Blog dedicato ai misteri, esoterismo, antiche civiltà, leggende, Graal, Atlantide, ufo, magia
sabato 22 dicembre 2012
Sagrada Familia, l’arte che scolpisce nel tempo
sabato 8 dicembre 2012
Se il mercenario è "vera civiltà"
La recenzione al seguente link:
http://www.rassegnastampa-totustuus.it/modules.php?name=News&file=article&sid=5235
mercoledì 14 novembre 2012
Se la cultura fa squadra e... compasso
di Daniele Abbiati
«Pierre, col cuore sospeso, con gli occhi sfavillanti, guardava in viso il massone, lo ascoltava senza interromperlo, senza interrogarlo, e con tutta l'anima credeva a ciò che gli diceva quell'estraneo. Credesse alle argomentazioni contenute nel discorso del massone o credesse, come credono i fanciulli, alle intonazioni, alla persuasione, al fervore che erano in quelle parole, al tremito della voce che a volte quasi impediva al massone di parlare, o a quei luminosi occhi di vecchio, invecchiati in quella convinzione, o a quella calma, a quella fermezza, a quella coscienza della sua missione che splendevano in tutta la persona di lui e che lo colpivano tanto più fortemente a paragone del proprio avvilimento e della propria disperazione, certo è che con tutta l'anima egli desiderava di credere, e credeva, e provava un lieto senso di tranquillità, di rinnovamento, di ritorno alla vita».Il cuore del leone Lev Tolstoj s'intenerisce, come sempre, quando si tratta di entrare nel cuore degli altri per scriverli dal di dentro. Il cuore di Pierre Bezuchov è terreno fertile, sia per il vecchio massone (fra i camei più preziosi di Guerra e pace), sia per lo scrittore. Intelligente ma ingenuo, ingenuo ma intelligente, fuori luogo nell'alta società eppure affascinante per i dubbi che lo tormentano, Pierre si dà all'iniziazione come un prigioniero che si arrende dopo la guerra e cerca la sua pace interiore. È il prototipo dell'affiliato, il sommerso salvato e insieme il salvato sommerso: mare concentrato nella goccia e goccia tuffata nel mare della religione laica.Lo stesso mare e le stesse gocce annaffiano gran parte della letteratura italiana del '900, come spiegava qualche anno fa Paolo Mariani nel saggio La penna e il compasso (Il Cerchio). Due i casi più eclatanti. Giovanni Pascoli il 22 settembre 1882 entrò nella loggia «Rizzoli» di Bologna, e il suo testamento massonico autografo, rinvenuto nel 2002 dallo storico Gian Luigi Ruggio, fu acquistato dal Grande Oriente d'Italia nel giugno 2006 a un'asta di manoscritti. Mentre vent'anni prima del «Fanciullino», dopo la «Giornata dell'Aspromonte», un altro «leone», a suo modo tolstojano, Giosue Carducci, divenne «fratello» (proprio la poesia Dopo Aspromonte ne è la certificazione). Nel 1862 Guerra e pace era ancora «in lavorazione», come l'Italia di Carducci e di Pascoli. E per mettersi all'opra molti indossarono i «grembiulini».
domenica 11 novembre 2012
Delle veloci considerazioni sul Signore degli Anelli
di Vito Foschi
I vari personaggi della Compagnia fanno parte di varie specie: elfi, uomini, hobbit, nani. Gli Hobbit, chiamati mezzi uomini sembrano rappresentare la parte infantile dell'uomo e vivono in un stato di tranquillità preoccupandosi delle piccole cose come il cibo. Come arma hanno un pugnale che rappresenta quasi un temperino da ragazzini.
Il nano rappresenta la parte più materiale dell'uomo. Vive sotto terra, è basso, brutto, ma robusto e usa l'ascia come arma che è un'arma molto primitiva una delle prime ad essere creata dall'uomo.
Gli elfi rappresentano la parte spirituale dell'uomo. Sono immortali, sono belli, usano l'arco che è un'arma che rimanda al cielo: la freccia vola. Infatti nell'oroscopo il segno del sagittario ha questa aspirazione spirituale rappresentato dall'arco anche se ha l'ambivalenza di avere le gambe ben piantate a terra.
L'uomo dovrebbe avere in sé tutti questi aspetti, unire la forza del nano, la spiritualità degli elfi e lo sguardo semplice degli hobbit.
domenica 28 ottobre 2012
Ritorna l'epico «Kalevala» Il poema che ha reso la Finlandia una nazione
di Giuseppe Conte
Nel primo cinquantennio dell'Ottocento, un medico e filologo, cultore
appassionato della mitologia e della lingua del suo popolo, quello finlandese,
vaga per i villaggi più sperduti e raccoglie dalla viva voce di cantori leggende
e cosmogonie, per poi trascriverle e ordinarle in un complesso grandioso che
rappresenta l'ultimo tra i poemi epici e tra i libri sacri dell'umanità. Il
medico filologo si chiama Elias Lönnrot. Il poema è il Kalevala, che oggi
riappare in una nuova traduzione integrale presso le Edizioni Mediterranee
(Kalevala, pagg.378, euro 24,50; a cura di Marcello Ganassini).
Vale davvero la pena di immergersi in questo flusso straordinario di avventure
cosmiche, guerriere, magiche, sciamaniche. Il mito dimostra ancora qui la sua
potenza fondatrice. Ai tempi di Elias Lönnrot la Finlandia faceva parte della
Russia imperiale, e vi si parlavano, come lingue ufficiali, il russo e lo
svedese. Fu il lavoro apparentemente impossibile, quasi assurdo di Lönnrot e di
un gruppo di intellettuali imbevuti di spirito romantico a creare il finlandese
moderno e la Finlandia come Paese indipendente.
Un poema epico e pieno di potenza lirica e fiabesca messo insieme meno di due
secoli fa è il fondamento del Paese avanzato che oggi produce tecnologia tra la
più apprezzata al mondo. E il mito dimostra qui anche la sua intrinseca bellezza
di «canto dell'universo», come lo definiva Joseph Campbell, il mitologo cui ha
guardato come un maestro George Lucas mentre concepiva la saga di Guerre
stellari. Nel prologo cosmogonico dei primi due canti, o runi, viene descritta
Ilmatar, la grande madre, che stanca della sua esistenza di solitudine entra in
mare e viene fecondata dal vento e dalle onde. La sua gravidanza dura settecento
anni. Poi invoca Ukko, il dio supremo, e allora una anatra va a deporre le uova,
sei d'oro e una di ferro, nel suo grembo. Quando le uova si aprono, nascono dal
guscio il cielo e la terra e dal tuorlo il sole. Ma il suo ventre contiene anche
Vainamoinen, che vi resta trenta estati e trenta inverni prima di uscire nel
mare, e poi va alla deriva altri cinque anni sino a fermarsi a contemplare la
luna, il sole e le stelle. Vainamoinen è eroe e anche aedo, innamorato e
guerriero, sapiente e sciamano. È la voce pervasiva che regge tutto il poema
nella sua complessità. Accanto a lui, Ilmarinen, un fabbro che canta l'origine
magica e controversa del ferro, e che si sottopone per amore alle prove più
dure, arare un campo di serpi, catturare l'orso Tuoni e il lupo Manala, pescare
il terribile luccio del fiume Tuonela. Rimasto vedovo, Ilmarinen si costruisce
invano una compagna d'oro e d'argento. Lemminkainen è l'eroe birbante, bello,
spensierato, seduttore. Quando viene ucciso e gettato a pezzi in un fiume, il
pettine che ha lasciato nella casa natale sanguina, e sua madre può iniziare
l'opera di ricerca e di ricomposizione della salma, mettendo insieme i vari
pezzi con l'aiuto di Suonar, dea responsabile della circolazione sanguigna, e
poi di un'ape, «anima leggera», «agile creatura», che va a prendere in cielo il
nettare per ridare all'eroe la parola oltre che la vita.
Contro i tre eroi, si staglia Louhi, la signora di Pohjola, nemica insidiosa
perché può ricorrere ad arti magiche e inviare tra gli abitanti di Kalevala
epidemie che producono orribili piaghe e l'orso che divora il bestiame; e può
arrivare persino a nascondere il sole e la luna e a privare il popolo del fuoco.
La guerra si sposta dal terreno delle armi a quello della potenza sciamanica. Ma
non c'è solo guerra nel Kalevala.
Mirabili le descrizioni del risveglio della terra (l'eco delle quali ho
avvertito in Knut Hamsun), il tono fiabesco della madre che consiglia alla
figlia una dieta di bellezza come questa: «mangia buon burro per un
anno:/diventerai più florida delle altre;/ carne di maiale l'anno
dopo:/diventerai più graziosa delle altre» o l'episodio tragico dell'incesto
boschivo di Kullervo. C'è qui lo spirito etico che Carlyle riconoscerà nel mito
nordico svalutato da Goethe rispetto a quello greco-romano. E infine l'avvento,
con Marijatta e il suo bambino divino incoronato re, della nuova sapienza
cristiana, con la malinconica fuga di Vainamoinen su una barca di rame verso un
esilio che dura ancora.
giovedì 25 ottobre 2012
IL GRAAL IN ABRUZZO
La presentazione tratta dal sito della casa editrice:
"
L’eterna e affascinante ricerca del Graal ha incantato gli studiosi di tutte le epoche e la nostra non fa eccezione.
Nel mistero di un lunga inchiesta che si snoda attraverso i secoli, luoghi e personaggi oscuri paiono sul punto di svelare i loro arcani segreti; la storia di questa inafferrabile Reliquia si perde così nella leggenda celata ai nostri occhi dalle pesanti coltri delle sabbie del tempo.
In un percorso suggestivo Nicoletta Camilla Travaglini ha raccolto le possibili tracce del Graal nelle terre degli Abruzzi dove, come emerge da questo affascinante reportage, esso sembra aver lasciato profondi segni del suo probabile passaggio tanto a livello antropologico che archeologico.
Lanciano e i suoi Miracoli Eucaristici, le sue Chiese, la storia di Longino e della lancia del destino; Atessa, la processione del Graal e le inquietanti testimonianze simboliche che al Graal rimandano; San Giovanni in Venere, in cui potrebbero essere stati custoditi la Sacra Reliquia e i molti, terribili segreti legati all’ordine del Tempio; Vasto, la Spina della Corona di Gesù e la tradizione del Toson d’oro; Manoppelo e la Veronica; e poi ancora San Buono, Liscia, Pollutri… Luoghi, appunto, e personaggi, come Celestino V, la Famiglia di Sangro, i Del Balzo, gli Orsini, i De Ocre, i D’Avalos, solo per citarne alcuni, la cui natura enigmatica e contraddittoria rende spesso ancora più misteriosa ed eccentrica la soluzione dell’arcano.
[ISBN-978-88-7475-290-4]
Pagg. 120 - € 10,00
Link al sito della casa editrice
domenica 21 ottobre 2012
Il simbolo
"E' ugualmente possibile dimostrare a partire da questo esempio in qual modo i diversi significati di un simbolo relativi a differenti livelli di realtà, che sembrano talvolta contraddirsi, siano profondamente legati tra di loro e ricongiunti nel significato più alto dell'immagine, che è un significato puramente spirituale.
Questa molteplicità di interpretazioni fa parte del carattere del simbolo; è qui che risiede la sua superiorità rispetto alla definizione concettuale. Mentre quest'ultima integra un determinato concetto in un contesto logico e di conseguenza lo determina a un certo livello, il simbolo resta aperto, senza tuttavia essere impreciso; è innanzi tutto una 'chiave' che dona l'accesso alle realtà che oltrepassano la ragione"