mercoledì 5 luglio 2023

DONNELLY: UTOPIA AL POTERE NELL’AMERICA RURALE DI FINE OTTOCENTO, CON UN PIZZICO DI SHAKESPEARE

tratto da: https://www.cacciatoredilibri.com/donnelly-utopia-al-potere-nellamerica-rurale-di-fine-ottocento-con-un-pizzico-di-shakespeare/

di Simone Berni

Finalmente fa capolino in italiano un romanzo di Ignatius Donnelly… ma è già raro


Il sogno di un politico

Immagine tratta da Wikipedia: 
https://it.wikipedia.org/wiki/
Ignatius_Donnelly#/media/File:
Ignatius-Donnelly.jpg
È davvero curioso come alcuni autori, magari popolarissimi nei loro paesi, dove il loro nome ha un valore editoriale che si mantiene negli anni, a volte ben oltre la loro morte, siano viceversa del tutto ignorati all’estero, talvolta poco conosciuti anche dagli addetti ai lavori.

Ce n’è uno in particolare la cui conoscenza diventa basilare per chi si occupa di Atlantide e di civiltà scomparse, perché a detta di molti è a tutt’oggi uno degli autori più importanti e rivoluzionari nell’ambito di questa materia dopo Platone.

Ebbene, di questo autore americano, si trovano pochissime tracce fuori dagli Stati Uniti. Sto riferendomi ad Ignatius Donnelly. Per molti dizionari biografici Ignatius Donnelly è poco più che qualche breve riferimento. Nato a Philadelphia nel 1831, di origine irlandese. Nel 1857 si trasferì in Minnesota assieme al suo socio John Nininger, dove i due cominciarono il progetto di una città-ideale, Nininger City, nella contea di Dakota. La città avrebbe dovuto situarsi lungo il fiume Mississippi, circa diciassette miglia a sud di Saint Paul, ma la realizzazione non ebbe pieno successo.

Nininger City, comunque, rimase la sua dimora per tutta la vita. Donnelly fu vice governatore del Minnesota dal 1859 al 1863. Morì a Minneapolis il primo di gennaio del 1901. È sepolto nel cimitero Calvary di Saint Paul.

Ma se è già difficile trovare ormai citato il suo nome nei libri odierni su Atlantide, direi che è quasi impossibile reperire notizie circa la sua attività di romanziere.


Un romanziere sui generis

Donnelly ha infatti scritto sul finire dell’800 tre utopian novels, cioè tre romanzi di utopia. Essi sono Caesar’s Column (1890), Doctor Huguet (1891) e The Golden Bottle (1892). Gli ultimi due non sono affatto facili da trovare e le quotazioni sono sostenute.

Il carattere spiccatamente americano di questi scritti e il loro chiaro intento politico, li rende un materiale cristallizzato nell’epoca che li ha partoriti e per questo motivo essi hanno subito un crescente isolamento fino all’oblio vero e proprio, perpetuato nella stessa America. Queste storie, che pure hanno conosciuto grande popolarità ai tempi della loro uscita, soprattutto Caesar’s Column (“La colonna di Cesare”), oggi appaiono misconosciute, forse addirittura incomprensibili nelle sfumature politiche e sociologiche, almeno per chi non conosca nel dettaglio la storia del Minnesota e degli stati del nord-ovest della confederazione ai tempi del loro autore.


Ma ecco che la coltre di silenzio si rompe…

Nel giugno del 2019 finalmente arriva in lingua italiana il primo romanzo d’utopia di Ignatius Donnelly, Caesar’s Column, che l’editore elemento115 traduce in Un Racconto del XX secolo: la Colonna di Cesare (giugno 2019), di Ignatius Donnelly, traduzione di Vanni De Simone. Il libro si sta però facendo raro, molti portali (IBS, Amazon) ne sono già sprovvisti a pochi mesi dall’uscita, almeno in forma cartacea, che è quella che a noi cacciatori di libri preme. Mi rendo conto però che l’interesse per l’autore e il tema trattato siano veramente elementi di nicchia. Un plauso al coraggioso editore che ci ha comunque creduto e che lo ha proposto alle nostre latitudini.

Chi scrive trova questi romanzi entusiasmanti, pieni di ingenua e focosa passione, meravigliosamente fuori dal nostro tempo e senza ombra di dubbio da riscoprire, ma la mia ha tutte le caratteristiche riconosciute della classica “voce nel deserto”. Nessun editore in Italia li ha mai presi sul serio prima di Vanni De Simone di elemento115. Sono sempre stati considerati un fenomeno “tipicamente americano”, e come tale improponibile al di là dell’Atlantico. Punto e basta.

Mi sono spesso domandato, fin dal 2005, quando ne ho parlato per la prima volta in A caccia di libri proibiti, se sarebbe stato possibile tradurli, riproporli in una forma moderna, ma allo stesso tempo mantenere rigorosamente intatta la loro natura. Ero quasi arrivato alla conclusione che la cosa non era fattibile. Ma alla fine qualcuno ha raccolto la sfida. E può ancora vincerla.


La bottiglia dell’oro

The Golden Bottle (“La bottiglia dell’oro”), il romanzo che tra questi prediligo, è come un mosaico nel pavimento di una cattedrale. Il suo posto è quello e non può essere rimosso, perché altrove sarebbe senza senso, perderebbe il suo significato originale. Diciamo che, in caso di traduzione in italiano, il libro sarebbe davvero un prodotto per “pochi intimi”, accessibile solo previo e adeguato indottrinamento.

In America il romanzo The Golden Bottle fu pubblicato da D. D. Merrill Company di New York & Saint Paul nel 1892. Il libro è in formato sedicesimo, con una copertina rigida in tela verde scuro, fregi e titoli in oro al piatto anteriore e al dorso. Romanzo di utopia che si presenta con una chiara connotazione politica in favore del Popular Party.

Prima di quest’opera Donnelly aveva già alle spalle libri famosi come Atlantis: The Antediluvian World, Ragnarok: The Age of Fire & Gravel e The Great Cryptogram, ma con The Golden Bottle si avvale di tutta la sua esperienza e produce un piccolo capolavoro d’evasione.

Certo, è innegabile che il romanzo sia anche un pezzo di campagna elettorale rivolto agli interessi degli agricoltori dell’ovest ma il libro è comunque un’utopia letteraria di fine congettura, e per questo degno di un particolare interesse.

Donnelly pubblicò The Golden Bottle, dice lui stesso:

“(…) con l’intenzione di spiegare e difendere, sotto forma di storia, alcuni ideali del Popular Party (…) Ho la speranza che l’interesse per questo libro non si spenga fino a che i propositi in esso narrati non giungano a compimento.”

La storia è abbastanza semplice e allo stesso tempo di grande presa per il pubblico. Si narrano delle avventure del ragazzo Ephraim Benezet del Kansas, figlio di contadini, al quale un misterioso vecchio materializzatosi nel mezzo della notte, consegna una bottiglia miracolosa con un liquido capace di trasformare i metalli vili in oro. Discutendo sull’impatto politico e sociale di questo potere – il potere di creare nuovo denaro a piacimento (per decreto, nella realtà) – Donnelly descrisse le condizioni alle quali si erano ridotti gli agricoltori dell’ovest, vessati dalle tasse e oppressi dalla dilagante corruzione del sistema bancario, che gli precludeva la possibilità di estinguere i loro debiti.

Sviluppando questo background, Donnelly enfatizzò molte delle paure dell’America rurale di fine ottocento. Focalizzò le sue attenzioni soprattutto sul fenomeno dell’esodo delle famiglie di agricoltori verso le grandi città e sulle degradanti condizioni di lavoro nelle fabbriche. Donnelly denunciò anche la disonestà di una parte preponderante dell’editoria, soprattutto la diffusione di giornali e quotidiani di parte, a esclusiva difesa degli interessi dei grandi gruppi industriali.

Benezet si risveglia al mattino con davanti a sé due realtà conflittuali. Da una parte la situazione della sua famiglia, oppressa da mutui inestinguibili con le banche, e della sua dolce fiamma Sophie, anch’essa finita in rovina e costretta a emigrare coi suoi genitori. Dall’altra, la bottiglia dell’oro, appoggiata ai piedi del letto. Benezet, avendo il potere di creare denaro, riesce pian piano a migliorare la sua situazione, quella della sua famiglia, degli amici, fino a capovolgere completamente le sorti per tutti gli agricoltori sia dello stato che dell’intera confederazione.


L’americano eroe del mondo intero

Divenuto ricco e famoso, vinte le tentazioni del denaro, riuscirà a farsi eleggere presidente degli Stati Uniti. Compirà molte importanti riforme, come la concessione del voto alle donne, la nazionalizzazione delle ferrovie, l’eliminazione dei ghetti cittadini. Da non dimenticare, infatti, quanto egli vedesse di buon occhio i deboli, gli oppressi e tutte le minoranze, i nativi americani, gli afro-americani (come si dice oggi) e gli ebrei.

Nella parte finale del libro Donnelly si occupa dei rapporti dell’America con il resto del mondo. Fa approdare Benezet in Europa, con la ferma intenzione di estendere le dottrine della rivoluzione del 1776 a tutte le nazioni. Sebbene Benezet precipiti in un’Europa dilaniata dalla guerra, ben presto si fa garante della pace, esortando le masse ad opporsi ai governi totalitari e liberando tutta l’Europa occidentale dalle dittature. Tra le altre cose, incoraggerà gli ebrei a stabilire uno stato in Palestina.

Per garantire la pace sia sul vecchio che sul nuovo mondo costituirà un’organizzazione apposita, che egli chiamerà The Universal Republic. La sede di questa organizzazione mondiale sarà nelle Azzorre, cioè sulla “punta di Atlantide”, come aveva affermato dieci anni prima nella sua famosa opera Atlantis: The Antediluvian World (“Atlantide: il mondo prima del diluvio”) (New York, Harper & Brothers, 1882).

La capitale scelta da Benezet è situata nell’isola di Saint Michael, che verrà appositamente acquistata “dal piccolo regno del Portogallo”.

Il libro si chiude con il giovane protagonista che si risveglia dal suo sogno. Riprecipita al cospetto della cruda realtà, e si trova costretto a fare i bagagli e abbandonare la sua fattoria, oppresso dalla situazione economica. Dovrà così cominciare a lavorare per il mondo di ideali e d’utopia che ha appena sognato. Senza la bottiglia dell’oro, però.


I primi libri di Donnelly ad arrivare in Europa

Tra le utopistiche visioni di Donnelly quella che colpisce di più è l’aver concepito l’ONU con oltre mezzo secolo d’anticipo, dimostrando come a livello inconscio già a quei tempi si avvertisse la necessità di un organismo sovra-nazionale teso a vigilare le sorti del mondo.

The Golden Bottle – dice Donnelly – fu scritto di fretta, per la maggior parte sulle mie ginocchia durante i frequenti spostamenti in treno a causa della campagna di governatore del Minnesota”. E nelle stanze di albergo che lo ospitavano di volta in volta”.

The Golden Bottle uscì sia in versione hard cover, cioè con copertina rigida, che in paper cover (paperback), vale a dire con copertina morbida, e non fu ristampato. Si annovera una ristampa anastatica del 1968 a cura di Johnson di Londra. Fatti salvi i moderni servizi di stampa on demand, credo non ne esista una vera ri-edizione, dopo quella del 1892. Evidentemente il libro fu visto solo come un’opera propagandistica, non ebbe un riscontro favorevole nelle vendite e finì presto dimenticato.

Nel secondo dopoguerra è stato valorizzato solo a livello universitario. In Canada, Stati Uniti ed Australia ci sono infatti vari studiosi e ricercatori che hanno trattato le opere di Ignatius Donnelly, suddividendo la sua produzione in tre filoni principali: Atlantide, Bacone e Utopia.

Interessante un’edizione coeva in lingua svedese, di cui non sospettavo neppure l’esistenza. Il libro in questione è Den Gyldene Flaskan (Stockholm, Looström & Komp:s, 1893). Il formato del volume è simile a quello dell’edizione americana, il colore predominante della copertina è anche in questo caso il verde scuro. È la precisa traduzione dell’originale, a cura di Victor Pfeiff.

Il libro uscì probabilmente sulla scia del successo di Caesar’s Column, che in Svezia ebbe tre edizioni nello spazio di un anno, curiosamente con tre titoli differenti: Caesars Kolonn (1891); Varldens Undergang (1891); Civilisationens Undergang (1892).


Utopie o plagi letterari?

C’è un solo libro edito in Italia dedicato alla vita e all’opera di Ignatius Donnelly. Parlo di Sweet Home Minnesota. La carriera politica di Ignatius Donnelly (Genova, COEDIT, 2004) di Pierangelo Castagneto, un esperto di storia degli Stati Uniti e delle relazioni euroatlantiche. Il libro è uno studio completo ed esaustivo, che traccia un quadro soddisfacente del panorama politico dell’America rurale di fine Ottocento.

L’autore cita in continuazione anche i romanzi di Donnelly, in quanto spesso lui fa dire ai suoi personaggi (come nel caso di Edmund Boisgilbert, Gabriel Weltstein o Ephraim Benezet) le cose che pensa come politico e che vuole diffondere tra la gente. Una notazione assai interessante di Castagneto riguarda le analogie tra The Golden Bottle di Ignatius Donnelly e Il Mago di Oz di Frank Baum, se si adotta una lettura populista.

La cosa è assolutamente plausibile, se si pensa che il secondo romanzo ha seguito il primo di soli otto anni. Nel libro di Donnelly c’è Ephraim Benezet, nel libro di Baum c’è Dorothy, entrambi figli di agricoltori del Kansas, che subiscono un avvenimento soprannaturale.

Ephraim si ritrova in possesso di una bottiglia miracolosa che tramuta tutto in oro e Dorothy va a finire in un mondo popolato da strane creature. I due personaggi hanno una escalation di esperienze fantastiche e meravigliose che porteranno il protagonista maschile a essere eletto presidente degli Stati Uniti e quello femminile ad accedere alla Città degli Smeraldi dove vive il Mago di Oz.


Il primo a portare Donnelly in Italia

L’interessante editore Mondo Ignoto di Roma ha fatto uscire – primo in assoluto in Italia a portare Donnelly – il volume Platone, l’Atlantide e il Diluvio, che è la traduzione di Atlantis – The Antediluvian World del 1882, a firma di Ignatius Donnelly. Un raggio di luce nelle tenebre.

Grandiosa la versione di Luigi Cozzi. Solo chi ha letto l’opera originale in inglese può veramente rendersi conto della difficoltà dell’impresa. Come si suol dire, “meglio tardi che mai”. La prima edizione reca scritto ottobre 2005 ma i volumi hanno cominciato a circolare già a maggio dello stesso anno.


Lo “scambio di personalità” in Doctor Huguet

Anche Doctor Huguet (Chicago, F. J. Schulte & Co., 1891) apparso l’anno prima di The Golden Bottle, è un romanzo utopistico dalle interessanti implicazioni.

Lo scambio di personalità fra due protagonisti (in genere tipi opposti) come espediente narrativo diverrà un classico, e sarà ripreso più volte nel secolo successivo sia in letteratura che nel cinema.

La critica fu assai sfavorevole e anche se nel 1899 Donnelly si vanterà di essere arrivato alla quinta edizione, alcuni suoi biografi sono dell’idea che il numero debba essere stato più basso. È certo però che le edizioni furono almeno tre.

Donnelly usa la formula dello pseudonimo, Edmund Boisgilbert, lo stesso di Caesar’s Column, ma sia nella copertina che nel frontespizio appare il suo nome per esteso, così che non ci possano essere dubbi sull’identità dell’autore. Pierangelo Castagneto nota la somiglianza di questo pseudonimo al nome dello studioso di economia francese Pierre Le Pesant de Boisguilbert (1646-1714), precursore dei fisiocrati.

Dei tre romanzi utopistici di Donnelly, solo Caesar’s Column ebbe un certo successo editoriale, con 60.000 copie vendute solamente nell’anno di uscita, il 1890, e traduzioni in vari paesi.

Donnelly lo scrisse in meno di cinque mesi e lo sottopose subito ad Harper & Brothers di New York, con il quale aveva già pubblicato Atlantis, ma questi lo rifiutò. Così come lo rifiutarono, uno dopo l’altro, Scribner’s, Houghton Mifflin, Appleton e A.C. McClurg, che anzi lo videro come un incitamento alla rivoluzione.

Donnelly però conobbe un nuovo editore, appena trasferitosi a Chicago, Francis J. Schulte, che invece si dimostrò entusiasta del lavoro, ne comprese la portata e lo fece uscire nell’aprile del 1890, suggerendo comunque di usare uno pseudonimo, che poi fu Edmund Boisgilbert. Le duemila copie della prima tiratura si esaurirono in un lampo e fu subito ristampato. In autunno il libro fece la sua uscita anche in Europa, per conto di Sampson Low, Marston & Co. di Londra.


Shakespeare non ha scritto i suoi sonetti

Della passione di Ignatius Donnelly per Bacone (e dell’antipatia per Shakespeare) non si può davvero tacere. Il faticoso frutto dei suoi tentativi lo possiamo leggere in due degli otto libri scritti in vita dal politico del Minnesota, dove egli cerca di dimostrare che i celebri sonetti di Shakespeare sarebbero in realtà da attribuire a Bacone.

Si tratta di The Great Cryptogram (“Il grande criptogramma”) (Chicago, R. S. Peale & Co., 1888) e di The Cipher in the Plays, and on the Tombstone (“Il codice nelle commedie e sulla lapide”) (Minneapolis, The Verulam Publishing Co., 1899).

In estrema sintesi, Donnelly sostiene che i sonetti normalmente attribuiti a Shakespeare sarebbero stati scritti in cifra, quindi con l’uso di un codice matematico, e che lui avrebbe decrittato a forza di tentativi.

Sostiene, per esempio, che si possono ottenere risultati molto interessanti adoperando chiavi quali “Francis”, “William”, “Shake” e “Speare”.

Dal dicembre del 1883, infatti, si era andata spargendo la voce che un politico e scrittore del Minnesota, Donnelly appunto, aveva scoperto un codice matematico che permetteva di portare alla luce significati nascosti nelle opere di Shakespeare. A seguito di questo affermazioni Donnelly balzò momentaneamente all’attenzione dei media del tempo. Fu oggetto di molte indagini da parte degli inviati del Washington Post, del Telegraph, dello Strand Journal e del New York Sunday World, ma la sua posizione fu più che altro criticata e l’argomento sminuito e trattato come un fatto di costume e di curiosità letteraria.

Il suo lavoro principale sul tema, The Great Cryptogram, incontrò una fiera opposizione, soprattutto in Inghilterra, cosa del resto facilmente pronosticabile. L’opera in questione è monumentale, con quasi mille pagine, e non è facile oramai rinvenirne copie in perfetto stato, dato che molte di esse tendono a sfasciarsi o a presentare tracce d’uso sempre più marcate. All’interno appare anche una bella tavola fuori testo a colori con un esempio delle elucubrazioni di Donnelly.

Materiale senz’altro interessante per uno psichiatra, direbbe qualcuno. Difatti, venire a capo dei ragionamenti di Donnelly è veramente impresa ardua e non ritengo che siano in gran numero quegli studiosi – anche restringendo il campo ai suoi connazionali – con le idee chiare circa il metodo escogitato dall’estroverso scrittore americano.

C’è un raro opuscolo, Did Bacon Write Shakespeare? A Reply to Ignatius Donnelly (“Fu Bacone a scrivere Shakespeare? Risposta a Ignatius Donnelly”) (London, Simpkin, Marshall, & Co., 1888) di Charles C. Cattell, diffuso lo stesso anno del Grande Crittogramma e al quale replica polemicamente. È un libricino in formato sedicesimo di appena 32 pagine e fu posto in vendita per sei pence dell’epoca.


L’ultimo atto di un’ossessione

“Nel marzo del 1899 – scrive Martin Ridge nel suo ottimo Ignatius Donnelly. Portrait of a Politician (“Donnelly: ritratto di un politico”) (Chicago, The Chicago University Press, 1962) – Donnelly decise di pubblicare privatamente l’ultimo atto della controversia Bacone-Shakespeare, The Cipher in the Plays, and On the Tombstone”.

Aveva provato a cercare un editore, trovandosi però di fronte una ferma opposizione. Le sue nuove argomentazioni, ultima quella che Francis Bacone fosse non solo l’autore dei sonetti di Shakespeare ma

anche delle opere attribuite a Marlowe e Cervantes, aveva francamente superato la soglia di sopportazione del pubblico e nessun editore ne voleva sapere.

Forse Donnelly, giunto al punto che gli editori neanche lo ricevevano, avrebbe finito con il seppellire il suo libro, nonostante ci avesse lavorato per otto anni, se non fosse che ormai ne aveva praticamente reso pubblico il contenuto parlandone ripetutamente a dibattiti e conferenze ed era moralmente obbligato a farlo uscire.

Quest’opera fu assai contrastata, tra l’altro fu l’ultimo suo sforzo; ha una rarissima sopraccoperta muta dell’epoca. In effetti le prime sopraccoperte erano proprio così, senza dati editoriali; nascevano unicamente, come suggerisce il nome stesso (dust jacket o dust wrapper), per preservare i libri dalla polvere.

A quest’ultimo libro avrebbe dovuto farne seguito un altro, nelle intenzioni, dal titolo di Ben Jonson’s Cipher ma Waldorf Astor, che già si era dovuto accollare le spese di stampa e diffusione del The Cipher, come Verulam Publishing, rifiutò alla fine il nuovo incarico e il libro non vide mai la luce.

Donnelly dopo pochi mesi morì e non risulta che il suo lavoro sia mai stato continuato da altri. Tutte le sue carte giacciono ancora in qualche anonimo scatolone, aspettando chi le faccia rivivere.

E se qualcuno ci avesse già pensato? Una scrittrice come Virginia M. Fellows porta avanti la mania di Donnelly per i codici, e con il suo The Shakespeare Code (“Il codice di Shakespeare”) (Snow Mountain Press, 2006) ha creato qualche anno fa un caso controverso.


Rarità assolute e inavvicinabili

Alcuni libri di Ignatius Donnelly sono estremamente rari e praticamente sconosciuti alle maggiori bibliografie. È il caso di The sonnets of Shakespeare: an essay (“I sonetti di Shakespeare: un saggio”) (Saint Paul, Geo. W. Moore, 1859). Pare che prima di questo lavoro il politico del Minnesota, padre di Atlantide, avesse dato alle stampe solamente una poesia e un paio di opuscoli di propaganda politica, usciti poco dopo il 1850. Tutto materiale o introvabile o iper-valutato dai librai. Provate a chiedere alla Rulon-Miller Books, una libreria di Saint Paul, Minnesota.

La stessa libreria detiene gli altrettanto rari Contested election case of Ignatius Donnelly versus William D. Washburn (Saint Paul, West Publishing, 1879) e Report of the Pine Land Investigating Committee to the Governor of Minnesota (Saint Paul, Pioneer Press Co., 1895).

Sempre su Donnelly vorrei aggiungere che il misterioso libro The Last War (“L’ultima guerra”), nominalmente attribuito a Samuel W. Odell (Chicago, Charles H. Kerr, 1898), potrebbe in realtà essere opera del politico del Minnesota (ma non ci sono prove e prendetela solo a livello speculativo). Ne ho trovato riferimento in un fantomatico ritaglio di giornale di inizio novecento (testata non rintracciabile) che era contenuto in veste di segnalibro in una edizione di Atlantis di Donnelly.

Nel ritaglio, un lettore, tale M. P. Smith, scrive alla rubrica Answers by the Editor e chiede al direttore del giornale notizie di questo libro e del suo autore. Il direttore risponde dicendo che l’opera “fu pubblicata alcuni anni fa ma che al momento è fuori catalogo”.

Il libro di Odell si è dimostrato a lungo impossibile da rintracciare. Si sapeva solo che era un romanzo d’utopia con il seguente sottotitolo: The triumph of the English tongue. A story of the twenty-sixth century, compiled from the official notes of Newman, reporter to the President of the United States (“Il successo della lingua inglese. Una storia del XXVI secolo, trascritta dalle note ufficiali di Newman, corrispondente del presidente degli Stati Uniti”).



 


Nessun commento:

Posta un commento