giovedì 27 febbraio 2025

"I velivoli del mistero" di Renato Vesco, un libro vintage sugli UFO

Rintracciato in una bancarella questo "I velivoli del mistero" di Renato Vesco, ufologo convinto della natura terrestre degli UFO. Renato Vesco era perito aereonautico ed è stato pilota nella seconda guerra mondiale. Era convinto che gli UFO fossero velivoli inglesi costruiti con i progetti trafugati al III Reich. Questa posizione lo aveva isolato dal resto della comunità ufologica italiana. Oltre a questo, Vesco ne aveva scritto altri due sullo stesso tema, tra cui "Intercettateli Senza Sparare. La Vera Storia Dei Dischi Volanti" che fu tradotto e pubblicato all'estero. Vi regaliamo alcune immagini del libro














sabato 8 febbraio 2025

SULLE ALCHIMIE PITTORICHE DI JULIUS EVOLA

tratto da L'Opinione del 21 maggio 2024


di Dalmazioe Frau(*)


In nessun altro campo dei suoi molteplici e profondi interessi, Julius Evola si è rivelato essere contraddittorio come in quello artistico. Contraddittorio verso sé stesso o verso i tanti, forse troppi, critici ed esegeti sorti soprattutto negli ultimi anni che invece non hanno sempre saputo cogliere alcuni passaggi significativi della produzione pittorica del più odiato “filosofo” italiano del Novecento? Se ancora molto ci sarebbe da dire e da scoprire sulle poche, relativamente poche dacché molte sono andate disperse, opere dipinte del Barone nero, ancora di più ci sarebbero da ripristinare alcuni dati inoppugnabili che collocano Evola non soltanto come il più importante – nonché unico – esponente del dadaismo italiano (seppur in ritardo sui tempi) ma come un “unicum”, un caso irripetibile che supera e trascende qualunque tentativo di categorizzazione e dunque di riduzione che miri a volerlo contenere in una determinata categoria artistica soprattutto se legata alle avanguardie novecentesche.

Partiamo da uno dei tanti opinabili punti: il tentativo di voler ricondurre e relegare la pittura evoliana allo schema obsolescente del già trascorso Movimento futurista. Tentare quest’operazione, ovvero sostenere che Evola fu “futurista” in quanto allievo di Giacomo Balla nel suo studio romano, sarebbe come affermare che Giotto di Bondone sia stato un pittore bizantineggiante e legato all’iconografia altomedievale in quanto allievo di Cimabue, oppure sostenere che Leonardo da Vinci sia stato non altro che il seguace pedissequo di Andrea del Verrocchio. I paragoni non sono impropri dacché Evola va pensato come un uomo della Rinascenza pagana e non soltanto come un nostro contemporaneo che avverte la “crisi del mondo moderno”. Crisi che egli ravvisa anche e soprattutto, forse, nell’arte, dopo il breve periodo nel quale di questa si occupa, sempre mantenendo una sorniona e distaccata ironia e il suo tipico, sarcastico senso dell’umorismo, che si traduce proprio in certe sue composizioni pittoriche.

Insomma, Evola si è preso gioco dei critici del suo tempo? Sarei propenso a ritenere di sì e anche che abbia continuato a farlo a lungo, persino durante la breve stagione del secondo dopoguerra nella quale riprese a dipingere, ripetendo opere già espresse. Evola fu un grande pittore? Tecnicamente no, l’uso delle velature appreso da Balla è spesso soltanto accennato a favore di un’irruenza di forme geometriche e di colori che rimandano alle dottrine filosofali d’oriente sino al pitagorismo, in una miscela decisamente “moderna” che consente all’artista di “cavalcare la tigre” e trasmettere di sé ciò che neppure lui conosce a colui che guarda in un oscuro messaggio iniziatico. Se Julius avesse realmente padroneggiato una tecnica pittorica tradizionale, il suo spirito sarebbe stato certamente più incline a manifestarla nell’ordine iconografico del “Realismo magico” del Gruppo Novecento.

Più intriganti sono decisamente i suoi “nudi”, legati a quella “metafisica del sesso” che tanti sopraccigli fece alzare per la sua peculiarità e profondità di analisi a quel tempo ben lontano dall’abbrutimento erotico attuale. Evola dunque non fu mai “futurista” anzi ne avversò il manifesto in maniera esplicita affermandone la sua natura “grezza” e se ne distaccò come non sarebbe potuto essere altrimenti e come egli stesso dichiarò nella sua autobiografia spirituale Il cammino del Cinabro. Le parole con le quali Julius pinctor definisce il fenomeno futurista non lasciano pertanto adito a dubbi, così come discutibile potrebbe essere l’accostamento della ricerca spirituale e mistica del Nostro, quando gli viene confrontato come quasi un suo parallelo, Vasilij Vasil’evič Kandinskij.

La spiritualità artistica dei dipinti di Kandisnkij è infatti totalmente diversa da quella eroica, alchemica, buddica e pagana rappresentata e al tempo stesso occulta, nelle opere di Evola. Insomma Evola non è un Kandinskij dimenticato nella Roma tra le due guerre, ma un caso talmente anomalo nel campo della storia dell’arte contemporanea da renderlo nel campo maestro, allievo e scuola a sé stante. La pittura evoliana, addirittura applicata alla decorazione e all’illustrazione, è pertanto anticipatrice in maniera preveggente di tutta una serie di rivoluzioni artistiche che vedranno la luce negli anni Sessanta del Novecento, con la Pop art e con la psichedelia, eppur nel contempo rimanendo fedele ai canoni della tradizione universale e perenne, immutabili come stella polare e altrettanto luminosi. Allora si renda omaggio a questo che fu un grande uomo che applicò il proprio ingegno con successo a molti differenti campi, pure restando fedele al grande silenzio che vuole l’artista scomparire, innominato e segreto, davanti alla propria opera, lasciando che i critici versino fiumi d’inchiostro mentre lui di certo ne ride, sogghignando e guardando la propria carovana passare verso il deserto più profondo.


(Da Fermenti n. 257, 2024)


(*) Tratto da Pagine Filosofali

martedì 21 gennaio 2025

"Sedute spiritiche" per comunicare con Alberto: l’ultimo segreto della regina Vittoria

tratto da "Il Giornale" del 3 Dicembre 2024 

Il dolore per la morte dell’amato marito avrebbe portato l’integerrima regina Vittoria a tradire il proprio ruolo istituzionale

di Francesca Rossi


La regina Vittoria (1819-1901), celebre per la sua dedizione al dovere e il rigore morale che caratterizzò non solo la sua personalità e la sua politica, ma l’intero periodo che da lei prese il nome, età vittoriana, avrebbe anteposto i propri sentimenti al ruolo ufficiale solo una volta nella vita. Sopraffatta dal dolore per la morte del principe consorte Alberto e contravvenendo alle regole e ai principi della Corona, la sovrana avrebbe cercato conforto in una pratica molto in voga all’epoca, sebbene totalmente priva di basi scientifiche e fin da subito dimostratasi pura illusione: lo spiritismo.


Un matrimonio riuscito

Per la regina Vittoria la scomparsa del marito, il principe Alberto di Sassonia-Coburgo-Gotha (1819-1861), rappresentò una sorta di spartiacque esistenziale. Da quel 14 dicembre 1861, quando Alberto morì di febbre tifoidea e congestione polmonare al Castello di Windsor (benché recenti studi abbiano avanzato l’ipotesi di un cancro ai polmoni), nulla fu più come prima.

La sovrana cedette alla sofferenza: decise di far chiudere per sempre gli appartamenti del consorte, ordinando che rimanessero inalterati, quasi cristallizzati al suo ultimo giorno di vita, come se si aspettasse davvero il ritorno di Alberto da uno dei suoi viaggi. Portò il lutto per il resto della sua vita (Vittoria sopravvisse quarant’anni ad Alberto) e scelse di ritirarsi quasi completamente dalla vita pubblica, pur continuando a svolgere i suoi doveri ufficiali.

La Regina aveva incontrato per la prima volta il principe, suo cugino di primo grado (la madre di Vittoria, Maria Luisa Vittoria di Sassonia-Coburgo-Saalfeld era la sorella del padre di Alberto, cioè Ernesto I di Sassonia-Coburgo-Gotha) nel 1836. Nonostante la diffidenza del governo e del popolo, date le origini tedesche di Alberto, i due si sposarono il 10 febbraio 1840.

Ebbero nove figli e Alberto si dimostrò un consigliere leale e intelligente, oltre che un marito premuroso e apparentemente non in competizione con la potente moglie (anche se su quest’ultimo punto il dibattito è ancora aperto). La loro fu un’unione riuscita, d’amore. Non vi fu il classico colpo di fulmine, bensì un sentimento che crebbe col tempo, dimostrandosi più solido di un diamante, inattaccabile.

Quando Alberto morì Vittoria si sentì improvvisamente sola, privata dell’unica persona che la conoscesse davvero. Con ogni probabilità ebbe davvero la sensazione che il mondo le cadesse addosso. Può sembrare esagerato, poiché le biografie ci restituiscono una Regina inflessibile e forte, eppure anche lei attraversò un momento di profonda fragilità emotiva, che non superò mai del tutto.

Proprio in questo frangente di sofferenza acuta, secondo il libro “Whisperers. The Secret History of the Spirit World” di James Herbert Brennan (2013), la regina Vittoria avrebbe compiuto un gesto inaspettato, chiedendo a un medium di mettersi in “contatto” con il mondo dei morti per tentare di “comunicare” con il principe Alberto.


Sedute spiritiche

Stando a Brennan Vittoria avrebbe organizzato delle sedute spiritiche credendo davvero di poter vedere e sentire ancora l’amato marito. All’epoca lo spiritismo, nato in Francia a metà Ottocento, era una pratica molto conosciuta e seguita. La presunzione di poter parlare con gli spiriti attraverso un “medium” affascinava le persone (accade ancora oggi), convincendole (ma sarebbe più giusto dire illudendole) che fosse possibile conoscere i segreti della vita dopo la morte e ritrovare, seppur per un breve momento, chi aveva ormai lasciato questo mondo. Sembra paradossale, ma allo spiritismo si dedicò persino Arthur Conan Doyle, il famoso creatore di Sherlock Holmes.

Naturalmente nessuno dei presunti “medium” e degli studiosi di questo particolare ambito dell’occultismo è mai riuscito a dimostrare l’esistenza di spiriti e, più in generale, di entità paranormali. Nessuno ha mai portato prove che fossero analizzabili dal punto di vista scientifico (il famoso divulgatore scientifico e illusionista James Randi mise in palio un milione di dollari nel suo “One Million Dollar Paranormal Challenge” per chi fosse riuscito a riprodurre un cosiddetto fenomeno paranormale in un contesto controllato: la ricompensa “attende” ancora un vincitore).

Al contrario, purtroppo, molti usarono (e continuano a usare) lo spiritismo e, in generale, le pratiche legate all’occultismo, per imbrogliare gli altri, facendo leva sulle loro debolezze. Il “medium” consultato dalla regina Vittoria avrebbe detto che sarebbe stato possibile mettersi in “contatto” con il defunto Alberto solo attraverso “il ragazzo che, di solito, portava la pistola [del principe] a Balmoral”, ovvero il valletto scozzese John Brown (1826-1883) al servizio della sovrana dal 1848.


Confidente o amante?

Brennan sostiene che la regina Vittoria avrebbe “parlato” con il defunto marito proprio attraverso John Brown il quale, dunque, sarebbe stato una sorta di tramite, di medium, durante le presunte sedute spiritiche. Brown, però, fu anche al centro di un altro mistero. Sulla stampa dell’epoca e nei salotti più frequentati si diffusero dei pettegolezzi secondo i quali dopo la morte del principe Alberto Vittoria e John sarebbero diventati amanti e si sarebbero perfino sposati in segreto, mettendo al mondo un figlio.

Storie mai suffragate da fatti che oggi gli storici considerano niente più di frottole. In quel momento, però, ebbero una grande eco, indebolendo ulteriormente l’istituzione monarchica già provata dal rigido lutto della regina Vittoria. In realtà sembra che John Brown fosse solo un confidente di Sua Maestà, invidiato per il favore regale ottenuto e, per questo, vittima di calunnie inventate allo scopo farlo cadere in disgrazia. Senza contare che l’amicizia tra un regnante e un servitore era, a priori, malvista, data la differenza di ceto sociale.

Le chiacchiere, però, non ebbero alcun effetto su Vittoria. Dopo la morte di Brown, nel marzo 1883, la sovrana lo definì “il più devoto dei servitori e il più sincero e caro degli amici…Forse mai nella Storia c’è stato un legame così forte e vero, un’amicizia così cordiale e affettuosa tra un sovrano e un servitore…”.


Vittoria e lo spiritismo

Impossibile dire se la Regina abbia davvero partecipato a delle sedute spiritiche. Allo stesso modo non tutti gli studiosi concordano sul suo presunto interesse verso l’occulto. Secondo Brennan Vittoria avrebbe lasciato delle pagine manoscritte sulla sua amicizia con Brown, ma sarebbero state nascoste o distrutte dalla royal family. Anche il carteggio tra il valletto e la Regina sarebbe stato definitivamente eliminato. Così, purtroppo, non sapremo mai se tra quelle righe Sua Maestà parlò anche delle sedute spiritiche per “contattare” il defunto Alberto, o se si tratti di semplici pettegolezzi.

Elizabeth Longford, studiosa e biografa della regina Vittoria, sosteneva che non esistesse alcun prova dell’interesse della sovrana nei confronti dello spiritismo, ma la storica Helen Rappaport ricorda che alla morte della monarca, nel 1901, sua figlia, la principessa Beatrice, avrebbe applicato una rigida censura sulle lettere e sui diari della madre. I motivi di questa revisione invasiva e davvero molto discutibile sono intuibili e, almeno per certi versi, comprensibili: i discendenti di Vittoria volevano lasciare ai posteri e alla Storia l’immagine di una sovrana impeccabile, conservatrice, tradizionalista, ligia al dovere. Dunque inattaccabile sotto ogni punto di vista.

Per quanto riguarda le sedute spiritiche, di cui comunque non abbiamo prove, c’è anche un ulteriore problema di non poco conto: la regina Vittoria, in quanto monarca britannica, era anche il Capo Supremo della Chiesa anglicana. Non poteva permettersi di scendere a compromessi con la superstizione e con pratiche che, in un altro momento storico, le sarebbero addirittura costate una condanna per stregoneria. Il compito di Sua Maestà era quello di tenere alti i principi del Cristianesimo e della Chiesa d'Inghilterra.

Cosa sarebbe accaduto se il popolo avesse saputo delle sedute spiritiche? Quanto sarebbe stato danneggiato l’Anglicanesimo? Nel libro “Queen Victoria. A Biographical Companion”, citato da Vanity Fair UK, la Rappaport ha scritto che la royal family voleva “assicurarsi che la reputazione di Vittoria sia come persona, sia come Capo della Chiesa d’Inghilterra, non venisse infangata dalla sopravvivenza, nei suoi scritti, di qualunque riferimento a pratiche religiose poco ortodosse”.

La Rappaport ha riportato anche un aneddoto molto interessante in proposito: sembra che in punto di morte il primo ministro Benjamin Disraeli (1804-1881) si sia rifiutato di ricevere Vittoria perché, disse, “vuole solo chiedermi di portare un messaggio ad Alberto”.


Il ruolo di John Brown

Dal punto di vista umano la fragilità di Vittoria a seguito della scomparsa del marito è un fatto del tutto normale, ma in quanto Regina, guida per il popolo, era necessario che mostrasse una parvenza di contegno, la regale impassibilità che contribuisce a rafforzare l’immagine della Corona.

In ogni caso rimane un dubbio: se davvero Sua Maestà ha organizzato delle sedute spiritiche, quale sarebbe stato davvero il ruolo di John Brown? Per quale ragione il medium consultato avrebbe individuato proprio nel valletto il “tramite” per arrivare al principe Alberto? Può darsi che sia trattato di un caso, ma data l’incertezza sull’intera vicenda non è possibile escludere un accordo tra Brown e il medium.

Siamo nel campo delle congetture, ma le opzioni non sono poi molte: forse il servitore credeva davvero nello spiritismo. O magari si sarebbe prestato al rito solo per compiacere la Regina. Ma potrebbe anche aver agito per prendersi gioco di lei, oppure per guadagnare un più ampio favore, diventando indispensabile a corte. Per quel poco che ne sappiamo del rapporto tra John e Vittoria, queste ultime due ipotesi sembrerebbero le meno probabili, ma non impossibili.


L’esorcismo della regina Elisabetta

Il caso della regina Vittoria e delle presunte sedute spiritiche parrebbe avere qualche punto in comune con una sorta di esorcismo che Elisabetta II avrebbe fatto praticare nel 2001, a Sandringham. La monarca, convinta che il Palazzo fosse infestato dal fantasma di Lady Diana, avrebbe chiesto l’esecuzione di un “rito” per “riportare la tranquillità”, come ha raccontato il giornalista Kenneth Rose nei suoi diari: “La dama di compagnia della sovrana mi disse che era stata invitata dalla Regina a Sandringham per assistere a una funzione condotta dal parroco locale in una delle stanze della residenza reale, quella in cui morì Re Giorgio VI nel 1952”, perché “infestata da uno spirito che rendeva impossibile il lavoro”.

Il parroco avrebbe spiegato lo strano fenomeno, sostenendo che “l’atmosfera potesse essere dovuta alla principessa Diana: cose simili potevano accadere quando qualcuno moriva di morte violenta”. Anche questo rituale, sebbene non confermato, si troverebbe in bilico tra ciò che è giusto e appropriato per un sovrano e ciò che non lo è.

La regina Elisabetta si è rivolta a un uomo di Chiesa, rimanendo nell’ambito della religione anglicana da un punto di vista formale, ma una monarca che sembrerebbe ammettere l’esistenza dei fantasmi e che cerca

di scacciarli (o di evocarli, come nel caso della regina Vittoria) rimane comunque una situazione controversa, un’ombra che deve rimanere confinata tra le mura del Palazzo, affinché non offuschi lo splendore della Corona.

sabato 11 gennaio 2025

Human Ecology Fund, la missione della Cia per il lavaggio del cervello

tratto da Insideover del 27 Settembre 2022

di Emanuel Pietrobon


La pandemia di Covid e la guerra in Ucraina hanno spianato definitivamente la strada alle guerre cognitive, un’arte bellica destinata a restare, per sempre, a causa del concatenamento di alcuni fattori globali, sociali e tecnologici.

Nelle guerre cognitive tutto è o può essere un’arma: da un canale Telegram ad un gruppo Facebook. E l’obiettivo è uno: la mente. O meglio, il dominio della mente. La fantascienza che diventa realtà: neuro-armi, tecnologia menticida, candidati manciuriani. Destabilizzazione di intere società a mezzo di influencer, piattaforme sociali, blog, eserciti di troll e messaggistica istantanea.

Le origini delle guerre cognitive risalgono ad un’epoca precisa, la Guerra fredda, della quale è necessario parlare e nella quale si deve tornare indietro al fine della loro comprensione. Perché le tecniche, le tattiche e le conoscenze dei neuro-strateghi di oggi non sono che il frutto degli accadimenti di ieri, come il progetto MKULTRA, gli esperimenti di Montreal, gli studi di Kurt Plötner, Sidney Gottlieb, William Sargant e Donald Cameron e le indagini dello Human Ecology Fund.


Il contesto storico

Non si può capire a fondo la logica dello Human Ecology Fund, un’indagine sul funzionamento della mente umana finanziata dalla Central Intelligence Agency, senza una ricostruzione del contesto storico.

Erano gli anni Sessanta, il confronto con l’Unione Sovietica era entrato nel vivo, e gli Stati Uniti, preda della paura rossa, temevano la propaganda invisibile del nemico ed erano convinti che vi fossero quinte colonne ovunque: dal Pentagono a Hollywood. La società era in fermento, nell’aria si respirava la prossima esplosione dei movimenti controculturali, e nelle stanze dei bottoni si discuteva di come trasformare la sfida del mutamento sociale in corso in un’opportunità.

Fu nel contesto delle tensioni interrazziali, delle maxi-dimostrazioni pacifiste e delle violenze politiche dei turbolenti anni Sessanta che la Casa Bianca delegò a Langley l’onere-onore di trovare una soluzione all’infiltrazione della propaganda sovietica negli Stati Uniti. Soluzione che gli psico-guerrieri della CIA provarono a cercare nell’emergente campo degli studi cognitivi.


Ecologia umana, o ingegneria sociale

Dello Human Ecology Fund, uno dei programmi più segreti targati CIA di cui si abbia notizia, ancora oggi si sa poco e nulla. Date, nomi, numeri; molto è rimasto avvolto da un manto di mistero. Il che ha contribuito, naturalmente, ad alimentare il cospirazionismo.

Lo HEF sarebbe stato fondato nel 1955, con il nome di Società per l’investigazione dell’ecologia umana, presso il dipartimento di psichiatria della Cornell University. A dirigere l’entità, ufficialmente focalizzata sullo studio di tecniche persuasive di interrogatorio, il neurologo Harold Wolff.

Nel 1957, dopo soli due anni di attività, Wolff fu esautorato e sostituito da James Monroe, un militare con esperienza nelle guerre psicologiche, e da Carl Rogers, tra i più eminenti psicologi dell’epoca. Langley, in particolare, era interessata ad un’applicazione militare delle teorie di Rogers sulla terapia non direttiva.

Sarebbe esistito un modo per spingere le persone ad agire contro la loro volontà, ad esempio rivelando dei segreti senza accorgersene e senza bisogno di un duro interrogatorio. Gli psico-guerrieri dello HEF ne erano convinti. E la CIA leggeva i loro rapporti periodici con ottimismo, perciò le decisioni di allargare i collaboratori dello HEF – dall’Ufficio di ricerca navale al Fondo Geeschickter per la ricerca medica – e di ampliare il raggio d’azione delle ricerche – passando dalla semplice psicologia all’impiego di stupefacenti e psichedelici, tra i quali la dietilamide dell’acido lisergico (LSD).


I risultati

Ad un certo punto, all’acme delle ricerche, i destini dello HEF si sarebbero intrecciati con il famigerato Allen Memorial Institute della McGill University, teatro dei concomitanti esperimenti di Montreal sul lavaggio del cervello effettuati nell’ambito di un altro progetto della CIA sulla mente: MKULTRA. Con risultati di tutto rispetto.

Nei laboratori dello HEF, molte volte coincidenti con le celle di istituti psichiatrici, le teorie sull’ingegneria sociale e sulla manipolazione mentale venivano testate, portate all’estremo e superate. Pazienti catatonici riportati alla normalità. Pazienti sani ridotti alla catatonia. Esperimenti sul bombardamento psicologico, sulla resistenza allo stress, sulla guida psichica, sulla modifica del comportamento. Il tutto nel nome della lotta al comunismo.

Nonostante i successi decantati dai neurologi e dagli psicologi dello HEF, la CIA avrebbe ordinato l’interruzione dei lavori nel 1965. Forse per fonderlo nel calderone del MKULTRA. O forse per portarne avanti le ricerche in totale segretezza, dietro il paravento della fine delle operazioni.

lunedì 6 gennaio 2025

Acerenza, il borgo che potrebbe custodire il Sacro Graal

tratto da "Il Giornale" del 1 Febbraio 2022

Acerenza è un borgo della Basilicata ritenuto tra i più belli d'Italia: nasconde inoltre una leggenda, sembra custodisca il Sacro Graal


di Claudio Schirru


Acerenza è un piccolo borgo che si trova in provincia di Potenza, in Basilicata. Noto per essere uno dei borghi più belli d'Italia, ha rappresentato per anni un importante crocevia per il passaggio dei cavalieri templari. Secondo una leggenda ospiterebbe inoltre una delle reliquie più ambite da secoli: il Sacro Graal.

Il borgo si staglia su una collina di tufo, a 800 metri s.l.m., dalla quale domina la vallata delineata dal fiume Bradano e dal torrente Fiumarella. Anche detta "città-cattedrale", Acerenza vede nella cattedrale consacrata all'Assunta e a San Canio il suo monumento principale.

Si tratta di una cattedrale dell'XI secolo, realizzata in stile romanico-cluniacense e tornata ai suoi antichi splendori dopo i restauri operati negli anni '50. Al tramonto risulta particolarmente suggestiva in virtù della luce del sole che passando per il rosone finisce con l'illuminare direttamente l'altare maggiore.


Acerenza, si trova qui il Sacro Graal?

Un'opera che per la sua bellezza varrebbe già la visita a questo piccolo borgo lucano. Lo spettacolo monumentale della cattedrale non esaurisce però le curiosità e il fascino di questa cittadina. Proprio all'interno di questa costruzione sarebbe celato il Sacro Graal, da cui Gesù avrebbe bevuto durante l'ultima cena e che Giuseppe D’Arimatea avrebbe utilizzato per raccoglierne il sangue durante la Passione di Cristo. Un calice che secondo le leggende donerebbe l'immortalità a chi dovesse bervi.

Alla base della leggenda i citati Cavalieri Templari, che ad Acerenza avrebbe installato un punto ristoro di grande importanza per i soldati impegnati nella Sesta Crociata (1227). A stabilire di nascondere il Graal nella cattedrale di San Canio sarebbe stato lo stesso fondatore dei Templari, Hugues de Payns (in latino Hugo De Paganis), che alcune ipotesi del '600 vedevano come di origini italiane e più precisamente lucane. La storiografia sembrebbe in seguito aver smentito l'origine italica del primo templare, ribadendo quella francese.

Malgrado ciò non ha perso forza la teoria secondo la quale lo stesso "Ugo dei Pagani" avrebbe nascosto ad Acerenza il sacro calice, ma sarebbe stata rafforzata da diversi indizi. A cominciare dalla piazza dove sorge la cattedrale, Glizzi: rappresenterebbe il genitivo di lingua gaelica "glin"; stessa origine gaelica anche per la leggenda del Santo Graal.

Altri due indizi accendono particolarmente la curiosità degli appassionati del Graal. Il primo fa riferimento ancora alla lingua gaelica, con il nome di San Canio che significherebbe "magnifico sorvegliante". Stando al secondo indizio l'oggetto tanto prezioso da sorvegliare sarebbe stato ulteriormente nascosto nel 1524. In base a quanto riportato dalle cronache del tempo una delle finestrelle della cattedrale venne murata dietro ordine del Conte Ferrillo Balsa, membro dell’ordine dei Cavalieri di Gerusalemme. Nessuno sa però quale, tra le tante, fosse la finestrella da celare e dove sia collocata. Una vera e propria caccia al tesoro che dura ormai da circa 500 anni.


La figlia di Dracula

Acerenza è al centro anche di un altro, a metà tra storia e leggenda. Si parla in questo caso di vampiri, o meglio, del vampiro per eccellenza. Cosa collega il famigerato conte Dracula, al secolo Vlad III di Valacchia (Vlad Hagyak lll Drăculea), con il borgo potentino?

La risposta è nelle narrazioni popolari, secondo le quali nella citata cattedrale di San Canio riposerebbero le spoglie della figlia di Vlad III. Ad alimentare la credenza la scoperta della rappresentazione di un drago alato, simbolo del conte, su una delle pareti della chiesa. Ulteriori "prove" a sostegno della teoria sono le statue che mordono sul collo le loro vittime.


Lilith

A quanto detto si accosta anche una leggenda dai tratti "horror".

Si dice che sia possibile intravedere il demone Lilith nei pressi della tomba, che in tempi passati sembra si aggirasse intorno alla cattedrale per consumare il sangue delle sue vittime. Una storia che non potrà che scatenare la curiosità dei veri amanti del mistero.


mercoledì 18 dicembre 2024

Del vero padre di Federico II e altri misteri del suo regno




Editore: Carthago

Pubblicazione: novembre 2024

 





Presentazione

L'imperatore Federico II non smette di affascinare, compreso per la parte di lui poco o non conosciuta. Si sa infatti che i suoi avversari hanno cercato di cancellare la sua memoria, e gli otto secoli che ci separano da lui non fanno altro che accentuare qualche dubbio. Fatti mancano. Oppure la loro veridicità è sospetta. Oppure le loro ragioni ci sfuggono. Oppure gli storici non concordano sulla loro interpretazione. E la sua vita si inserisce in un contesto storico fortemente intriso di misticismo che apriva la porta a tutte le fantasie. Per molti la fine del mondo era vicina e lo svevo era chiamato a giocarvi un ruolo di primo piano.

Ma quale esattamente? Che peso ha avuto sul suo destino Gioacchino da Fiore, lo strano teorico di questa fine annunciata? Quale influenza San Francesco d'Assisi, altro grande mistico del suo tempo? È vero che suo padre Enrico VI non lo ha mai allevato e forse nemmeno visto? Se sì, perché? Si è davvero sposato quattro volte? A cosa doveva servire Castel del Monte? È davvero morto sub flore, si è preteso di averlo rivisto dopo la sua morte?

Sono questi e altri gli enigmi che l'autore affronta. Vengono consultate le fonti, confrontate le opinioni e suggerite tracce da seguire. Con rigore, prudenza e senza preconcetti, e secondo percorsi di pensiero sempre facili da seguire.

Un libro scritto in una lingua viva dove l’umorismo non è mai lontano, e che mira, se non forse a risolvere i misteri dello Stupor Mundi, almeno a renderli perfettamente comprensibili a tutti.

e altri misteri del suo regno
Editore: Carthago
Copertina rigida: ‎ 302 pagine

pierre.baland56@gmail.com

domenica 15 dicembre 2024

Dei tre colori

 di Vito Foschi

Alcune note sui colori ripreso da un mio testo in elaborazione:

Il nero rappresenta la prima fase della trasmutazione alchemica ed è detta nigredo, rappresentando anche la materia vile su cui lavorare per trasformarla in oro.[..] Il colore rosso oltre a costituire una delle fasi del processo alchemico, la rubedo, rappresenta lo zolfo, e insieme al colore bianco, che simboleggia il mercurio e l’ultima fase del processo alchemico, l’albedo, forma una coppia di opposti la cui unione viene denominata nozze alchemiche.

[...]

La triade dei colori alchemici la ritroviamo in India associati ai tre gunas, tamas, rajas e sattva, che rappresentano le tre essenze la cui combinazione forma l’universo manifestato. Tamas è associato al colore nero e rappresenta la tenebra, la parte più pesante, la materia, la rigidità, mentre il rajas associato al rosso simboleggia l’energia, il movimento ed infine sattwa associato al bianco rappresenta la luce, la saggezza e più in generale la parti più sottili dell’universo.

domenica 8 dicembre 2024

Manuale di cartomanzia. I tarocchi di Elena Eugenia Nutu


Manuale di cartomanzia. I tarocchi
di Elena Eugenia Nutu è un libro di lettura utile per tutti coloro che desiderano capire e ampliare le proprie percezioni extrasensoriali, per chi desidera saper come si dovrebbe svolgere un corretto consulto di carte, ma soprattutto è un libro di studio per chiunque desidera imparare o perfezionare l'arte dei Tarocchi. Libro unico nel suo genere, in cui troverete tutte le informazioni necessarie su come preparare e allestire il vostro studio, su come svolgere i consulti per renderli chiari e piacevoli per entrambi le parti, su come valutare al meglio le varie situazioni che si presentano e tanto altro...

Troverete vari esercizi, le spiegazioni dei 78 arcani tutti a colori, in modo dettagliato da ogni punto di vista, e verrete guidati a capire le varie sfumature e infine anche alcuni metodi di stesura unici.

Un manuale per chi vuole imparare ad interpretare i Tarocchi dalla A alla Z. Utile per diventare cartomante, per chi lo è già, per chi vuole capire come si deve svolgere un corretto consulto di carte e come prepararsi mentalmente, fisicamente ed energeticamente.



domenica 24 novembre 2024

Libri rari e insoliti sul Mothman: un viaggio nel mistero di Point Pleasant

in collaborazione con l'autore Simone Berni

tratto da: https://www.cacciatoredilibri.com/libri-rari-e-insoliti-sul-mothman-un-viaggio-nel-mistero-di-point-pleasant/


Il Mothman, una (presunta) misteriosa creatura antropomorfa avvistata a Point Pleasant, West Virginia, tra il 1966 e il 1967, ha ispirato una vasta letteratura che spazia dall’ufologia alla narrativa horror.

Uno dei testi fondamentali sul Mothman è “The Mothman Prophecies” di John A. Keel, pubblicato per la prima volta nel 1975. Questo libro è considerato un classico del genere e ha contribuito a diffondere la leggenda del Mothman (diventando anche un film, con Richard Gere), intrecciando avvistamenti di UFO e misteri paranormali. Keel analizza gli eventi che circondano gli avvistamenti, culminando nel tragico crollo del Silver Bridge nel 1967, che portò alla morte di 46 persone. La prima edizione di questo libro è oggi molto ricercata dai collezionisti e può raggiungere prezzi elevati sul mercato dell’usato.

In Italia, il libro è stato tradotto e pubblicato solo nel 2002 da Sonzogno con lo stesso titolo in inglese ma con il sottotitolo di Voci dall’ombra, sempre sulla scia dell’omonimo film. Questa edizione ha reso accessibile al pubblico italiano le teorie di Keel, contribuendo a un crescente interesse per il fenomeno del Mothman anche oltre l’oceano.

Oltre a Keel, altri autori hanno contribuito alla letteratura sul Mothman: Gray Barker, con il suo libro “The Silver Bridge” (1970), esplora in dettaglio il legame tra gli avvistamenti del Mothman e il disastro del Silver Bridge. Questo testo è considerato un’opera cult tra gli appassionati del genere e può essere difficile da trovare in buone condizioni. Jacques Vallée, noto ufologo, ha affrontato temi simili in “Passport to Magonia” (1969), dove discute delle apparizioni di entità misteriose in contesti diversi, inclusi quelli simili a quelli del Mothman. Questi testi offrono una visione più ampia sui fenomeni UFO e la loro interazione con la cultura popolare.

Nel panorama editoriale dedicato al Mothman , ci sono anche opere rarissime che meritano attenzione: un opuscolo originale sulla costruzione del Silver Bridge, “Silver Bridge Over the Ohio River“, risalente agli anni ’30, è un pezzo da collezione molto ricercato. Presenta fotografie storiche e informazioni sul ponte che divenne famoso per la sua tragica fine.

Il fascino per il Mothman continua a crescere, alimentato da eventi come il Mothman Festival che si tiene annualmente a Point Pleasant. Durante questo festival, si svolgono conferenze e presentazioni su libri e ricerche legate al Mothman, creando un’importante rete di appassionati e studiosi.


 

venerdì 15 novembre 2024

Misteri, incontri, tragici incidenti. Il "fuoco segreto" di Julius Evola

tratto da "il Giornale" del 14 Maggio 2024

Una raccolta di testi rari e lettere mai viste illumina gli interessi del "barone": dalla pittura alla rivolta contro il mondo moderno

di Andrea Scarabelli

È l'11 giugno 1974. Nella torrida aria ferma di un pomeriggio romano, Julius Evola domanda a due persone, lì con lui, qualcosa di inaspettato: «Vestitemi e portatemi alla scrivania». La richiesta è singolare: è da giorni che, in condizioni fisiche sempre più compromesse, non si alza dal letto. Ad ogni modo, il desiderio viene esaudito. Di fronte al tavolo su cui ha scritto trenta e passa libri, il settantaseienne guarda fuori dalla finestra che dà sul Gianicolo. Appoggia le mani sulla sua Olivetti, come nel tentativo di strapparle un'ultima parola, e reclina la testa.

A mezzo secolo dalla sua scomparsa, tutti quegli studi sono ospitati nella collana Opere di Julius Evola, arricchita ora da Fuoco Segreto, la cui struttura ricalca quella dei mitici Cahiers de l'Herne di Dominique De Roux, presentandosi come una collettanea di rarità molte delle quali provenienti dagli archivi della Fondazione J. Evola introdotte da studiosi ed esperti. Risalenti a momenti e occasioni diverse, giungono tutte al cuore di quello che Enzo Erra chiamava «il mistero di Evola», l'enigma di qualcuno che ha fatto di tutto per librarsi al di là della storia, salvo poi scommettere di continuo sulla storia stessa, obbedendo a un interventismo inalterato dal passare dei decenni.

Ne emergono le sfaccettature di una personalità intellettuale complessa, passata senza soluzione di continuità dal dadaismo alla filosofia, dalla metastoria alla metapolitica, dalla storia delle religioni alla critica del costume, documentate da carteggi come quello con il poeta salentino Girolamo Comi, ma anche e soprattutto dalle trentotto lettere spedite all'antroposofo Massimo Scaligero, uno dei pochissimi a cui Evola, al netto di radicali differenze, «dava del tu» da un punto di vista spirituale.

Altri scambi epistolari certificano il raggio d'azione europeo del filosofo, sempre teso ad assegnare un'apertura transnazionale alle proprie attività, «sprovincializzando» ambienti culturali spesso asfittici. Discorso che vale, in particolare, per il mondo germanico e mitteleuropeo, come si legge tra le righe trasmesse a uomini come Walter Heinrich, Wilhelm Stapel e Armin Mohler. Sono tutti legati alla cosiddetta «rivoluzione conservatrice» poi liquidata dal nazionalsocialismo, alfieri di una visione della storia «a quattro dimensioni» e di uno Stato organico allergico al liberalismo americano e al collettivismo sovietico.

Allo stesso movimento appartengono altri due pesi massimi della cultura tedesca presenti in Fuoco Segreto. Il primo è il poeta Gottfried Benn, che per la cronaca revisionò la traduzione tedesca di Rivolta contro il mondo moderno, scrivendone: «Dopo aver letto questo libro, ci si sente trasformati». Il secondo è Ernst Jünger, le cui lettere evocano in realtà un clamoroso «incontro mancato», sia biografico sia intellettuale. Il Barone che poi barone non era, ma è un altro discorso e l'Anarca non si intesero mai, cosa che comunque non ci impedisce di leggere insieme opere come Il trattato del ribelle e Cavalcare la tigre, destinate a un tipo umano deciso a mantenere la propria personalità tra le «rovine» degli anni Cinquanta.

Ci sono poi i materiali artistici, risalenti tanto agli incendiari anni Venti quanto alla maturità di un ex dadaista disposto a cimentarsi in un ultimo corpo-a-corpo con la pittura, tra cui alcuni bozzetti, uno dei quali, con tanto di indicazioni cromatiche, è lo studio preparatorio di una mai realizzata «donna alchemica», da aggiungersi alle tre già note, dipinte sotto l'ascendente di Metafisica del sesso ed esposte al MART di Rovereto nel 2022, su iniziativa di Vittorio Sgarbi.

Seguono scritti inediti o rari, come due voci per la Treccani dedicate alle «apparizioni» e al «senso magico del battesimo», escluse dai curatori dell'Enciclopedia per il loro carattere eterodosso (a differenza di altre, che verranno pubblicate). Un'ulteriore chicca bibliografica è il «manifesto» della rubrica Diorama Filosofico, attiva tra il 1934 e il 1943 sulle colonne de Il Regime Fascista, messo nero su bianco da Evola ma firmato da Roberto Farinacci. Grazie all'interesse del «ras» cremonese e alla mediazione evoliana, sul quotidiano uscirono pezzi di autori come Paul Valéry, René Guénon e il già citato Gottfried Benn. Quale giornale oggi si sognerebbe di ospitare nomi del genere?

A due «capitoli tagliati» di Rivolta e agli articoli dell'introvabile rivista Domani (1956) si aggiungono due altre rarità assolute: il progetto editoriale di un'opera mai pubblicata sulla dimensione «ermetica» dell'erotismo (intitolata significativamente Eros e magia) e un breve saggio di Giovanni Caloggero, uscito nel 1971. Si tratta di uno dei primissimi testi organici sul filosofo, spedito prima della pubblicazione in visione a Evola in persona, il quale lo restituì con tagli, glosse, correzioni e aggiunte. Ebbene, in Fuoco Segreto sono riportate in anastatica proprio quelle bozze.

Molti, infine, i documenti legati al tragico incidente che il 21 giugno 1945 lo costrinse all'immobilità sino alla fine dei suoi giorni. Non solo le lettere a Heinrich, Comi e Scaligero, spedite durante la drammatica ospedalizzazione viennese, ma anche lo scambio epistolare con padre Clemente Rebora, che quando gli propose di andare a Lourdes in cerca di una grazia si sentì rispondere: «Se una grazia dovessi chiedere, sarebbe piuttosto quella di capire il senso che, in sede di spirito, ha ciò che è accaduto; ancor più, di comprendere il perché del mio continuare a vivere. L'incidente è stato come una risposta enigmatica al mio chiedere attraverso l'espormi al pericolo se alla mia vita terrena potesse essere posto un fine».

Per l'anziano filosofo era una questione essenziale. Basta leggere il diario, raccolto sempre in Fuoco Segreto, in cui Henri Hartung annota «a caldo» una serie di colloqui svoltisi a casa Evola negli anni Settanta. L'ultimo appunto si chiude con queste parole: «Gli pongo una domanda sul suo stato di salute e sul suo trauma del 1945, che gli cagionò una paralisi. La risposta è immediata: Morirò quando avrò capito la ragione profonda di quella ferita».

Era il 25 giugno 1971, tre anni prima che Evola giungesse al suo ultimo appuntamento con il destino.
Chissà che le parole mai uscite dalla sua Olivetti, nel torrido pomeriggio romano da cui siamo partiti, non fossero la risposta a questo interrogativo, enigma e chiave di volta di una vita straordinaria.







giovedì 7 novembre 2024

Storia di Karl Maria Wiligut, il Rasputin di Himmler

tratto da https://it.insideover.com/storia/karl-maria-wiligut-himmler.html del 20 giugno 2021


di Luca Gallesi

Tra gli aspetti più misteriosi del cosiddetto “esoterismo nazista” studiati da Giorgio Galli nella trilogia dedicata a questo argomento (Hitler e il nazismo magico, Rizzoli 1989, Hitler e la cultura occulta BUR 2013, Hitler e l’esoterismo, OAKS 2020), troviamo le gesta di personaggi poco considerati dalla storiografia ufficiale, che però giocarono, apparentemente, un ruolo tutt’altro che secondario nel breve periodo in cui la Germania fu governata dalla dittatura hitleriana.

Un alto ufficiale delle SS, tanto importante quanto sconosciuto, ad esempio, fu Karl Maria Wiligut, più noto come Weisthor, secondo Galli uno dei semi-sconosciuti “maestri” occulti che gestirono un grande potere dietro le quinte. Nato a Vienna nel 1866, eroe della Prima guerra mondiale, Wiligut si congeda dall’esercito austriaco col grado di colonnello, ed entra rapidamente in contatto con le più importanti associazioni esoteriche nazionaliste del tempo, come l’Edda Gesellschaft di Gorsleben e l’Ordo Novi Templi dell’abate Lanz von Liebenfels. 

Nel 1932 si trasferisce in Germania, a Monaco, dove, rafforzando i suoi legami con i circoli esoterici, conosce Heinrich Himmler, entra nelle SS e diventa rapidamente un influente membro della sua cerchia ristretta con lo pseudonimo, appunto di Karl Maria Weisthor. Uno studioso e ricercatore italiano, Marco Zagni, ha pubblicato due libri dedicati alla cultura esoterica delle SS: Gli archeologi di Himmler (Ritter) e La svastica e la runa (Mursia), dove ricorda che: “Ancora 30-35 anni fa la figura di Karl Maria Wiligut “Weisthor” era praticamente sconosciuta dagli storici e da gran parte del mondo tedesco sotto il nazismo e dalla maggioranza delle stesse SS. Si definiva uno studioso dei lati oscuri e nascosti della storia del mondo e in particolare del mondo germanico e si riteneva, come gli era stato detto nella sua famiglia, l’ultimo di una casata di re segreti e maledetti (dalla Chiesa) della Germania” . 

E maledetto, o forse solo pazzo, lo fu davvero, dato che, come risultò solo molti anni dopo, nel 1924 era stato internato nel manicomio di Salisburgo a seguito delle accuse mossegli dalla moglie, che lo aveva incolpato di avere manie occultistiche, di essere schizofrenico, megalomane, violento, e soprattutto di aver cercato di ammazzarla. Quando Himmler venne a sapere di questi trascorsi da Karl Wolff, il numero due delle SS che aveva incontrato la moglie di Weisthor, era il 1939, e il “Rasputin di Himmler” come lo chiamavano in molti, si ritirò dalla vita pubblica. Deportato, nel 1945, in un campo di concentramento alleato, fu poi rilasciato, e tornò nella cittadina di Arolsen, dove morì all’inizio del 1946. 

Pazzia a parte, Weisthor aveva davvero contribuito a creare i miti esoterici dell’Ordine nero guidato da Himmler: dopo aver partecipato a numerose spedizioni dell’Ahnenerbe alla ricerca delle vestigia dell’antica religione germanica, elaborò complesse teorie psicologiche e ipotesi storiche piuttosto stravaganti ma non del tutto prive di senso. Ad esempio, teorizzò l’esistenza di una memoria genetica, che conserva il ricordo anche dei nostri antenati, ipotesi, poi, avanzata anche da alcuni neurologi nei decenni successivi. Per quanto riguarda le sue concezioni esoterico-cosmologiche, riteneva che la storia dell’uomo e della Terra siano una perenne lotta tra energie contrapposte, che alternano fasi di civiltà ascendenti e discendenti, ipotesi confermate, secondo lui, dai risultati delle spedizioni negli antichi luoghi sacri che risultarono possedere notevoli proprietà geomantiche, ricche di questi opposti flussi energetici. 

Stramberie cosmologiche a parte, il “Rasputin di Himmler” fu davvero uno dei Maestri di cerimonia del Castello di Wewelsburg, il luogo magico citato in un articolo precedente: qui celebrava i matrimoni delle SS, e insegnava i misteri delle rune che, secondo lui, erano la chiave per svelare il segreto dell’universo, racchiuso nel rapporto armonico tra il microcosmo dell’uomo e, appunto il macrocosmo del creato. Le rune, secondo la tradizione germanica e soprattutto secondo l’interpretazione dei circoli esoterici dell’ottocento, erano la testimonianza della cultura arcaica dei popoli del Nord e le gelose custodi dei destini del mondo e degli uomini. 

Fu proprio Weisthor, inoltre, a disegnare il tristemente celebre Totenkpfring, l’anello d’argento con incisa la testa di morto che Himmler regalava a pochi eletti in occasione del genetliaco del Fuehrer, il 20 aprile, festa nazionale tedesca. Quando un possessore dell’anello moriva, il gioiello veniva riportato al Castello assieme alle ceneri del defunto, per esservi conservato in una grotta. Alla fine della guerra, gli ultimi superstiti fecero esplodere la grotta, e i macabri gioielli non furono mai ritrovati.

Gli studi di Giorgio Galli legano strettamente l’ascesa e declino di Weisthor al Generale Karl Wolff, il già menzionato vice di Himmler, che, curiosamente, non solo evitò le forche di Norimberga, ma, dopo un processo al quale presenziò in divisa e una breve condanna simbolica, venne restituito alla società come un uomo completamente libero. Wolff, secondo Galli, faceva parte del vertice esoterico nazionalsocialista, ed era al corrente delle profezie decifrate da Weisthor che vaticinavano una grande battaglia tra Oriente e Occidente, battaglia dalla quale le terre germaniche dell’Est sarebbero uscite completamente devastate. La profezia, però, non fu sufficiente a fermare la guerra, e l’Europa sarebbe stata presto ridotta a un cumulo di rovine, come, enigmaticamente, Weithor volle scritto sulla lapide che copre la sua tomba:

Unser Leben geht dahin wie ein Geschwaetz
(La nostra vita trascorre come una chiacchierata senza senso) 

venerdì 25 ottobre 2024

103 anni fa usciva “Lo Spirito dell’Universo” (Bocca 1921) di Olinto De Pretto: il libro che rischiò di riassegnare la Relatività!

in collaborazione con Simone Berni: https://www.cacciatoredilibri.com/103-anni-fa-usciva-lo-spirito-delluniverso-bocca-1921-di-olinto-de-pretto-il-libro-che-rischio-di-riassegnare-la-relativita/


Einstein e De Pretto: a chi la relatività?

 

Da sempre in molti ritengono Albert Einstein come l’unico corpo estraneo alla scienza realmente accettato dalla comunità scientifica stessa. Un’eccezione assoluta tributata obtorto collo a una delle più grandi menti della storia umana.

Lo storico della scienza Federico Di Trocchio (scomparso nel settembre del 2013), nel suo bellissimo libro Il genio incompreso (Milano, Mondadori, 1997), anni fa ne aveva tracciato un interessante profilo.

“Einstein – scrive Di Trocchio – a differenza della maggior parte degli scienziati, non attutì mai il suo anticonformismo: ascoltò sempre, e in molti casi aiutò, chi nuotava controcorrente”.

Forse il motivo di questa sua apertura era che Einstein, non provenendo dal mondo accademico, non ne seguiva pedissequamente l’ortodossia. Era un umile impiegato del celebre (“celebre” lo diverrà grazie a lui) Ufficio Brevetti di Berna, in Svizzera. Il suo ingresso nella comunità scientifica fu abbastanza repentino e inaspettato.

Con la relatività, egli è passato alla storia come l’artefice di una delle teorie che hanno rivoluzionato il concetto stesso di universo. Una teoria che da qualche anno per la verità ha cominciato a scricchiolare, ma che nei suoi principi base appare ancora ben salda, in particolar modo perché non ne è stata proposta una alternativa di pari valore. Eppure sono ormai trascorsi ben oltre cento anni dall’enunciazione di quella formula E=mc2 e più di sessanta dalla morte del suo autore.


Ma quella formula non c’era già?

Il documento, molto raro, che per un po’ ha gettato un’ombra sulla figura di Einstein è Ipotesi dell’etere nella vita dell’universo. Fu pubblicato nel 1904 negli Atti del Reale Istituto Veneto di Scienze, con la prefazione del celebre astronomo Giovanni Schiaparelli. A redigere quel lavoro era stato un oscuro autore (lo dice lui stesso nella presentazione) di Schio, Vicenza: Olinto De Pretto. Appena un anno più tardi, nel 1905, un altrettanto oscuro impiegato ventiseienne che lavorava presso l’Ufficio Brevetti di Berna, pubblicò un lavoro scientifico con una formula che farà storia, E=mc2. Era appunto Albert Einstein.

Il lavoro di Olinto De Pretto fu stampato in estratto a Venezia da Ferrari nello stesso anno 1904. Ma a quanto sembra nessuno volle riconoscere il valore di queste sue intuizioni e quello di De Pretto rimarrà sempre un nome sconosciuto ai più e il suo lavoro un’ombra perlopiù da respingere.

Il documento, sotto forma di estratto, ormai è introvabile perfino presso i librai antiquari; è in formato ottavo, 62 pagine, frequentemente intonso.

La sera del 16 Marzo 1921, proprio nell’anno che vedrà Einstein ricevere il premio Nobel per la fisica, De Pretto morirà in circostanze drammatiche (freddato da un colpo di pistola sparato da una donna per questioni d’interesse).

Sempre quell’anno, pochi mesi prima della sua morte, era uscito Lo spirito dell’universo (Torino, F.lli Bocca), che può essere considerato il suo testamento scientifico. Il libro in questione, ormai decisamente raro, contiene lo studio del 1904, rielaborato, e la seconda edizione dello scritto Sopra una grande forza tellurica trascurata (apparso per la prima volta nel 1914). È in formato ottavo, fa parte della Biblioteca di Scienze Moderne (n.77), 223 pagine, con tavole fuori testo sia a colori che in bianco e nero.

In copertina una maschera tribale di una civiltà non identificata, e sullo sfondo una serie di galassie a spirale. La carta dei libri di questa collana non sembra granché ed è piuttosto fragile. Se i volumi vengono trovati intonsi va prestata molta attenzione nell’aprirli, le pagine si possono lacerare con estrema facilità.

La lettura de Lo spirito dell’universo fa entrare in un mondo dalle atmosfere surreali. È un trattato scientifico, ma allo stesso tempo un testo avvincente ed emozionante come un vero e proprio romanzo d’avventura.

Eppure qualche scienziato lo ha appoggiato

Il libro di Umberto Bartocci, Albert Einstein e Olinto De Pretto: La vera storia della formula più famosa del mondo (Bologna, Andromeda, 1999) rischia di diventare ancora più raro delle opere di De Pretto. Infatti, nonostante l’editore lo abbia ristampato nel 2006, il libro è sempre da considerarsi raro. Il libro in questione fa parte della collana La storia impossibile, è un libro just in time, cioè stampato appena in tempo, in tempo per essere salvato. È un po’ il destino di quei libri che gli editori non ritengono adatti alla pubblicazione e che senza questa formula non riuscirebbero mai a vedere la luce. I manoscritti cadrebbero nel dimenticatoio, con il passare degli anni andrebbero persi in un trasloco o per colpa di qualche parente distratto.

Vengono i brividi a pensare a quanti romanzi, a quanti saggi o a quanti lavori scientifici è stato negato anche il semplice venire alla luce. Di certo la storia è stata scritta anche da mani sconosciute, delle quali a volte non è rimasta la benché minima traccia. Ed è quanto mai eccitante seguire queste orme misteriose.

In un prossimo futuro – e può suonare quasi come una beffa – il libro di Bartocci potrebbe essere conteso da bibliofili alla ricerca di testi originali e profetici, testi che non hanno segnato un’epoca al momento della loro silenziosa uscita, ma l’hanno fatto a posteriori, in quanto anticipatori di verità divenute tali solo in futuro, talvolta a distanza di molti anni. Per questo motivo lo conservo gelosamente. È una semplice brossura editoriale in ottavo, con la copertina nera su tutti i lati. Il volto di Einstein e il fungo atomico che campeggiano sul fronte sono due simboli molto chiari del concetto espresso dalla formula più famosa del mondo.

Prima di quel libro Bartocci aveva tentato – inutilmente – di far accettare per la pubblicazione un lavoro a quattro mani, con Marco Mamone Capria sullo stesso argomento. La rivista scientifica alla quale aveva indirizzato il manoscritto lo rifiutò, in maniera cortese ma inappellabile. Tutte queste difficoltà derivano dalla responsabilità che si porta dietro il nome di Albert Einstein. Ancora troppo grande e fulgida è la sua stella per poterla offuscare senza esporsi brutalmente alle critiche dell’ortodossia scientifica. Einstein non può essere messo in discussione, non ancora, almeno. Forse un giorno nuove concezioni del mondo della fisica ridimensioneranno le sue teorie, ma al momento resta un pilastro inamovibile, poco meno che intoccabile.


“La materia di un corpo qualunque, contiene in se stessa una somma di energia rappresentata dall’intera massa del corpo, che si muovesse tutta unita ed in blocco nello spazio, colla medesima velocità delle singole particelle”

 

Niente da fare: Olinto non c’entra con Einstein: lo dice la Scienza

Per questo motivo nessuna rivista che vuole costituire una voce degna di nota nell’ambito accademico oserebbe ospitare un intervento decisamente “contro corrente” che non sia suffragato da prove certe e inconfutabili circa un dubbio – sia pur sfumato – sulla paternità della formula più famosa del mondo. È logico che il problema, al momento attuale, non può essere presentato che a livello di congettura.

Non è ancora dimostrabile, se mai lo sarà, che Albert Einstein lesse il lavoro di Olinto De Pretto e che, soprattutto, ne trasse ispirazione. Forse l’unica strada praticabile per venirne a capo è quella di concentrare le attenzioni sulla figura di Michele Besso, che era amico di Einstein e collegabile a De Pretto. Einstein, infatti, conosceva l’italiano, tenne anche delle conferenze nella nostra lingua.

La scienza sembra non volersi rendere conto che De Pretto, questo oscuro agronomo vicentino, forse ispirò il grande scienziato. Magari si tratta di elementi formali, non decisivi, dato che il concetto di etere non sembra essere applicato alla teoria della relatività, ma di sicuro la frase che compare nel lavoro di De Pretto del 1904 (un anno prima della pubblicazione di Einstein negli Annalen der Physik dei suoi due celebri lavori) è esplicativa al riguardo:

“La materia di un corpo qualunque, contiene in se stessa una somma di energia rappresentata dall’intera massa del corpo, che si muovesse tutta unita ed in blocco nello spazio, colla medesima velocità delle singole particelle. (…) La formula mv2 ci dà la forza viva e la formula mv2/8338 ci dà, espressa in calorie, tale energia. Dato adunque m=1 e v uguale a 300 milioni di metri, che sarebbe la velocità della luce, ammessa anche per l’etere, ciascuno potrà vedere che si ottiene una quantità di calorie rappresentata da 10794 seguito da 9 zeri e cioè oltre dieci milioni di milioni”.

Per correttezza va riportata un’opinione di segno opposto, quella dello studioso scledense Ignazio Marchioro il quale, in un’intervista di Luca Valente su internet, afferma che la somiglianza della formula di De Pretto a quella di Einstein si deve solo a una casualità formale, complice la differente definizione tra forza viva ed energia cinetica. Afferma infatti Marchioro nell’intervista:

 “È invece ovvio che la teoria della relatività non ha nulla a che vedere con la sua intuizione: la formula assomiglia a quella famosissima di Einstein solo per una casualità formale, in quanto il De Pretto riportò la formula della forza viva valida a quel tempo, che non era non sinonimo dell’energia cinetica bensì del suo doppio. È ovvio quindi che se il De Pretto avesse inteso la formula relativa all’energia cinetica del corpo in movimento avrebbe scritto: E (energia cinetica)=mv²/2; vale a dire la nota formula di fisica classica, che è totalmente diversa dalla mc²”.

A firma dello stesso Marchioro, circa vent’anni fa è uscito I fratelli De Pretto (Schio, Tipografia Menin, 2000). Interessante e documentato lavoro sui fratelli De Pretto come imprenditori, tecnici e uomini di scienza; da non sottovalutare come pezzo raro perché stampato in appena 300 copie.


Il libro più raro: è sempre quello che che è andato perduto

Ma il libro più raro e introvabile sulla figura di Olinto De Pretto è un libro che non c’è. Nel 1931, infatti, a dieci anni dalla morte dello scienziato scledense, il fratello Silvio e il professor Giuseppe Flechia furono gli autori di uno studio sull’opera Lo spirito dell’universo, che sottoposero all’attenzione dell’astronomo Pio Emanuelli della Specola Vaticana. Racconta Bianca Mirella Bonicelli nel libro di Bartocci che del carteggio con l’Emanuelli non esistono più gli originali ma da appunti sui diari di Silvio De Pretto si evince che il responso dello studioso vaticano fosse stato negativo.

Questo scoraggiò gli autori a proseguire nella pubblicazione dello studio. Purtroppo il manoscritto originale sembra sia andato perduto. Non ci è dato sapere neppure il titolo che gli sarebbe stato attribuito.

C’è poi una commedia in tre atti di Sem Benelli, Con le stelle (Milano, Fratelli Treves, 1927) che si ispira alle teorie sull’universo di De Pretto. Il libro è una brossura in formato ottavo con una bellissima copertina futurista di Guido Marussig e si può ancora reperire sul mercato nell’edizione originale.

Un’altra opera piuttosto rara del De Pretto è Le due faglie di Schio (Roma, Tip. della Pace E. Cuggiani, 1921), interessante saggio di geologia scledense con cinque stupende tavole a colori ripiegate all’interno, tra cui una carta geologica. Piccola perla introvabile.

Stessa sorte (di introvabilità effettiva) per La via più breve fra Venezia ed il Brennero è la linea Mestre-Padova-Vicenza-Schio-Rovereto: calcolo approssimativo di costo di una ferrovia ordinaria fra Schio e Rovereto: appunti e confronti, di [Olinto De Pretto] (Schio, Tipi Prem. Manifattura etichette, 1899). Il libro è stato poi ristampato in facsimile nel 1985.


Einstein contestato? Ebbene sì!

Un curiosissimo libricino uscito nel 1923 in Francia e che si schiera dichiaratamente contro Albert Einstein e la Teoria della Relatività fu Les Hallucinations des Einsteiniens – Ou les Erreurs de Méthode chez les Physiciens-Mathématiciens (“Le allucinazioni degli einsteiniani”) di Christian Cornelissen (Paris, Librairie Scientifique Albert Blanchard, 1923).

Risulta di difficile reperibilità in quanto la tiratura fu sicuramente limitata all’indispensabile. Il libro la dice lunga su come l’ambiente scientifico accolse la teoria della relatività, soprattutto dopo il conferimento del Nobel nel 1921 al grande scienziato. Cornelissen cerca di dimostrare l’infondatezza scientifica delle teorie einsteiniane, ma con scarsi risultati.

Il suo, ad ogni modo, rimane un tentativo mirabile e di indubbia eccentricità, che in effetti ha dato luogo a un titolo assai ricercato dai collezionisti di curiosità.

martedì 15 ottobre 2024

ARTE, POLITICA E OCCULTISMO

tratto da "L'Opinione" del 07 agosto 2024


di Dalmazio Frau


I nostri padri d’età classica ben sapevano che alcuni luoghi del nostro mondo terreno sono governati da potenze sovrannaturali. Genius loci chiamavano queste entità che potevano essere benevole o nefaste nei confronti dell’uomo che si recava nel loro dominio. In realtà, anche con l’avvento del cristianesimo e persino oggi nella nostra società laica e desacralizzata, ciò non è mai cambiato. Ed ecco che, a seconda della sensibilità sottile di ciascuno di noi, più o meno spiccata, avvertiamo qualcosa di positivo o di negativo in certi luoghi o in alcuni edifici.

Ad esempio, io ho sempre avvertito uno spirito, una forza negativa nell’edificio postmoderno del Maxxi, a Roma, oppure nella Nuvola ideata da Massimiliano Fuksas, mentre sento scorrere le energie supere ancor oggi possenti e vitali in Castel Sant’Angelo o nella Basilica di San Clemente, nel suo Mitreo come nella navata centrale oppure nella sacra di San Michele in Val di Susa e in tanti altri luoghi, come il Duomo di Siena o il Tempio malatestiano a Rimini.

Suggestioni, diranno alcuni. Sensibilità e conoscenza del “mondo altro”, dico io… una sensibilità che l’uomo ha perduto sempre di più nel corso degli ultimi trecento anni. Altro fatto non trascurabile è che molti di questi luoghi, non tutti adibiti al culto cristiano, sono custodi d’opere artistiche. Musei, chiese, fortezze o semplici dimore contengono quei potentissimi catalizzatori d’energie che sono le opere d’arte. Veri e propri media tra l’uomo e il cielo o, a volte, tra l’essere umano e le forze ctonie. Queste energie, per usare un termine oggi alla moda, in realtà influenzano in maniera invisibile ma reale le persone che stanno in determinati luoghi, che ci crediate o meno. So che coloro che sono più in là con gli anni stanno riportando alla loro memoria, mentre leggono, le immagini inquietanti in bianco e nero dello sceneggiato tivù Belfagor-Il fantasma del Louvre di quando eravamo bambini, e non sarebbero tanto distanti dalla realtà, che è sempre molto più estesa di quella che giace sotto i nostri sensi materiali.

Persino edifici storici come il Quirinale o Palazzo Chigi non sono esenti dall’essere “dominio” di simili energie che ancora oggi si muovono lungo quei corridoi suggerendo, ispirando, spingendo e inclinando chi li occupa, spesso in maniera del tutto inconsapevole, a compiere determinate scelte piuttosto che altre. Sarebbe interessante scoprire quanti “spettri”, quante fantasime e quanto “démoni” si aggirano per le sale dei nostri palazzi istituzionali, senza neanche il favore delle tenebre, perché ad attrarli basta la cattiva volontà umana e magari qualcosa di antico, gravido di pulsioni basse quali l’odio, il rancore e l’avidità.

Cose da Ghostbusters all’amatriciana? O da Zaffiro e Acciaio de noantri. Ma giochiamo per un istante a credere nel sovrannaturale, soltanto per pochi minuti, tanto è un gioco ferragostano. E se certe decisioni politiche particolarmente discutibili, certe affermazioni inopportune rilasciate alla stampa con le relative polemiche, fossero dovute all’influsso preternaturale di forze oscure? Lo so che voi siete laici e illuministi – non tutti per fortuna – e fedeli alla buonanima di Piero Angela credete nella scienza materialista, ma un dubbio non vi ha mai solleticato? Vi ha mai sfiorato il terrore assoluto della “controra”? Non avete mai sentito un brivido diaccio scorrervi lungo la schiena laddove non c’era nessuno e comunque faceva un bel caldo estivo?

Chiamavano Belzebù, tra il serio e il faceto, un uomo di valore intellettivo e culturale altissimo come Giulio Andreotti e il Presidente della Repubblica Giovanni Leone, da buon partenopeo, ricorreva a gesti scaramantici, mentre si dice che il bolognese Romano Prodi fosse assiduo frequentatore di sedute spiritiche. Si dice, si narra, raccontano: tutte voci di corridoio. Eppure, quanti tra gli esponenti dei vari Governi che si sono succeduti, in maniera per lo più segreta, hanno avuto frequentazioni con il mondo dell’occulto? Difficile dirlo con certezza, così come è difficile affermare con altrettanta certezza quanti tra i politici abbiano investito in opere d’arte d’autori antichi e contemporanei per incrementare i loro introiti. Ma del resto non vi è nulla di male in tutto ciò, s’investe nell’arte così come lo si fa in borsa, sinché viene fatto nel rispetto delle leggi tutto è lecito.

Però pensiamoci, pensateci. Il mondo empio e tenebroso della Marchesa Françoise di Rochechouart de Mortemart, meglio nota come Madame de Montespan, favorita alla corte di Luigi XIV, il Re Sole, non è poi così distante dal nostro: appena tre secoli lo distanziano. Ma il potere cerca sempre di restare in sella in ogni modo. E se la politica non basta, se l’economia è insufficiente, se persino la guerra si rivela inadeguata, allora altre forze si manifestano, evocate, blandite, richiamate dall’innominato abisso per la cupidigia umana, che mai si accontenta in certi casi, dell’amore, del bene e della bellezza.

domenica 6 ottobre 2024

La lunga caccia al Santo Graal. Da Artù ai Nazisti

tratto da "Il Giornale" del  17 Marzo 2024

Matthias Egeler ricostruisce nel dettaglio una avventura, letteraria e non solo, che attraversa l’Europa da più di ottocento

di Matteo Sacchi

La ricerca del Santo Graal è un’avventura intellettuale, e non solo intellettuale, che dura almeno da ottocento anni. La mitica coppa dell’Ultima cena, in cui poi sarebbe stato raccolto il sangue fuoriuscito dal costato del Cristo, è al centro di una lunghissima rielaborazione letteraria. Si trova all’incrocio di miti e credenze che provengono da ambiti culturali diversissimi, spaziano dai Celti al mondo protocristiano e che poi si “arrampicano” lungo il Medioevo, passando attraverso i deliri di onnipotenza nazisti per approdare sino al presente e ai film di Indiana Jones. Questa storia lunghissima viene raccontata da Matthias Egeler, esperto di filologia dell’università di Monaco, in Il Santo Graal, saggio pubblicato in Italia per i tipi del Mulino (pagg. 132, euro 15). Egeler si muove a partire dal punto fermo in cui il Graal entra nella letteratura. La coppa - anche se all’inizio proprio una coppa non sembra essere - è strettamente correlata alla letteratura arturiana, alla materia di Bretagna. Per la precisione al Percival di Chrétien de Troyes. In questo poema incompiuto scritto tra il 1175 e il 1190 il Graal compare in associazione con una complessa parata allegorica e una lancia magica. Una lancia che potrebbe essere identificata con la mitica lancia di Longino, il centurione romano che avrebbe trafitto il costato di Cristo. La presunta lancia venne ritrovata durante la Prima crociata, nel 1098. E il Percival venne commissionato a Chrétien da Filippo di Fiandra che stava per partecipare alla terza spedizione in Terra Santa. Eppure leggendo il testo il Graal (la parola potrebbe provenire dal latino gradalis che indicava più un piatto fondo che una coppa) sembra assomigliare a molti calderoni delle leggende celtiche e anche la lancia facilmente rimanda ad avventure delle culture precristiane come Preiddeu Annwn (in cimrico, «il bottino dell’aldilà»). Insomma, perché il Graal diventi quello che tutti abbiamo in mente bisogna attendere almeno l’intervento del poeta borgognone Robert de Boron, parliamo dei primi del XIII secolo, con il suo romanzo in versi Giuseppe d’Arimatea. Con questo romanzo de Boron scrive virtualmente un nuovo vangelo apocrifo, utilizzando principalmente materiale della Bibbia e del Vangelo di Nicodemo. Ma per l’idea della coppa usata per raccogliere il sangue di Cristo crocifisso non è facile capire dove de Boron abbia preso l’ispirazione. Bisogna spostarsi in epoca e area carolingia per trovare codici, come il Salterio di Utrecht, in cui compaiano illustrazioni di personaggi che raccolgono il sangue di Cristo. Il risultato è una narrazione così potente da trasformarsi in una credenza che attraversa i secoli. Ci sono ancora molti visitatori, ad esempio, che si recano a Glastonbury, nell’Inghilterra meridionale. Una leggenda locale racconta che nei giorni immediatamente successivi alla Crocifissione di Gesù, Giuseppe d’Arimatea portò il Graal dalla Terra Santa in Inghilterra. Di là arrivò infine a Glastonbury, e quando ebbe scalato la ripida collina che oggi si chiama Wirrall Hill, conficcò il suo bastone nel terreno e disse (per qualche oscura ragione in inglese): «Are we not weary all» («Non siamo tutti stanchi»). Da allora la collina sarebbe chiamata «Weary-all (Wirrall) Hill». Il bastone mise le radici, germogliò rami e foglie e sarebbe diventato il progenitore del biancospino che si trova ancora oggi sulla collina. I “discendenti” del biancospino di Giuseppe fioriscono due volte l’anno, di cui una a dicembre; e un ramo di questi cespugli viene inviato ogni anno alla famiglia reale britannica per abbellire la tavola della colazione di Natale. Si dice
inoltre che lo stesso Giuseppe d’Arimatea si stabilì a Glastonbury dove fondò un monastero. E il Graal stesso si troverebbe da qualche parte nella Chalice Hill («Collina del Calice») tra Glastonbury Tor e Wirrall Hill, colorando di rosso l’acqua che sgorga nel Chalice Well (Pozzo del Calice). È solo un esempio di quanto la leggenda di questa coppa si sia radicata in molti luoghi della Gran Bretagna e non solo. E allora ricostruire le radici di questi miti e i loro intrecci nei secoli, indagando le leggende celtiche da un lato e la tradizione cristiana, vangeli apocrifi compresi, dall’altro, è una sfida in cui Egeler si cimenta fornendo al lettore un sacco di interpretazioni e di spunti. Potreste scoprire, ad esempio, che il mito arturiano e del Graal è collegato
anche a una serie di luoghi in Italia, come il duomo di Modena, e che la sua diffusione nella nostra penisola resta abbastanza misteriosa, avvenuta prima ancora che si diffondessero gli scritti di Chrétien de Troyes. Ma c’è spazio anche per la modernità e per ciò che il Graal è diventato nel corso dei secoli e anche nel nostro immaginario, come dicevamo arrivando sino al cinema e a Indiana Jones. Ah, a proposito di Indiana Jones e fantasia... La smania nazista di mettere le mani sul Graal, metaforicamente e no, è un fatto e non un mito. Negli anni precedenti la Seconda guerra mondiale la ricezione del mito del Graal in Germania assunse forme particolarmente eclatanti e riguardò anche i vertici dell’apparato nazista. Ad esempio l’enorme significato che il Führer attribuiva all’opera di Wagner dedicata al Graal si rifletteva anche nel suo progetto di rendere questo dramma musicale il cuore di un’imponente celebrazione dopo la vittoria finale. Ma c’erano degli antecedenti anche negli anni che precedettero lo scoppio del conflitto. Un manifesto di propaganda del 1936, per esempio, mostra Hitler come un cavaliere medievale in armatura corazzata e con in mano uno stendardo a svastica, rappresentandolo come un moderno Parsifal, cavaliere del Graal, un salvatore con sfumature religioso-mitiche. Il regime nazista utilizzò il Graal anche nell’architettura: nel castello di Wewelsburg, che fu convertito a uso delle Ss a partire dal 1934, una stanza venne chiamata «Graal» e fu allestita una sala rotonda che evocava la scenografia della prima del Parsifal del 1882.

L’impianto fu probabilmente influenzato dall’idea di costruire un nuovo castello del Graal, un’idea molto diffusa negli ambienti nazionalisti e occultisti dall’inizio del secolo. E davvero i nazisti si sono recati in ogni dove per cercare la sacra coppa, a partire da Otto Rahn. Questo non è un mito, leggere le dense pagine di Egeler per credere.


Matthias Egeler
Il Mulino 
pagg. 132
euro 15

lunedì 30 settembre 2024

Ecco le mappe per trovare il diabolico regno del Male

 tratto da "Il Giornale" 23 Giugno 2024

La genesi, l'ingresso, le voragini e l'iconografia Un saggio svela i dettagli dell'antro di Satana


di Alessandro Gnocchi


Si fa presto a dire «va' all'Inferno». Bisogna trovare l'ingresso, superare il seno di Abramo o Campi Elisi, trovare un varco attraverso il Purgatorio e infine raggiungere il centro della Terra. Alt. L'Inferno infatti potrebbe coincidere con il Sole. Oppure essere sospeso nei cieli con vista sul Regno. E poi quale ingresso? La bocca dei vulcani, come da antica credenza popolare, o un antro o una voragine? In che modo si scende: con una scala o con i gradini? Bisogna poi affrontare le schiere dei diavoli. Difficile evitarli. Gli ex angeli ribelli sono 47.168.616. Li ha contati Giovanni Maria Bonardo, autore del trattato La grandezza et larghezza et distanza di tutte le sfere (1563; dal 1584 commentato da Luigi Groto, importante umanista). Se riuscite a passare, vi attende una lunga camminata: l'Inferno misura 7875 miglia di circonferenza, con diametro di 2505,5. Satana vi attende in fondo anche in senso etimologico: la parola «inferno» indica ciò che sta più in basso. Dovreste riconoscerlo: è quello a forma di dragone che sputa fiamme oppure quello incatenato che bestemmia oppure il signore oscuro assiso su un trono blasfemo. Nel caso tornaste a riveder le stelle e vi venisse la tentazione di raggiungere il Paradiso, preparatevi a viaggiare per 1.799.953.758,25 miglia (in chilometri: 3.333.246.167).

Queste e altre suggestive informazioni sono contenute nel saggio di Matteo Al Kalak intitolato Fuoco e fiamme. Storia e geografia dell'inferno (Einaudi, pagg. 270, euro 25). Al Kalak, docente di Storia moderna all'università di Modena, aveva pubblicato, nel 2021, un altro libro sorprendente, Mangiare Dio. Una storia dell'eucarestia (2021). Lo studioso si concentra in particolare sull'Inferno cristiano in tutte le sue declinazioni: letterarie, artistiche e teologiche. Un modello internazionale è la Divina commedia di Dante Alighieri, cristallizzazione e insieme superamento delle idee medievali. Nell'iconografia rinascimentale, Le Grand Saint Michel di Raffaello si impone come termine di paragone, visto il suo successo. Raffaello isola il momento nel quale san Michele schiaccia il dragone. L'Inferno, appena abbozzato, è raffigurato come un antro pronto a richiudersi sul diavolo per sempre. Esistono anche opere che sfuggono all'influenza di Raffaello. Domenico Beccafumi mette in scena la battaglia nei cieli, con gli spiriti degli sconfitti che precipitano in una voragine infuocata. Anche Giorgio Vasari affrontò il tema, riducendo però i contendenti: sette angeli in posa guerriera, agli ordini di Michele; e sette ribelli guidati da Satana. Il numero allude ai peccati capitali e alla loro punizione.

Questa idea dell'Inferno, nato dalla caduta del diavolo, inghiottito dalla Terra, nasce da un equivoco. La fonte infatti è l'Apocalisse. Giovanni descrive una battaglia nei cieli tra una donna vestita di sole, con la luna sotto i piedi, e un drago rosso con sette teste e dieci corna. La donna è incinta e partorisce un bimbo. Il neonato fugge in cielo, la madre si allontana nel deserto. A questo punto, Michele attacca e sconfigge la bestia, che precipita a terra. Giovanni prende spunto dalle immagini infernali della tradizione giudaica. Ma probabilmente voleva rappresentare lo scontro tra la vera chiesa di Cristo e le eresie. Il passo però era troppo invitante, e divenne subito la storia del diavolo ribelle (il dragone) abbattuto da Michele. La Terra si ritrae e Satana sprofonda, dando vita all'Inferno.

C'è poi il versante teologico, piuttosto complesso. Rinviando al saggio per i dettagli, qui notiamo alcune cose. Il peccato di Satana è variamente descritto ma in sostanza consiste in un orgoglio così forte da spingere a una ribellione già sconfitta in partenza. Ma Satana può decidere e sceglie l'impossibile battaglia. Il diavolo perseguita gli uomini perché non può sopportare che Dio abbia preferito incarnarsi in una creatura insignificante. Ecco spiegata la presenza del Male nella storia. La Chiesa ha sempre insistito sulla realtà concreta e non metaforica dell'Inferno. Ecco spiegata l'esigenza di descriverlo. La voragine risponde a un duplice scopo: spaventare il fedele ma anche mantenerlo sulla retta via. La struttura dell'Inferno riflette l'andamento del dibattito: quello della Controriforma è diverso da quello medievale; quello illuministico e moderno è una risposta a quello uscito dal Concilio di Trento. La dannazione assume contorni più sfumati fino a sparire del tutto, secondo la famosa immagine dell'Inferno totalmente vuoto di Hans Urs von Balthasar (1905-1988). Il punto è l'amore infinito di Dio e non il suo spirito vendicativo. Abbiamo ancora paura dell'Inferno? Indagini, risalenti al 2009, dimostrano che la prigione eterna è temuta dal 41,8 per cento degli italiani. E dire che la nostra società sembra infastidita dal solo parlare di Bene e Male con la maiuscola. Ci siamo già assolti senza bisogno del prete. Figuriamoci se possiamo credere all'Inferno... Eppure molti temono ancora il signore oscuro. D'altronde, l'oscurità ce l'abbiamo nel cuore e dobbiamo lottare per non perderci del tutto.

L'Inferno è anche lo specchio di ciò che ci fa paura dentro e fuori di noi. Sarà vuoto ma resta la libertà, forse la tentazione, di coltivare il male e autoconfinarsi nell'antro eterno, dove le fiamme e il ghiaccio tormentano le anime di chi ha scelto di negare la speranza.


domenica 22 settembre 2024

Il labirinto della Masone

di Cavaliere Vermiglio


Sono stato al labirinto della Masone. Il complesso è costida un labirinto di bambù più un edificio in stile egizio. L'uscita del labirinto è costituita da un passaggio sotto una piramide. Nel piano superiore della piramide c'è una sala con un labirinto disegnato sul pavimento il cui centro corrisponde al vertice della piramide. L'insieme ha un orientamento est-ovest. In uno dei pannelli era riportata la frase di Franco Maria Ricci in cui dichiarava che la piramide non fosse massonica, ma cattolica. Sarà stato così nelle intenzioni dell'ideatore, però mi è sembrato di essere in un luogo magico in cui l'unione di due potenti simboli come il labirinto e la piramide potesse aprire altre realtà. Peccato per l'affollamento.

Sarebbe interessante una visita notturna al labirinto, in modo che silenzio e buio possano far nascere un senso di smarrimento ben più evidente rispetto ad una visita alla luce con altre persone. Senso di smarrimento che alluderebbe al senso di smarrimento dell'anima di fronte a Dio.

venerdì 13 settembre 2024

ENERGIA: SI PUÒ DECIFRARE L’INVISIBILE

tratto da "L'Opinione" del 30 agosto 2024


di Francesca Romana Fantetti


Nel 2022 il Nobel per la fisica è stato assegnato ai fisici Allain Aspect, John Clauser e Antoin Zeilinger i quali hanno confermato, con i loro esperimenti sui fotoni, l’entanglement quantistico. Tutto è legato e correlato, tutte le particelle sono connesse tra loro al di là del tempo e dello spazio.

Sussiste una sorta di intelligenza invisibile in ogni particella esistente. Scientificamente si parla di “informazione quantistica”. I tre fisici, infatti, hanno fondato la “scienza della informazione quantistica”.

C’è una entità universale in ciascun essere vivente, e di conseguenza un network capace di veicolare informazioni ovunque e in modo istantaneo. Diremmo “alla velocità della luce” ma è molto più veloce della luce. Albert Einstein, Boris Podolsky e Nathan Rosen hanno mostrato infatti che l’entanglement appartiene alla fisica quantistica essendo altro e diverso rispetto a quanto conosciuto sino ad allora: non ha il limite della relatività.

Prima si pensava che il limite fosse la velocità della luce, che è al contrario superato grazie agli esperimenti sui fotoni che hanno dimostrato che le particelle possono ricevere informazioni in modo istantaneo anche se separate l’una dall’altra da una distanza di migliaia di chilometri.

La materia è energia (E=mc2 di Albert Einstein). Bisogna entrare nella parte energetica della materia per poterla captare, gestire, trasformare, diffondere.

In medicina è in corso da tempo il passaggio alla biofisica rispetto alla biochimica.

Ogni nostro organo emette frequenze. Tutti gli atomi sono entità che si muovono quindi hanno energia, emettono e captano energia. I nostri corpi vibrano ed emettono e captano energia, come tutto il resto della materia. Ogni essere vivente vibra e, vibrando, emana energia. Bisogna riuscire a cogliere questa energia per poterla utilizzare o anche correggere ove disarmonica (la malattia) riportandola ad armonia (alla sanità).

Ma come? Bisogna “leggere” il corpo umano tramite le onde che emette. Ci sono attualmente apparecchi di biorisonanza in grado di recuperare e leggere le frequenze d’organo ed a trasformarle, a dare input di guarigione. Ma come si fa a recuperare le frequenze? Come fa il rabdomante a recuperare le frequenze dell’acqua sotterranea? Lo fa con la mente. Il rabdomante usa la sua mente. Si può usare la mente per recuperare le frequenze. Tutte le frequenze non solo quelle dell’acqua sotterranea del rabdomante.

La nostra mente è anch’essa una entità vibrazionale. Tradizione e antichi sapienti lo hanno sempre detto e professato, insegnato. Si può entrare in relazione con la parte energetica della materia, vale a dire con la componente energetica dell’essere umano ed interagire con essa. Entrare in relazione con l’entità energetica dell’essere umano grazie alla medicina quantistica vibrazionale: si interpretano le onde elettromagnetiche a bassa frequenza emanate dall’essere umano “leggendole”. Non si capisce cosa pensi la persona ma essa emette stimoli energetici che possono essere “letti”. In medicina i conflitti spirituali sono co-fattori della malattia. Le emissioni energetiche dissonanti indicano il conflitto spirituale e dunque la malattia. Rafforzando tramite l’energia la forza di volontà della persona non sana, questa può “raddrizzare” la propria energia. La formula per ottenere guarigione ma anche salute e benessere, gioia, felicità, ricchezza, qualsiasi cosa si desideri è l’intenzione. L’intenzione è semplicemente un comando mente-cervello. La mente e il cervello ampliano lo stato di coscienza. Mente e cervello entrano in quella che è la vibrazione universale, captano dei segnali e li inviano. La nostra mente è una radio ricetrasmittente che bisogna solo imparare ad usare.

“Fare tacere la mente” come dicono molti illuminati, il vuoto mentale è difficilmente raggiungibile. È più facile metterci qualcos’altro nella mente. È proprio la nostra forza di volontà che ci permette di far fare alla mente un altro lavoro emettendo pensieri diversi e azioni positive.

La telepatia? Non è altro che entanglement quantistico. La nostra mente fa parte di una vibrazione universale che è una realtà scientifica. La meditazione? Si prende la mente e la si manda da qualche altra parte distogliendola dai pensieri che la assillano.

Siamo fatti di materia, cioè di energia temporaneamente addensata, in altre parole di elettroni. Si possono “leggere” le forme d’onda che emettiamo, anche a distanza. Possiamo cogliere e codificare l’invisibile.

domenica 8 settembre 2024

AVIATION YES -13 OTTOBRE 2024 – VALLE DEI TEMPLI POMEZIA (ROMA)

 AVIATION YES -13 OTTOBRE 2024 – VALLE DEI TEMPLI POMEZIA (ROMA)


AI NASTRI DI PARTENZA LA KERMESSE “AVIATION YES- AEROSPAZIO E AVIAZIONE” CON BEN 10 MOSTRE STATICHE INTERNAZIONALI SUL TEMA E 2 TAVOLE ROTONDE CON PERSONALITA’ DEL SETTORE. Info evento www.aviationyes.com


AVIATION YES nel 2024  si supera e avrà in esposizione per il pubblico ben 10 Mostre statiche internazionali legate all’ Aerospazio e Aviazione  ma come dice la stessa Organizzatrice la nota manager e ricercatrice Francesca Bittarello titolare della Lux-Co Edizioni che organizza l’evento “ Già per questo 2024 è un grande successo avere 10 mostre Statiche di prestigio internazionale ad Aviation yes che il pubblico potrà ammirare e per il 2025 potrei superarmi e arrivare addirittura a 20 Mostre Internazionali del settore ma il problema è di spazio dovrò avere a disposizione più spazi logistici  ma ci penserò dopo l’evento di questo anno  a pianificare il prossimo che probabilmente sarà nella stagione primaverile “

Aviation Yes 2024 è l’unico evento in Italia dove la partecipazione come ospiti è diretta  alle Istituzioni ed Enti civili e militari e Associazioni  legate all’ Aviazione e all’ Aerospazio dove l’Entrata per il pubblico è Gratuita siano studenti o neofiti o appassionati. La presenza nutrita di media  ed addetti ai lavori è sempre garantita.

Il successo di questa formula organizzativa è ormai consolidato e  a un mese dall’ evento sono presenti Patrocini di rilievo quali “l’ Alto Consiglio della Regione Lazio” e presente anche il Patrocinio del “Comune di Pomezia” dove si svolge l’Evento e dell’ “Aero Club D’Italia”. L’evento si svolge al chiuso in una ampia e  multimediale  Sala congressi con ben 3 maxi schermi che si trovano al piano terra con annesso patio esterno e per questa  Edizione 2024 oltre al piano terra e al patio esterno  sarà disponibile anche la sala al piano superiore in modo tale da allargare la Location dell’evento. La Location dell’evento  si trova a Pomezia un punto strategico a pochi km da Roma e Latina  e i Castelli Romani e l’Aeroporto Militare di Pratica di Mare e ed è costituita da Sale Congressi moderne e multimediali all’ interno del Simon Hotel.

Presenti gadget vari  per il pubblico e cartolina commemorativa 2024 che sarà distribuita gratuitamente il giorno dell’evento.

Aviation Yes è organizzato dalla dott.ssa Francesca Bittarello con la sua azienda LUX-CO EDIZIONI (info: www.luxcoedizioni.com).

La Lux-Co Edizioni ha una apposita pagina dedicata nel sito web della Regione Lazio  nella sezione Aerospazio dove viene presentato anche l’evento  Aviation Yes 2024 (link: https://www.lazioinnova.it/community/azienda/lux-co-edizioni/ ).


Il sito web competitivo e dinamico dell’evento internazionale AVIATION YES  è www.aviationyes.com e sarà aggiornato con le partecipazioni e news all’edizione 2024 sino all’evento stesso.


INFO ORGANIZZAZIONE : FRANCESCA BITTARELLO – CELL. 3294218323 – FRANCESCABITTARELLO@AVIATIONYES.COM                                                                              


francescabittarello@luxcoedizioni.com
francescabittarello@aviationyes.com
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cell./whatsapp: +39 329.4218323

giovedì 22 agosto 2024

La prima edizione del libro sullo Spiritismo di Allan Kardec (1884)

in collaborazione con Simone Berni: https://www.cacciatoredilibri.com/la-prima-edizione-di-questo-libro-sullo-spiritismo-di-allan-kardec-1884/


Che cosa è lo Spiritismo?: introduzione alla conoscenza del mondo invisibile per mezzo delle manifestazioni spiritiche, contenente il riassunto dei principii della Dottrina spiritica e la risposta alle principali obbiezioni, di Allan Kardec; traduzione italiana di Giovanni Hoffmann (Torino, UTET, 1884).


Prima traduzione italiana di “Qu’est-ce que le Spiritisme“, inizialmente pubblicata in Francia nel 1859. Questo libro contiene una sintesi dei principi della dottrina spiritica e le risposte alle principali obiezioni. Allan Kardec, o Alan Kardec, vero nome Hippolyte Léon Denizard Rivail, nato il 3 ottobre 1804 e morto il 31 marzo 1869, è stato un educatore francese, fondatore della filosofia spirituale o spiritismo. È generalmente soprannominato il “codificatore dello spiritismo”. La copia qui presa ad esempio dell’edizione conserva la bellissima copertina originale della casa editrice.


Allan Kardec: L’architetto dello Spiritismo

Tutto comincia in una Francia turbolenta del XIX secolo, quando un pedagogista e filosofo, di nome Hippolyte Léon Denizard Rivail, notevolemente stimato nell’ambito educativo, si immerge nelle acque non esplorate dello spiritismo. Alla gente comune, Rivail è meglio conosciuto come Allan Kardec, il pseudonimo che adotta nel suo percorso di scoperta dello spiritismo.

Kardec nasce a Lione il 3 ottobre 1804 e, fin dalla giovane età, abbraccia la disciplina pedagogica sotto la guida del celebre Johann Heinrich Pestalozzi in Svizzera. Con il passare degli anni, diventa non solo un estimatore, ma anche un importante collaboratore di Pestalozzi, contribuendo alla riforma dell’educazione in Francia e Germania.

Tuttavia, la vera passione di Allan Kardec nasce nel 1854, quando prende forma il suo interesse per lo spiritismo. In un’epoca in cui la maggior parte delle persone accetta ciecamente la spiegazione del magnetismo animale per i fenomeni di spiriti, Kardec pensa diversamente. Ritiene infatti che questa interpretazione sia insoddisfacente e inizia a lavorare su una propria teoria.

Dedicando gli ultimi anni della sua vita alla sistematizzazione dello spiritismo, Kardec si distingue per il suo straordinario impegno nel cercare di elaborare un sistema di pensiero in cui le manifestazioni spirituali potessero contribuire alla trasformazione sociale e morale dell’umanità.

Il suo lavoro culmina in una serie di componimenti, che diventano ben presto la pietra angolare della filosofia spiritista. L’opera principale, conosciuta come “Il Libro degli Spiriti“, fornisce una spiegazione strutturata e pertinente degli enigmi dello spirito e del mondo invisibile che ci circonda.

Ma chi era l’uomo dietro il pedagogista? Il 6 febbraio 1832, si unisce in matrimonio con Amélie Gabrielle Boudet. Insieme, condividono non solo una vita, ma anche la passione per l’insegnamento e l’educazione. La coppia fonda un negozio pedagogico a Parigi simile a quello di Yverdon.

Dal punto di vista professionale, Kardec è un uomo di molti talenti. Traduttore, educatore, filosofo e, infine, il codificatore dello spiritismo. Tuttavia, al di sopra di tutto, è un uomo con una visione e un obiettivo: portare una trasformazione nel modo in cui l’umanità percepisce il divino e l’invisibile.

Allan Kardec muore il 31 marzo 1869, ma il suo lascito supera la sua morte. Oggi, è ricordato come il fondatore dello spiritismo, una dottrina che ha avuto un impatto enorme su un’ampia gamma di discipline, dalla filosofia alla medicina, e continua a farlo.