoderniste, le poesie autobiografiche e - certo - i poemi fantastici e dell'orrore, come Il Simulacro, o La Voce, o Il Messaggero, racconti in versi in cui, fra arcaismi e enjambement, emergono miti pagani, esseri soprannaturali, oscure visioni, luoghi spettrali, incubi e follia... Aspetto da non sottovalutare:

Lovecraft ambiva a essere prima di tutto poeta, ma capì presto di non avercela fatta. Già nel 1918 in una lettera liquidava i suoi versi come «una massa di robaccia mediocre e miserevole».

E a proposito di lettere. Quella fluviale indirizzata all'amico scrittore - che potrebbe essere qualsiasi suo lettore - contiene elementi straordinari per conoscere il Lovecraft di buon senso che abita questo mondo e non «altre» dimensioni. Nella cavalcata lunga 70 pagine, e costata una settimana di lavoro, parla dello squallore della civiltà moderna, a lui sempre più estranea, «una barbarie basata sul benessere fisico anziché sulla superiorità mentale», in balia delle macchine, dell'ostentazione della ricchezza e dell'individualismo. Spiega perché non si fida della democrazia (il suo ideale è una nazione guidata da un'élite illuminata in grado di tenere vive le tradizioni culturali e garantire il benessere anche alle classi meno elevate). Si lancia in un elogio della letteratura inglese. Si inoltra in una lunga divagazione sull'amore romantico e l'amore sessuale nel mondo antico e moderno (era convinto che il matrimonio sarebbe presto sparito...). Si concede un paio di scivolate razziste. E alla fine sprofonda nell'abisso più profondo del nichilismo.

«Lo stramaledetto cosmo non fa che proseguire per la sua strada, come predeterminata dall'eternità, senza prestare attenzione ai desideri di quegli organismi coscienti che di quando in quando possono affiorare in via del tutto trascurabile su qualcuno dei suoi atomi materiali».

Che è puro Lovecraft.

sabato 20 dicembre 2025

Angizia

Di Nicoletta Camilla Travaglini


Con il passare del tempo, a queste divinità apportatrici, per la maggior parte, di benessere ed opulenza, furono affiancate altre dispensatrici di miseria, sofferenza, violenza e crudeltà. I loro riti erano celebrati in grotte, anfratti o luoghi segreti. 

A questi numi benevoli, solari e positivi vennero contrapposti, quindi, altri malefici, lunari, oscuri ed occulti, signori della magia nera e stregoneria!  

Una delle prime divinità, ed epifanie della Grande Madre del Mediteranno, fu, senza dubbio, la Luna. 

Essa rappresentata, in prevalenza, come un nume femminile, in Babilonia, però, prendeva i connotati maschile del dio Sin, Padre degli dei, Signore della conoscenza e della saggezza; era uno e trino, in quanto manifestazione della vita, morte e rinascita e lo  si vedeva attraversare il cielo notturno come nocchiero del battello lunare. 

La divinità romana Lunus, da lux cioè luce era, anch’esso, maschile, come l’egiziano Thot, dalla testa di Ibis, animale a lui consacrato, sulla quale c’era una luna crescente ed era considerato come l’artefice dell’Universo. Successivamente Thot divenne figlio di Ra, perdendo, così,  la sua natura di epifania della Luna. 

Anche Osiride padre dell’acqua benefica per i rigoglio delle messi e quindi della fertilità, era una fenomenologia della Luna che, però, successivamente, fu identificato con il dio Sole e pur mantenendo caratteri prettamente lunari, lasciò il posto, a Iside, la quale, quando il satellite terrestre era nella sua fase crescente, si identificava con la dea Hathor, la dea cornuta, conosciuta anche come la Vacca celeste che recava una corona fatta di corna bovine.  

Iside era la sorella e moglie di Osiride il dio dei morti, essa era chiamata anche “la vedova” poiché suo marito fu ucciso dal fratello di lui, che ne occulto il corpo. Iside, allora, al colmo della disperazione, cercò la salma del marito per riportarlo in vita, in quanto essendo una divinità celeste la cosa le sarebbe stata facile. Il perfido fratello – cognato, però, per evitare che ciò accadesse, lo smembrò in 14 pezzi che disperse per il mondo. La donna non si scoraggiò e così grazie all’aiuto dei suoi colleghi celesti e con tanta tenacia, riuscì a ritrovare e ricomporre la salma. Purtroppo essa ne rinvenne solo 13 pezzi, e dopo averlo riunito, pose il cuore al centro del corpo, però Osiride, visse solo lo spazio di una notte, in maniera tale da concepire il suo vendicatore; dopo una notte d’amore il corpo mortale del dio si disfece di nuovo e, questa volta, per sempre. Da tale unione nacque un figlio Horo, il dio egizio con la testa di falco, che vendicò la morte del padre uccidendo lo zio. 

Questa leggenda ha una forte valenza simbolica, perché i dodici pezzi rappresentano le stagioni e i segni zodiacali e il tredicesimo elemento, invece la Luna. 

Ovviamente la resurrezione di Osiride rappresenta la rinascita primaverile, dato che Iside è anche la dea dell’agricoltura, perciò,  riprodotta con le corna che reggevano il disco lunare o come mucca sacra. 

Il suo vestito era costituito da un mantello sfrangiato, con il cosiddetto  nodo isiaco sui seni. Nelle sembianze di dea della fortuna, essa ha la cornucopia dell’abbondanza e il disco solare nella mani. I riti a lei legati erano celebrati sottoterra.

Questa divinità veniva rappresentata come dea alata e velata, sul capo aveva un fiore di loto che nell’atto di schiudersi, allegoria dell’illuminazione. Nella mano destra recava il sistro, come simbolo del suono, cioè la parola; nella mano sinistra c’è un acquamanile, come riferimento alla funzione di fecondità dell’acqua. 

Essa portava, inoltre, tra le mani anche una spiga di grano, una fiaccola, un serpente e lo scrigno dell’iniziazione come simbolo dell’eterno ciclo della vita, morte e resurrezione.  

Con il passare dei secoli a Iside venne attribuito il titolo di Grande Maga in quanto protettrice della scienza, della medicina e della magia. 

I greci chiamarono, la Luna piena, Selene, cioè splendore. Alcune fonti la riportano come la figlia di Iperione e di Teia, altri del titano Pallante, altri ancora di Elio. 

Ella appariva come una bella e giovane donna alla guida di un carro argenteo tirato da una coppia di cavalli che attraversa la volta celeste. 

Essa fu molto desiderata e le vennero attribuiti diverse relazioni con divinità molto importanti come Zeus dal quale ebbe una figlia Pandia. 

In Arcadia cedette alle lusinghe di Pan che le fece dono di una mandria di buoi bianchi. Il suo grande amore, però fu il bel pastore Endimione dal quale ebbe cinquanta figli tra cui l’eroe Nasso.

In seguito Selene divenne Mène dio frigio della Luna, dalla radice indeuropea  Mè che significa misura o computo da ciò deriva la parola mese  

Un'ulteriore personificazione della Luna è Ecate Triodite o la Luna Nera, la tenebrosa divinità dalle tre teste: la prima di cavallo, la seconda di cane e la terza di cinghiale, che rappresenterebbero le fasi lunari, cioè la luna giovane, quella piena e quella oscura oppure nuova. 

Nell’antichità essa era accostata ad Artemide ed era considerata come discendente diretta dei Titani a cui Zeus non tolse i poteri ma li rafforzò. Ecate era molto generosa con gli esseri umani a cui concedeva grazie e favori. Elargiva maggiormente  doni di natura materiale come eloquenza e vittorie nelle guerre o nei intrattenimenti; procurava cibo e poteva sia far prosperare sia deperire gli armenti. Essa interveniva in tutti i campi del vivere umano e veniva  adorata anche come protettrice della gioventù. 

Con il passare dei secoli Ecate, però, perdette la valenza di dispensatrice di doni per acquistarne uno più lugubre e triste: quello del nume tutelare della magia e degli incantesimi, legato al mondo delle Ombre. 

Ella portava una torcia nella mano ogni volta che appariva ai suoi adepti; poteva materializzarsi anche sottoforma di animale come: giumenta, lupa oppure cagna solo per citarne alcuni; Ecate, venne considerata come l’artefice della magia e della stregoneria. 

Dopo che la Luna risorgeva dall’Ade e appare nella volta celeste come una pallida falce per poi divenire, di notte in notte, sempre più evidente e sempre più vicina al plenilunio, prendeva, presso i greci il nome di Artemide.  

La Grande  Madre Luna Inanna presso i Babilonesi divenne Ishtar; essa era sempre raffigurata nuda, come la “verità”; portava nella mano destra la coppa, il loto e sulla testa recava l’effige della  Luna.  

Ishtar era anche la regina del Cielo, della Terra e, naturalmente, degli Inferi in quanto, il satellite della Terra, secondo gli antichi, passava attraverso questi tre mondi. 

Quando essa si trovava negli oltretomba il suolo terrestre era arido e non nasceva nulla, poiché tutto l’universo  cadeva in una sorta di apatia finché non tornava in superficie. Nacque dalla spuma del mare, per questo , a volte, era raffigurata come una sirena o un leviatano. Essendo anche padrona della notte e del tempo guidava le stelle con un carro trainato da leoni e capre, quest’ultimi, durante il medioevo,  erano figure negative, in quanto associati agli inferi. 

Questa dea induceva anche gli incubi notturni agli uomini come tale era la Madre Terrificante o dei Terrori Notturni; essa svelava ai mortali, attraverso le arti occulte, conoscenze arcane, che non potevano essere rivelate. 

Tale nume, però, aveva anche alcuni aspetti malvagi, dal momento che era anche padrona delle guerre e delle devastazioni. Pare che era figlia del dio lunare e del sole, altre fonti affermano che era stata generata dal cielo, comunque sia, essa, veniva rappresentata come una stella a otto punte, simbolo dell’infinito, poi diventato anche effigie della Santa Vergine, madre di Gesù Cristo. 

La Dea Madre Celeste, la costellazione della Vergine, la cui scoperta è attribuita ai Sumeri, era conosciuta con il nome di AB.SIN, cioè solco. 

Demetra e la figlia Persefone rappresentano un’ulteriore epifania della Magna Mater celeste; Persefone rapita da Ade fu portata negli inferi, irritando, così, la madre Demetra, che, per dispetto, fece inaridire la terra. Per fermare questa carestia globale, pretese da Zeus che le fosse restituita la prole sottrattale con l’inganno e la complicità del nume. Il Padre degli Dei, allora, mandò Ermes da Ade per liberarla, cosa che accade di lì a poco. Così quando, dopo aver riabbracciato la figlia, ella diede a Trittolemo il compito di rende la terra di nuovo fertile, affidandogli un carro trainato da serpenti. 

Una volta tornata in superficie Demetra chiese alla figlia se avesse mangiato qualcosa, lei rispose di aver preso dei chicchi di melograno e per questo doveva tornare nell’Ade per una stagione all’anno, alla stessa maniera del chicco di grano che viene seminato per poi rinascere come spiga. 

Queste divinità rappresentavano i due volti della Dea Mater: una madre e l’altra vergine, prima, e madre poi. 

L’italica divinità Bona Dea era conosciuta anche con il nome di Fauna protettrice della castità e fecondità. Era la moglie di Fauno che fu l’unico essere che vide dopo le sue nozze.

Le vergini vestali gestivano il suo culto che culminava con le celebrazione della ricorrenza della fondazione del suo tempio il primo maggio, durante le quali si recitavano preghiere per scongiurare i terremoti. Tra il 3 e 4 maggio le matrone tenevano una festa segreta in casa di un alto dirigente.    

La padrona di casa officiava la cerimonia a cui non potevano partecipare gli uomini e durante tale rito dopo aver sacrificato un maialino da latte si ballava al suono di strumenti a corda o a fiato. 

Essa era rappresentata con uno scettro in mano, una corona di pampini sulla testa e una giara di vino ai suoi piedi. Vicino a lei  vi era anche un serpente ad essa consacrata. Nel suo tempio vi erano serpenti addomesticati e piante medicinali.

Costei era accostata a un'altra potente divinità italica poco nota: Angizia. 

Angitia è il nome latino della dea Osca Anagtia e della peligna Anaceta, deriverebbe  da anguis cioè serpente; siccome il serpente era considerato come una divinità apportatrice di vita e collegata alla medicina,  essa era il nume della guarigione, adorata, specialmente, dai Marsi, che discenderebbero da Marso, inventore della magia e delle arti venefiche, figlio di Medea, sorella di Circe e Angitia. 

Queste tre divinità dedite all’arte della medicina, figlie di Eeta, re di Colco, dopo essere giunte in Italia, si fermarono rispettivamente: Circe, si fermò presso i monti Circei dal nome della dea; Angitia nei presso del lago del Fucino e Medea nella terra dei Marsi.

Angizia dimorò presso le acque del lago Fucino e ad essa venne attribuita l’invenzione dell’arte magica e quello di incantare i serpenti, animali a lei sacri. Ad essa andava il merito di aver insegnato alle sue genti l’erboristica, a maneggiare e rendere innocui il veleno dei serpenti. La sua magia era così potente da prendere la Luna nel cielo, era in grado di comandare le acque dei fiumi e di rendere brulle le montagne. 

Ella era famosa per la sua abilità di curare gli avvelenamenti da morsi di serpenti o cani rabbiosi; poteva, attraverso le sue parole ed un suo semplice tocco,  era in grado di uccidere i serpenti. Ella insegnò queste arti ai suoi seguaci, cioè i Marsi, i quali divennero ottimi maghi, indovini, incantatori di serpenti e guaritori, la loro terra fu considerata la culla della stregoneria.

Essa nonostante fosse una dea o una potente maga, secondo alcune fonti, cercò, inutilmente di salvare la vita a Umbrone, sacerdote e capo della rivolta dei Marsi contro Roma; la si vide, infatti, spesso piangere sulle onde del Fucino, la sua casa, per la ria  sorte del condottiero. Ella pianse altre volte per il destino avverso delle sue genti, ed ancora adesso il suo apparire nelle vicinanze di ciò che rimane di questo lago prosciugato è foriero di disgrazie. 

Angizia era una divinità tra le tante cose, dell’oltretomba che accompagna anche le anime dei defunti nel loro ultimo viaggio, uno psicopompo. Una sua epifania è Angerona, la dea del silenzio e del solstizio d’inverno. La sua iconografia la raffigura con un dito sulle labbra nel gesto di imporre il silenzio. Ella rappresenterebbe il nome magico segreto di Roma che non va mai pronunciato ad alta voce!

Essa è anche la signora dell’angoscia e paura, in quanto può prevenire o allontanare tali sentimenti. 

 Un ulteriore epifania di Anagtia/Anaceta potrebbe essere Medea, che alcuni dicono essere sua sorella, la quale giunta vicino al lago Fucino, si fermò presso alcuni popoli stanziati in quel luogo ai quali insegnò a curarsi contro il veleno dei serpenti ed essi le diedero il nome di Angizia, dal latino angere cioè soffocare, poiché, ella era in grado di soffocare i serpenti con il suono della sua voce. 

Alcune fonti affermano che, il culto di questa divinità osco-marsicano, dal nome che i greci davano ai marsi in quanto territorio pieno di serpenti, la parola Osco, infatti, deriva dal nome di un potente  veleno di un serpente minore, sia stato circoscritto solo alle terre che oggi definiamo Marsicane, quindi, sembra molto curioso il fatto che a Tivoli nel giardino degli Estensi vi fosse una statua identificata come Angizia. 

Con l’avvento del cristianesimo il culto di Anagtia/Anaceta/Angizia venne sostituto con quello della Madonna delle Grazie, la cui chiesa sorgeva nelle vicinanze del suo tempio, costruito sulle sponde del Fucino che alcuni chiamano Lucus Angitiae, forse, perché alcune leggende la identificano come la sposa del dio Lug o Luco cioè il signore della luce e del sole.

Gli incantatori di serpenti eredi dei popoli che adoravano Angizia, vennero chiamati, in seguito, Serpari che passarono, con l’avvento del cristianesimo, ad indicare i fedeli di San Domenico dei Marsi. 

Così i culti pagani legati a questa dea ctonica nei quali le offrivano serpenti vivi, vennero sostituti da quello cristiano della processione di San Domenico a Cocullo, Villalago e Pretoro.

Nella  suggestiva processione di San Domenico a Cocullo, il primo giovedì di maggio, il Santo, portato in spalla dai fedeli, è preceduto da altre statue di santi. 

Dopo l’assordante suono delle campane intervallato da fuochi pirotecnici e dalla banda, la statua del Santo, sotto il baldacchino, viene inondata da una massa di serpenti buttati su di esso dai serpari, che forma una massa viscida e multicolore, la quale si avvinghia o cade lungo il tragitto, diligentemente raccolta e incrementata dagli altri serpari. 

San Domenico, infatti, protegge contro il veleno delle serpi, degli aspidi e contro i morsi dei cani rabbiosi; egli è invocato anche in caso di incontro con questi animali. C’è un famoso adagio che dice: “Non chiamare San Domenico prima di aver visto la serpe”.   

Anche a Pretoro si svolge una cerimonia simile e tutti gli abitanti, già da bambini, iniziano a familiarizzare con i rettili. Inoltre, qui, c’è una curiosa tradizione che vuole che le donne di questo paese conoscano perfettamente le proprietà curative delle piante, come la Dea Madre Angizia e le sue numerose epifanie. 

Il serpente strisciando sulla nuda terra, per gli antichi, era direttamente in contatto con la Madre Terra ed essendo un elemento ctonio, lo si vedeva spesso entravano in un contatto diretto con lei, intrufolandosi tra le sue crepe e i recessi. 

Esso rappresenta l’allegoria del ciclo vitale e per questo è sempre presente nel mito della Grande Madre Terra.

 Una delle prime divinità che rappresentano la fertilità era “la Dea dei Serpenti” di Cnosso, che l’arte raffigurava con uno stretto bustino sbottonato con  e due serpenti tra le mani a mo’ di saette, con un gatto accovacciato sulla testa. I pithoi erano, invece, delle olle  per la conserva dei cereali sacri alla dea, decorati con serpenti sulle pance.

Il nome Eva deriva da una parola semita che significa serpe. 

Nei miti egiziani Apep era il serpente nemico di Ammone- Ra, il sole che sorgeva ogni giorno. 

Il dio della medicina Asclepio recava un caduceo raffiguranti due serpenti intrecciati con due piccole ali ed un elmo sempre fornito di ali. 

Il serpente, infatti, aveva anche le proprietà curative; il suo morso poteva dare la morte ma anche la vita.

 Molti grandi condottieri del passato vantavano chiare parentele con questa divinità, arrivando, perfino a dire di essere stati concepiti dal serpente stesso. Nell’antichità avere un tatuaggio con il serpente significava portare un segno dalla divinità. 

Quetzalcoat della mitologia azteca era un serpente. Ahirman divinità del pantheon persiano, era lo spirito del male che trasformatosi in serpente si penetrava nelle anime degli esseri umani per traviarli. 

Alcune volte, la regina del cielo sumera Inanna, recava tra le mani dei serpenti.   

Se gli antichi davano una valenza positiva a questo animale, il sincretismo cristiano, lo trasforma nell’epifania di Satana, l’emblema per del male per eccellenza su cui, però, trionfa il bene con la Vergine Maria, lo schiaccia sotto il tallone.  

 

martedì 9 dicembre 2025

Ovidio il mago

di Nicoletta Camilla Travaglini


Si narra, a proposito di streghe e maghi nelle tradizione abruzzese, si annovera, che, tra le fila di queste creature fantastiche, uno dei più grandi ed eclettici artisti dell’antichità:

“Ovidio è nato a Sulmona nel 43 a.C. proprio vicino  a questo posto, se è vera la leggenda che si tramanda. Il poeta era il secondo figlio di un signorotto della zona, un gentiluomo di campagna che non aveva grandi ricchezze[…]

Egli lasciò Sulmona quando aveva nove anni per andare a studiare a Roma, ma tornava spesso a Sulmona[…]

La fama di Ovidio ha lasciato profonde tracce attorno a Sulmona. Come aveva predetto, egli è l'orgoglio e la gloria dei Peligni. Poiché Ovidio n on era come tutti gli altri uomini, veniva considerato un semidio o il più grande dei maghi. Tutti i contadini conoscono il suo nome e la sua leggendaria storia.
 
Una delle più antiche e solenni promesse in uso in questa zona , consiste nel giurare su  Ovidio; dice Finamore: "Quando  un contadino di Sulmona vuol pronunciare una enorme bestemmia , getta a terra il suo cappello ed urla: "Mann'aggia Uiddiu" (Abbia un malanno Ovidio!)".

Ecco la leggenda che  qui si racconta sul  gran mago Uiddiu: "Ovidio fuggì da casa e s comparve. Infin e fu trovato nel bosco di Angizia - cioè nel mistico boschetto della sacerdotessa, vicino Luco, sul Lago Fucino. Lì stava imparando le arti  magiche da un astrologo o da una strega della Marsica. Quando fu riportato a casa, egli cominciò a fare miracoli indicibili. Appena apriva bocca tutti restavano  incantati dalle sue parole, poiché sapeva imitare il canto degli uccelli; e ognuno ascoltava il canto che gli piaceva di più. Crescendo, diventò un grande mago. In un a notte costruì sul Morrone una magnifica villa, circondata da giardini, vigne e frutteti e bagnata dalle acque di una fonte che oggi si chiama Fonte d'Amore.

La villa era stupenda, aveva i porticati, logge, terrazze, bagni e magnifici affreschi. Poiché quel posto in precedenza era solo un pendio roccioso e frastagliato, pieno di picchi e burroni, adesso  una  gran quantità di gente vi accorreva per ammirare quella meraviglia.

Allora Ovidio, per punire la loro curiosità, trasformò con una sola parola tutti  gli uomini in uccelli e le ragazze in lunghi filari di pioppi. Quando si venne a sapere di tale portento, tutta la campagna fu terrorizzata, molti si recarono dalla madre di Ovidio e la pregarono di chiedere al figlio che avesse pietà del luogo in cui era nato.

Poi Ovidio fece apparire un grande cocchio con cavalli di fuoco e, salitovi sopra , raggiunse Roma in un  batter d'occhio. Lì operò per lungo tempo come mago; con i denti di un enorme mostro e con le scintille del fuoco egli creava guerrieri, dava vita alle statue, trasformava gli uomini in fiori, ed i cervi in porci neri. Mutò anche i capelli di una donna in serpi e le gambe di altre in code di pesci. Ci fu gente che egli trasformò addirittura  in isole! Ad una sua parola le pietre parlavano e tutto ciò che egli toccava diventava oro. Le fiamme divoravano  la terra ed il mare si popolava di belle donne. Un giorno la figlia del re si innamorò del mago e questi di lei, ma al sovrano  ciò non faceva piacere; allora Ovidio disse al re: "Se tu non ci dai il tuo consenso, ti trasformerò in un caprone con sette corna !". Il re non gli rispose, ma una notte mandò i suoi  soldati a casa del mago dove essi gli rubarono la bacchetta magica, lo incatenarono e portarono via in una  terra lontanissima, dove vivevano  solo lupi ed orsi, dove nelle foreste e sulle montagne c'era sempre neve e non faceva ma i caldo. Lì il povero mago spirò, ma dopo la s u a morte ritornò alla villa ed ogni sabato notte va con le streghe all'albero di noce che si trova a Benevento.

Questa leggenda, che per il fatto di essere completa costituisce un'eccezione, dà una spiegazione dei principali eventi della vita del poeta. Ci sono altri racconti sulla vita di Ovidio, ma sono frammentari e incongruenti: per esempio egli predisse la venuta di Cristo - però professava anche la dottrina cristiana nella chiesa della Tomba ed amava sentire la messa nella chiesa di san Francesco. Forse fu verso la fine della sua vita che egli abbracciò la stregoneria e si costruì la villa su un eremo.
 
Egli era anche in grado di leggere coi piedi e se voleva tirar fuori l'essenza di un libro, bastava che si mettesse in piedi su di esso. Questo spiega perché la statua a Sulmona lo rappresenta in piedi sopra un grosso volume. Oggi tutti i suoi scritti sono andati persi e l'unico libro Sopravvissuto fu preso in prestito da un generale francese dell'esercito napoleonico, che non lo restituì mai. Con l'aiuto di tale libro i francesi hanno fatto grandi imprese.

 È stato a Fonte d'Amore che Ovidio conobbe l'amore. A questo proposito i pareri si dividono fra chi pensa che si trattasse della figlia di Cesare e chi dell'incantatrice proveniente da S. Lucia. Ovidio nascose da qualche  parte nella Villa tutta la ricchezza accumulata con le arti magiche e a volte questo tesoro è stato anche visto, alla Vigilia dell'Annunciazione. Ma è chiaro che solo un uomo ha posseduto l’efficace libro del comando, cioè San Pietro Celestino, il quale, dopo tutto, non aspirava al tesoro di Ovidio. Ecco la leggenda del Papa eremita e del tesoro del mago Ovidio: "Mentre era Papa, San Pietro Celestino studiò le opere di Ovidio e appurò che tra le macerie della villa del poeta, alle falde del monte Morrone, era nascosto un gran tesoro.

Egli pensò di costruire la Badia di Santo Spirito vicino Sulmona e si fece fare perciò un disegno bellissimo. La gente che vedeva il disegno diceva: "Santo Padre, come farete a terminare una fabbrica tanto grande?".

Il Papa rispondeva: "Pietre e calce potranno mancare, ma non ci mancheranno i soldi". Nessuno sapeva che il Papa poteva disporre di un tesoro che non finiva mai. Il Papa rinunciò ad essere Papa, partì da Roma e tornò alle falde del monte Morrone, dove aveva fatto penitenza. Poi di notte andò a scavare il tesoro e trasportò i denari nel luogo dove doveva costruire la Badia. Si cominciò la fabbrica.

Ci volevano  quattrini con la pala, ma i quattrini non mancavano. San Pietro, ogni  sabato che doveva dare la paga agli operai, andava a prendere tre sacchetti d'oro e tre d'argento. Quando la Badia fu terminata il tesoro si richiuse. E da allora nessuno ha mai potuto sapere il punto preciso dove sta e come si fa a prenderlo. […]”(1)


[1] MAC DONNEL, Anne op.cit. pags. 133,134,135,136,137.


sabato 29 novembre 2025

La poesia è preghiera e la spiritualità parla una lingua universale

tratto da "Il Giornale" del 4 dicembre 2024

Dai Pigmei ai "Salmi", dai Tamil ai taoisti. Un'antologia senza confini sull'eterno

di Paolo Bianchi


Non poteva essere intitolata in maniera più opportuna questa antologia di poesia religiosa, Versi a Dio (Crocetti Editore, pagg. 338, euro 30, a cura di Davide Brullo, Antonio Spadaro e Nicola Crocetti, traduzioni di vari autori, in parte dei curatori stessi). L'idea è di raccogliere testi da tutto il mondo e da tutte le epoche che riflettano la tensione umana verso il divino. Opera compiuta egregiamente attraverso un lavoro di squadra che ha coinvolto lo scrittore, poeta e critico letterario (e collaboratore di queste pagine) Davide Brullo, Nicola Crocetti, il principale editore di poesia in Italia, e padre Antonio Spadaro, già direttore della rivista La Civiltà Cattolica e da poco nominato da Papa Francesco sottosegretario del Dicastero vaticano per la cultura e l'educazione.

Il libro si apre con una Lettera ai poeti di Papa Francesco; il pontefice li definisce «occhi che guardano e che sognano», «voce delle inquietudini umane» e «coloro che plasmano la nostra immaginazione». Una missione non da poco, e che da un punto di vista cattolico richiama l'importanza di comunicare il messaggio evangelico.

Attenzione, però. Questa non è un'antologia destinata soltanto ai cattolici, né soltanto alle persone di fede. Anche gli agnostici, anche gli atei vi possono attingere, non fosse che perché molti dei testi provengono da epoche e da luoghi dove nessuna religione organizzata aveva ancora visto la luce. Spiega Spadaro: «Le liturgie sono state spesso accompagnate o seguite dalla poesia» e «In rari casi la poesia si genera proprio perché la liturgia è impedita». Di fatto l'espressione poetica scaturisce da una necessità spirituale. Rifacendosi a un altro gesuita, il critico letterario Henri Bremond, per stabilire la relazione fra poesia e preghiera e a proposito dell'affinità fra sentimento religioso e ispirazione poetica, Spadaro osserva che fra le due esperienze sussistono analogia e continuità. La preghiera non è necessariamente poesia, ma la poesia tenderebbe a raggiungere la preghiera.

Dai frammenti che ci pervengono da popolazioni antiche, dai Pigmei dell'Africa equatoriale agli Apache in America del Nord, dai Dinka del Sudan fino agli Iacuti della Siberia settentrionale, è presente il topos comune dell'invocazione a un Dio sole. Poi ci sono fonti più recenti che fanno riferimento a un autore preciso, o a un'autrice, come nel caso della deliziosa Antal, la poetessa indiana di etnia Tamil che nel IX secolo dopo Cristo scriveva: «Il loto si impenna al nascente sole/ il giglio sigilla i suoi petali;/ vestiti di zafferano e cenere/ gli asceti percorrono la via/ verso il sacro tempio, per suonare/ la conchiglia di buon auspicio».

Attraversando i continenti e venendo all'Europa, incontriamo il fiume immenso dei nostri Antichi, Grecia e Roma. E qui le invocazioni agli dei abbondano. Scegliamo quelle alla dea dell'Amore, per esempio quella di Saffo ad Afrodite, a cui la poetessa chiede «e ciò che il mio cuore desidera si compia/ portalo a compimento, e tu stessa/ sii mia alleata»; e quella di Lucrezio a Venere, nel De rerum natura, che più classica non si può, vista la sua attualità: «A maggior ragione, dea, concedi alle mie parole/ un'eterna bellezza e fa' che sul mare e sulla terra/ si plachino le opere feroci della guerra». Magari... I versi del buddhismo, del taoismo, del confucianesimo e dello shintoismo hanno in comune il fatto di non essere invocazioni a un Dio, ma illuminazioni sull'anima, e sulla natura, quella umana compresa.

Della Bibbia sappiamo già, basterebbe citare i Salmi, un esempio di come ci si possa rivolgere a Dio attraverso immagini poetiche. Alcune fra le pagine più belle di questo volume sono frutto della mistica cristiana. La scelta d'includere il Cantico delle creature sarebbe stata scontata (e qui di opzioni scontate non ce ne sono). Di Francesco d'Assisi leggiamo invece la formula di esortazione e lode che si chiude su due versi di sintesi folgorante: «Astinenza dal male/ saldatevi nel bene». Per non parlare della spinta ascetica, quasi erotica, di Fiamma d'amor viva di san Giovanni della Croce.

Il libro si legge in qualunque ordine e direzione, anche aprendolo a caso, come un I Ching, un testo divinatorio. Che ci s'imbatta in una sura del Corano o in un componimento del grande poeta arabo-siciliano Ibn Hamdis («Vedo le Pleiadi sorgere, e sembrano un vezzo di sette perle, di cui hai fatto collana»), si potrà concordare su quanto scritto nel Seicento, in un lampo accecante, dall'umanista enciclopedico tedesco Daniel Czepko: «Accade che Dio e l'uomo irrompano insieme». Resta il fatto che il poeta si rivolge sempre a qualcuno.

«Il poema tende a un Altro, esso ne ha bisogno, esso ha bisogno di un interlocutore: lo va cercando» ha scritto un altro poeta tedesco di origine rumena, Paul Celan, ateo e morto suicida nel 1970. «Ogni oggetto, ogni essere umano, per il poema che è proteso verso l'Altro, è figura di questo Altro». Comunque lo vogliamo definire, si tratta pur sempre di un richiamo a un'essenza pura.

venerdì 21 novembre 2025

“Sculptus in Tenebris” (2001), di H. P. Lovecraft: quando anche un saggio diventa raro

in collaborazione con l'autore Simone Berni

tratto da: https://www.cacciatoredilibri.com/sculptus-in-tenebris-2001-di-h-p-lovecraft-quando-anche-un-saggio-diventa-raro/


“Sculptus in Tenebris”: L’opera che scolpisce Lovecraft nella tenebra

 Segnalazione di Emanuele Varone

 


Se siete appassionati del lato oscuro della letteratura, e in particolare dell’universo lovecraftiano, c’è un libro che non potete lasciarvi sfuggire: Sculptus in Tenebris. Saggi e iconografia lovecraftiana. Pubblicato nel 2001 da Nuova Metropolis Edizioni di Milano, questo volume è molto più di un semplice omaggio a Howard Phillips Lovecraft. È un ritratto intellettuale e visivo, quasi una scultura narrativa che plasma il mito dello scrittore di Providence nelle pieghe più insondabili del terrore e del sogno.

 

Un’antologia che scolpisce l’ignoto

Curato da Michele Tetro, critico noto per i suoi approfondimenti sul cinema fantastico, Sculptus in Tenebris offre un insieme di saggi critici e una ricca iconografia sull’universo lovecraftiano. L’obiettivo è ambizioso: intrecciare analisi letterarie sui temi cosmici e onirici di Lovecraft con indagini sull’influenza delle correnti artistiche del Novecento, come simbolismo e surrealismo. La parte iconografica è un fiore all’occhiello, con illustrazioni ispirate ai Miti di Cthulhu, opere di artisti italiani e internazionali, documenti d’archivio e fotografie a colori.

Il titolo in latino, che potremmo tradurre come “scolpito nelle tenebre“, è un richiamo ironico e colto all’arte come tentativo di dare forma all’indicibile, un tema centrale nella visione lovecraftiana.


 La rarità e il valore per i collezionisti

Il volume è oggi fuori catalogo e può essere trovato soprattutto in mercatini dell’usato, su piattaforme di librerie specializzate come Delos Store, eBay, AbeBooks o in circuiti collezionistici. Il valore di mercato è in crescita costante, motivo per cui rappresenta un piccolo gioiello per appassionati di Lovecraft e studiosi del weird. Chi lo possiede sa di avere tra le mani non solo un libro, ma un pezzo di culto per la critica letteraria specialistica italiana inizi Duemila.


Dove cercarlo e come riconoscerlo

Per reperire questo volume è consigliabile puntare su librerie antiquarie o siti online specializzati nella narrativa fantastica e horror. Date le caratteristiche della sua produzione, è raro trovarlo in condizioni perfette, ma le copie con copertina integra e sovraccoperta sono particolarmente ambite. In un mercato che premia l’unicità e l’edizione curata, possedere Sculptus in Tenebris significa avere accesso a un repertorio di studi e immagini che non solo approfondiscono la figura di Lovecraft, ma ne ampliano la mitologia estetica e culturale. Un acquisto da veri cacciatori di libri, per chi ama esplorare il lato oscuro della letteratura con rigore e passione.


giovedì 13 novembre 2025

“La creatura di Mortegliano” di Antonio Chiumiento, raro libro ai margini perfino dell’Ufologia…

in collaborazione con l'autore Simone Berni

tratto da: https://www.cacciatoredilibri.com/la-creatura-di-mortegliano-di-antonio-chiumiento-raro-libro-ai-margini-perfino-dellufologia/



Alberto Cecon mi segnala un libro che, essendo una edizione privata, è raro e piuttosto difficile da localizzare nei siti di vendita. Si tratta di La creatura di Mortegliano di Antonio Chiumiento (s.l., Editoriale Programma. 2012) – il libro non sembra posseduto da alcuna biblioteca del sistema OPAC SBN.

Il libro è il resoconto dell’apparizione di un supposto “essere alieno” presso Mortegliano, in Friuli, nel febbraio del 2012. Il libro è stato scritto dall’ufologo pordenonese Antonio Chiumiento. La vicenda fin dall’inizio scatenò una clamorosa bagarre tra ufologi, con strascichi polemici e una serie di minacce e di scontri accesissimi sull’autenticità del fenomeno di cui in rete è ancora possibile leggere alcune ricostruzioni, non si sa quanto attendibili.

Ad ogni modo a noi cacciatori di libri poco interessa la vicenda in sé ma soltanto il libro che ne è scaturito e soprattutto la sua rarità sul mercato, che è notevole.


La vicenda dell’apparizione e gli altri libri

L’ufologo Antonio Chiumiento (n. 1949) ha indagato a lungo sulle apparizioni di oggetti volanti non identificati e su avvistamenti di creature misteriose in diverse località d’Italia, tra cui Mortegliano, in provincia di Udine. Chiumiento ha scritto in dettaglio dell’accaduto nel suo libro La creatura di Mortegliano, organizzando all’epoca incontri e conferenze, nei quali ebbe modo di presentare le sue scoperte e mettere al corrente il pubblico circa le sue indagini in merito.

Uno dei principali episodi indagati da Chiumiento riguarda l’osservazione di una misteriosa creatura alta e stranissima, avvenuta nel 2012 su un greto del Tagliamento, da parte di un attendibile imprenditore friulano di cui non è mai stata fornita l’identità. L’ufologo ha anche raccolto testimonianze di avvistamenti di creature simili in diverse altre località d’Italia, tra cui Seveso in provincia di Milano, il Goriziano, alcune località in provincia di Pordenone e due episodi sulle coste della Calabria.

Chiumiento ha sottolineato le analogie tra gli identikit delle creature avvistate e la creatura di Mortegliano del 2012. Tutte le persone coinvolte si sono rivolte solo a lui per riferire le proprie esperienze. L’ufologo pordenonese ha successivamente scritto Avvistamenti e presenze misteriose (Treviso, Programma, 2014)  e Obiettivo non identificato (Edizioni Segno, 2020).