lunedì 3 agosto 2026

“SPIRITISMO?”: LE RICERCHE DI LUIGI CAPUANA SUL PARANORMALE

tratto da L'Opinione dell'11 dicembre 2022

di Fabrizio Federici



Simona Cigliana, docente di Critica militante presso il dipartimento di Italianistica dell’Università “La Sapienza”, e di Sociologia della Letteratura e dell’Arte presso l’Università del Molise, autrice di vari studi sulla letteratura del secondo Ottocento e primo Novecento, aveva già analizzato gli insospettati rapporti tra due movimenti, se non nemici, dichiaratamente avversari come futurismo e positivismo: vedi, ad esempio, l’inedita amicizia tra Filippo Tommaso Marinetti e Luigi Capuana. Ed è proprio da quest’ultimo che riparte la Cigliana: ora curatrice, per il marchio editoriale Il Palindromo, di una ristampa, con forte apparato bibliografico, del saggio di Capuana “Spiritismo?”, pubblicato nel 1884 con l’editore Giannotta di Catania (Armaleo Srl, Palermo, 2022, 23 euro).

Quando Capuana pubblica questo libro, siamo in pieno positivismo: e proprio lo scrittore di Mineo, insieme al conterraneo Giovanni Verga, sta imponendosi come uno dei massimi esponenti, in Italia, del verismo, cioè di quel filone, nato soprattutto in Francia, che è la massima espressione in letteratura del positivismo. Ma quegli stessi anni sono anche quelli dell’esplodere – tra America e Europa – della passione per occultismo, esoterismo (quest’ultimo, in realtà mai tramontato), spiritismo: praticati negli ambienti più vari e analizzati anche da scienziati più che seri (come, ad esempio, Cesare Lombroso, coi suoi studi sulla medium napoletana Eusapia Paladino). Sperimentazioni che, però, non arrivano, prima ancora che a una spiegazione esauriente dei loro oggetti di studio, neanche a una definizione esaustiva di sé stesse. Come del resto in parte accade anche oggi, dopo che su questi terreni (con buona pace dei “neo-inquisitori” del Cicap) son stati fatti obiettivi progressi.

Ma di cosa parla quest’opera di Capuana, pazientemente scandagliata dalla Cigliana? Lo scrittore di Mineo, diversamente da altri frettolosi appassionati di queste sperimentazioni, che arrivano a viverle come una nuova religione, si mantiene – lui che a quell’epoca non è credente – sempre nel solco di una doverosa, scientifica, cautela. Tuttavia, di fronte ai detrattori per partito preso, protesta “un’invincibile diffidenza contro certi sdegnosi responsi” della “scienza ufficiale” (pag. 74 di questa ristampa dell’opera), e lamenta, semmai, i limiti obiettivi delle conoscenze e dei mezzi d’indagine disponibili in quel momento storico: confidando nei futuri progressi che dovrebbero sciogliere gli enigmi dell’oggi.

In “Spiritismo?”, con piglio narrativo, spesso anche ironico, Luigi Capuana racconta le sue ricerche nel campo del paranormale: nel contesto soprattutto del rapporto che nel 1864 – quando venticinquenne giunge a Firenze per farsi strada nell’ambiente della città, prossima capitale temporanea del Regno – avvia con la diciottenne Beppina Poggi, figlia dei proprietari della pensione dove alloggia. La ragazza, una volta da lui indotta con l’ipnosi a uno stato di sonnambulismo, mostra “quasi subito facoltà di sonnambula... eccezionali”, incredibilmente “docili e sottomesse” (pagine 86-87). Che Capuana, dopo qualche incertezza, decide di usare per le sue sperimentazioni paranormali. Sperimentazioni di cui poi si pentirà: confessando molti anni dopo, appunto in “Spiritismo?”, che tali esperimenti ebbero, all’epoca, “un funestissimo risultato”.

È chiaramente impossibile, pur alla luce dei progressi fatti da allora, dalla “ricerca psichica” (o meglio, per usare il termine più moderno, parapsicologia), stabilire se le presunte rievocazioni di personaggi addirittura come Ugo Foscolo e Jacopone da Todi fatte da Capuana grazie alla Beppina furono mere proiezioni della mente della ragazza, in quei momenti non libera, o, invece, aperture almeno parziali di “finestre” spazio-temporali sul passato.

Ciò che è più rilevante, in questa ristampa di “Spiritismo?”, e che rappresenta, diremmo, il maggior pregio della ricerca di Simona Cigliana, è il suo contributo a una miglior comprensione di quell’epoca che fu per certi versi straordinaria. In cui s’intrecciarono, incredibilmente, scientismo estremista e amore per l’occulto, scetticismo positivista verso il sovrannaturale in genere e ricerca d’una nuova religione, letteratura e sociologia iperveriste e suggestioni mistico-esoteriche.

mercoledì 8 luglio 2026

Il codice segreto di Roma

Postiamo uno dei tanti video dell'amico Roberto La Paglia, al cui canale consigliamo di iscrivervi. 
La descrizione dal canale:

"I Libri Sibillini erano davvero profezie… o uno strumento segreto di potere nell’antica Roma?
Scopri il mistero che ha guidato le decisioni dell’Impero.
I Libri Sibillini rappresentano uno dei più grandi misteri dell’antica Roma. Custoditi nel Tempio di Giove Capitolino e consultati solo nei momenti più critici della storia, questi testi sacri influenzavano decisioni politiche, guerre e strategie dell’Impero.
Ma cosa contenevano davvero? Erano autentiche profezie… oppure un sofisticato strumento di controllo utilizzato dal potere romano?
In questa puntata di Frontiere Proibite analizziamo il mistero dei Libri Sibillini con un approccio storico, scientifico e archeologico, distinguendo tra fatti documentati e ipotesi.
Una puntata tra storia e mistero, basata su fonti antiche e interpretazioni moderne.
Erano davvero profezie divine… o il primo sistema di controllo della storia?"
 



 

domenica 28 giugno 2026

Stregoneria popolare nel Béarn

in collaborazione con l'autore Michele Leone

tratto da: https://micheleleone.it/hilarion-barthety-stregoneria-popolare-nel-bearn-ottocentesco/


Hilarion Barthety, il magistrato che ascoltava

Pau, autunno 1873. Un notaio di trentadue anni, originario di Lescar e in carica nel cantone di Garlin sui contrafforti pirenaici, ha appena ricevuto la doppia nomina di sindaco del proprio comune e di supplente del giudice di pace cantonale; le sue giornate si svolgono fra registri parrocchiali, contestazioni rurali, dispute di confine. È seduto in municipio o nell’ufficio di un giudice di paese, fra una pratica e l’altra, che il giovane Hilarion Barthety raccoglie le formule guascone e i gesti rituali di cui i contadini del Vic-Bilh gli parlano con riluttanza e diffidenza, talvolta con orgoglio. L’anno seguente, sul Bulletin de la Société des Sciences, Lettres et Arts de Pau, esce il piccolo trattato che ne deriva: Pratiques de sorcellerie ou superstitions populaires du Béarn(1). Lexicon Symbolorum ne pubblica oggi, a centocinquant’anni di distanza, la prima versione italiana.

Un’etnografia involontaria

L’opera non nasce come ricerca etnografica condotta a tavolino, ma come sottoprodotto di una funzione pubblica: appunti di un magistrato che ascolta. Da questa origine derivano, insieme, i pregi e i limiti del trattatello. Il pregio è la freschezza della testimonianza diretta, la conservazione delle filastrocche bearnesi con la loro patina rituale intatta, la registrazione di pratiche — il cindre, il pruzerou, l’ospitalità apotropaica al Trufandèc — che senza Barthety sarebbero probabilmente perdute; il limite è il filtro inevitabile del notabile borghese, illuminista provinciale di scuola positivista, che dialoga con i propri informatori dall’alto del proprio scranno e considera la materia raccolta come «errori grossolani, sempre deplorevoli e spesso funesti», destinati per buona sorte a sparire sotto l’avanzata dell’istruzione pubblica. Quando confessa, nelle pagine introduttive, che gli esemplari del Petit Albert incontrati nelle case rurali sono stati «sui suoi consigli, gettati al fuoco», l’autore non si accorge di operare a propria volta come un agente attivo del disboscamento culturale che qualche riga sopra si era limitato a constatare: il grimorio contadino, di cui ho scritto altrove(2), finisce nel camino, mentre il taccuino del notaio — non senza una certa ironia della sorte — sopravvive.

Il libretto si inserisce in un momento preciso della storiografia bearnese. Nel 1873 Paul Raymond aveva pubblicato i suoi Mœurs béarnaises, tratti dai protocolli notarili dei Bassi Pirenei dei secoli XIV-XVI; nel 1875, l’anno immediatamente successivo a quello di Barthety, Vastin Lespy darà alle stampe Les sorcières dans le Béarn (1393-1672), ricostruite dai processi inquisitoriali superstiti. Tre titoli pubblicati a Pau, dallo stesso milieu erudito raccolto attorno alla Société des Sciences, in tre anni: Raymond fornisce la cornice giuridica e di costume; Lespy il materiale archivistico delle persecuzioni storiche; Barthety il vivere quotidiano della superstizione ancora attiva. Il volume del 1874 è dunque il versante etnografico di un dittico storiografico più ampio, e va letto in quella triangolazione, non isolatamente.

La traduzione italiana integrale di Pratiche di stregoneria o superstizioni popolari del Béarn, con apparato bearnese-italiano e nota introduttiva critica, è disponibile per i mecenati di Lexicon Symbolorum su Patreon — dispensa n. 2605.


Il caso Trufandèc

Fra le pratiche raccolte una in particolare si presta a una lettura simbolica densa. Trufandèc, parola bearnese che significa beffardo, designava lo spirito folletto al quale altrove si dava il nome di Farfadet: un demone familiare che, secondo l’opinione corrente, non era propriamente cattivo, ma amava divertirsi alle spalle delle donne di casa. Il caso paradigmatico riguarda la massaia rurale che, il venerdì sera, doveva impastare il pane settimanale durante la notte e cuocerlo all’alba nel forno comune: il rischio era che il sonno la sorprendesse oltre l’ora; che un sogno la facesse alzare in anticipo, sciupando la lievitazione; che — peggio — Trufandèc imitasse la voce del garzone del fornaio, Paa-Coque, e la inducesse a impastare prima del tempo. Per evitarlo la donna aggiungeva alla preghiera della sera una formula in cui chiedeva a Dio di lasciarsi svegliare solo dalla voce vera del garzone, e a Trufandèc di andare a fracassarsi il naso sulla porta; al risveglio, prima di iniziare il lavoro, tracciava una croce sulla farina e ricordava al folletto di averlo riconosciuto.

Ciò che colpisce non è la formula in sé, ma la sua doppia stratificazione. L’invocazione del nome di Dio viene incastonata sopra una struttura che cristiana non è: Trufandèc non è un diavolo; è un esserino domestico imparentato con il Goblin anglosassone, con lo Heinzelmännchen tedesco, con il Farfadet provenzale. La cristianizzazione lo neutralizza senza espellerlo; Barthety stesso, in fondo al capitolo, scrive che la pratica «è completamente scomparsa», ma osserva, nello stesso paragrafo, che la donna che oggi traccia la croce sulla farina prima di impastare «non pensa più ai sortilegi» e intende compiere semplicemente «un atto di pietà». Il magistrato registra il fenomeno, non lo decifra: il gesto è sopravvissuto al referente; il referente è sceso sotto la soglia della consapevolezza, ma il gesto continua. È esattamente il meccanismo di lunga durata che Carlo Ginzburg descriverà un secolo dopo a proposito dei benandanti.

Il cindre e il principio del simile sul simile

Un secondo caso illumina l’altra logica portante della stregoneria popolare bearnese. Cindre, in guascone, è il nome locale dell’herpes zoster, l’infiammazione cutanea che disegna semicerchi attorno al tronco o alle membra. La medicina contemporanea la considera una manifestazione poco temibile; non così il contadino del Vic-Bilh, convinto che, se il cerchio si chiude, il malato muore. La ricetta magica per arrestarlo prevede che, prima del tramonto, qualcuno che abbia già patito la stessa malattia porti il paziente sulla schiena: si compiono nove passi e ci si ferma; l’operatore chiede «Cosa porto io?», il paziente risponde «Il cindre», l’operatore replica «Siccome non ho molto vigore, qui depongo e faccio sparire il cindre». La sequenza si ripete tre volte; il malato chiude con cinque pater e cinque ave.

Sotto la veste folklorica si articolano qui tre dispositivi tecnici della magia popolare europea. Il primo è il principio del similia similibus — il simile agisce sul simile — applicato all’identità di esperienza: solo chi ha avuto il cindre può portarlo via, perché lo riconosce con il proprio corpo(3). Il secondo è il numero nove, tre volte tre: quantificatore rituale che ricorre, nelle stesse pagine, anche nella ricetta del bambino piangente, deposto su un rastrello a nove punte nella lettiera del porcile. Il terzo è la struttura performativa del dialogo: la formula non descrive la deposizione del male, la compie, secondo quella logica dello scongiuro di cui ho discusso in un articolo precedente e che dipende, a sua volta, dalla historiola — il precedente narrativo che fonda l’efficacia del rito(4). Le preghiere finali cristianizzano la sequenza, tuttavia non la sostituiscono: la stratificano. Anche qui, Barthety nota la stratificazione e la commenta con una battuta — «le preghiere accompagnate da superstizioni sono ben lontane dall’essere gradite a Dio» — senza riconoscere di aver appena descritto, in tre righe, una grammatica simbolica vecchia di millenni.

La griglia che permette di leggere

La cornice interpretativa di cui Barthety dispone è il positivismo provinciale: errori grossolani destinati all’estinzione sotto la luce dell’istruzione. La cornice che ci permette oggi di rileggerlo, invece, è quella che il Novecento ha costruito contro il positivismo di cui il notaio era figlio.

Ernesto De Martino, in Sud e magia (Feltrinelli, 1959), ne La terra del rimorso (il Saggiatore, 1961) e già nel Mondo magico (Einaudi, 1948), ha mostrato che pratiche apparentemente identiche a quelle bearnesi — la fattura, la presa, lo scongiuro contro il cattivo tempo di cui ho scritto a proposito di Manduria — rispondono a una funzione antropologica precisa: garantire al soggetto contadino un margine di presenza di fronte a malattie, lutti, carestie, contro l’angoscia di un mondo in cui non poter esserci è la condizione di base. La rugiada che pulisce la scabbia, le sette piante di menta cui si chiede di prendersi la febbre, la mano della gloria che immobilizza il sonno nei racconti italiani(5) non sono errori grossolani: sono dispositivi di protezione esistenziale. Carlo Ginzburg, da I benandanti (Einaudi, 1966) a Storia notturna (Einaudi, 1989), ha insegnato a leggere queste stesse pratiche come strati culturali di lunga durata, in cui agiscono memorie precristiane mai integralmente assorbite dal cristianesimo ufficiale. Trufandèc, in questa luce, smette di essere una curiosità antiquaria e diventa un testimone — periferico, residuale, ma documentato — di quella mitologia europea del piccolo popolo notturno che attraversa, sotto nomi diversi, l’intero continente.

Una postuma, piccola giustizia

Recuperare oggi il trattatello di Barthety non significa cedere al gusto del pittoresco, sfogliare un album di stampe; significa ribaltarne la posizione: trasformare l’agente del disboscamento culturale, che il notaio fu in vita, in fonte primaria di un sapere che la sua stessa generazione voleva cancellare. Il magistrato di Garlin gettava nel fuoco i Petit Albert delle case rurali e, nello stesso momento, raccoglieva sul taccuino la formula del cindre senza accorgersi di una cosa: le due operazioni servivano cause opposte. Centocinquant’anni dopo le formule restano (proprio perché il taccuino è sopravvissuto): i Petit Albert del Vic-Bilh, invece, sono cenere. La piccola, postuma giustizia che Lexicon Symbolorum rende a Barthety con questa traduzione è anche, in fondo, una giustizia che la stregoneria popolare europea rende a se stessa.



NOTE:

1) Hilarion Barthety, Pratiques de sorcellerie ou superstitions populaires du Béarn, Pau, Librairie Léon Ribaut, 1874, estratto del Bulletin de la Société des Sciences, Lettres et Arts de Pau. Versione italiana Pratiche di stregoneria o superstizioni popolari del Béarn, a cura di Lexicon Symbolorum, 2026.

2) Sul ruolo dei grimori nelle case rurali europee, e sul Petit Albert in particolare, rinvio all’articolo Cos’è un grimorio.

3) La stessa logica governa il rito del bambino piangente descritto da Barthety: il neonato, reso piangitore dallo sguardo all’indietro della donna che lo portava al battesimo, viene deposto su un rastrello a nove punte nella lettiera del porcile e invitato a lasciare lì i propri lamenti, in un trasferimento del male per contiguità.
5) Sull’oggetto-feticcio per eccellenza della magia popolare europea, La Mano della Gloria

domenica 3 maggio 2026

“Italia: il meriggio dei maghi” di Giorgio Galli (Tropea 1999): il titolo che non c’è più

in collaborazione con l'autore Simone Berni

tratto da: https://www.cacciatoredilibri.com/italia-il-meriggio-dei-maghi-di-giorgio-galli-tropea-1999-il-titolo-che-non-ce-piu/

Anche un libro di Giorgio Galli fra quelli scomparsi


C’è un libro di Giorgio Galli che, a differenza di tanti altri suoi titoli, sembra essersi volatilizzato dalle rotte del collezionismo: Italia: il meriggio dei maghi, uscito per Marco Tropea Editore nel 1999.Un politologo di prima fila, un editore tutt’altro che marginale, un tema – la dimensione magica ed esoterica della politica italiana – che oggi sarebbe perfetto per talk show e podcast: eppure di questo volume, sul mercato dell’usato, non c’è praticamente traccia.


Un Galli “magico” e laterale

Nelle bibliografie ufficiali, Italia. Il meriggio dei maghi è regolarmente elencato tra i saggi di Galli, in mezzo ai suoi classici studi sul sistema politico italiano. Ma il focus qui è quello che potremmo chiamare il “filone oscuro” dell’autore: l’intreccio tra potere, immaginario magico, società segrete e fascinazioni esoteriche che torna anche in altri suoi interventi, per esempio nelle riflessioni sul cosiddetto “nazismo magico”.

Si tratta dunque di un Galli laterale, quasi di culto, che parla ad un pubblico diverso dal manuale universitario: lettori di storia politica non allineata, appassionati di complotti, cultori delle intersezioni fra politica e occulto. È il genere di saggio che, se esce in tiratura normale e non viene ristampato, ha buone probabilità di scomparire dallo scaffale dei librai e di finire in modo quasi definitivo in quello dei lettori.
 

Tropea, un editore finito troppo presto

Marco Tropea fonda il suo marchio nel 1996, dopo aver attraversato Mondadori e l’avventura di Interno Giallo; costruisce un catalogo di narrativa e saggistica moderna, con nomi anche forti ma numeri ovviamente inferiori ai colossi.

La casa editrice resta attiva fino al 2014 circa: da quel momento non ci sono più novità, e i titoli esistenti – come accade quasi sempre – scivolano fuori catalogo, con magazzini smaltiti, rese, stock, remainder e quel classico “rumore di fondo” che disperde le copie. Nelle cronache che hanno ricordato Tropea dopo la sua morte non c’è traccia di scandali legati a Italia: il meriggio dei maghi, né di contenziosi o ritiri mirati.
Il libro è semplicemente uno dei tanti della saggistica Tropea di fine anni Novanta: pubblicato, distribuito, probabilmente recensito in maniera circoscritta, e poi lasciato al suo destino di titolo di catalogo minore.
 

Introvabile o ritirato? Le prove e i vuoti

Oggi il titolo è presente in pochissime biblioteche aderenti all’OPAC SBN, segno di una diffusione istituzionale limitata; non compare in vendita sulle principali piattaforme librarie generaliste, e il collezionista che lo cerca deve rassegnarsi a schermate vuote. Questa scarsità, però, non va confusa automaticamente con un ritiro: nessuna fonte pubblica parla di cause, sequestri o azioni giudiziarie contro il libro, e lo stesso Galli non lo ha mai rinnegato nelle sue bibliografie.

La copertina stessa del libro viene in questo articolo proposta per la prima volta sul web. Non ce n’era traccia da nessuna parte.



Probabilmente è successo qualcosa di molto meno romanzesco e molto più tipico: tiratura non grande, interesse di nicchia, mancanza di ristampe, editore oggi cessato, e un contenuto abbastanza particolare da far sì che chi l’ha comprato lo tenga stretto. È il classico caso di “rarità silenziosa”: nessun mito, nessuno scandalo, solo la combinazione di fattori che svuota il mercato e riempie le biblioteche private.
 

Interesse collezionistico: perché è un pezzo da cacciare

Dal punto di vista del collezionista, Italia: il meriggio dei maghi ha diversi elementi interessanti: a) È un tassello essenziale nella produzione “eretica” di Galli, quello che guarda all’esoterismo politico anziché alla politologia pura. b) Porta il marchio di un editore oggi chiuso, Marco Tropea, la cui produzione anni Novanta–Duemila sta lentamente spostandosi dal semplice “usato” alla fascia dei piccoli cult editoriali. c) La scarsità di copie circolanti non dipende da moda effimera, ma da una struttura di fondo: pochi esemplari effettivamente sul mercato e una domanda crescente da parte di chi oggi riscopre l’asse politica–magia–complottismo.

Se il nome di Galli continuerà a essere citato come riferimento per la lettura “ombra” della storia italiana, il titolo Tropea del 1999 può diventare il suo libro più difficile da trovare in assoluto, almeno sul versante esoterico.


Quanto può valere?

Qui bisogna essere chiari: il mercato non dà quasi nessun dato concreto. L’assenza di copie in vendita su siti generalisti e piattaforme di libreria online impedisce di costruire una fascia di prezzo basata su transazioni reali; siamo nel campo delle stime ragionate, non delle quotazioni.

Se una copia in buone condizioni (copertina integra, nessuna sottolineatura pesante) comparisse oggi su un canale aperto (eBay, Subito, Vinted, marketplace vari), il suo posizionamento naturale, guardando a casi analoghi di saggi politico-esoterici di autore noto ma fuori catalogo, potrebbe collocarsi su questi livelli: a) base prudente 40–60 euro: prezzo da venditore che non ha colto la rarità o vuole fare cassa veloce; b) fascia realistica 80–150 euro: prezzo coerente con l’accoppiata “Galli + editore cessato + argomento di culto + scarsità di offerta”; c) picchi possibili oltre i 200 euro se si innesca una mini–bolla tra collezionisti di Galli, di Tropea o di saggistica esoterico-politica, specie se la copia è firmata o proviene da una biblioteca privata di rilievo.

Sono valori ipotetici, costruiti per analogia con altri casi di saggi rari e senza serie storica di aggiudicazioni note; vanno quindi presi come scenario di lavoro del cacciatore, non come listino consolidato.

 
Consigli pratici per il cacciatore di “maghi”

Per chi volesse mettersi sulle tracce di Italia: il meriggio dei maghi, la strategia non può essere quella del mero refresh dei siti di compravendita: a) Controllare cataloghi di vecchie librerie di politica, studi storici e saggistica “di frontiera”, soprattutto nelle grandi città universitarie; b) Monitorare bancarelle universitarie, stock di librerie che hanno trattato Tropea negli anni Novanta-Duemila, e i lotti misti di saggistica in asta; c) Tenere d’occhio biblioteche dismettitrici locali (scarti di magazzino), e valutare – quando possibile – fotocopie o digitalizzazioni autorizzate a fini di studio, vista la scarsità dell’originale sul mercato.

Se e quando emergerà la prima copia “visibile” e tracciabile, sarà utile annotare prezzo, stato di conservazione e velocità di vendita: saranno i primi, veri dati per trasformare l’ipotesi in quotazione. Nel frattempo, il libro di Giorgio Galli resta uno dei casi più intriganti di scomparsa silenziosa nella bibliografia dell’autore: un titolo che esiste, documentato, ma che nessuno – per ora – sembra voler mettere in vendita.

giovedì 16 aprile 2026

Crowley, la Bestia che scatenò la magia nera contro Yeats

tratto da "Il Giornale" del 3 agosto 2025

Esoterista, scalatore, narratore, spia degli inglesi, scrittore gotico e soprannaturale. O era un cialtrone?

di Alessandro Gnocchi


Aleister Crowley (1875-1947), anche noto con lo pseudonimo di Bestia 666, ha avuto molte vite da esibire. Innanzi tutto è il più famoso occultista di tutti tempi, l'unico forse a essere stato inghiottito e digerito dalla cultura di massa. Crowley figura sulla copertina di Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band, il capolavoro dei Beatles; Ozzy Osbourne, scomparso di recente, gli ha dedicato uno dei suoi maggiori successi, Mr Crowley. Jimmy Page, chitarrista dei Led Zeppelin ne comprò il maniero affacciato sul lago Loch Ness. In letteratura, ha lasciato un segno in Ferdinando Pessoa, William Somerset Maugham e soprattutto, come vedremo, William Butler Yeats. Crowley passò parte della sua vita a Cefalù, località dove istituì l'Abbazia di Thelema. Lo stile di vita, fondato su droga e sesso, scandalizzò la popolazione locale. La morte, forse per overdose, di un ragazzo fu la proverbiale goccia che fece traboccare il vaso. Intervenne perfino Benito Mussolini. Crowley nel 1923 fu espulso. Ne rimase il ricordo. Molti anni dopo, Vincenzo Consolo prese spunto da quelle lontane vicende per scrivere il suo romanzo Nottetempo, casa per casa (Mondadori, 1992).

Crowley però è stato anche altro. Alpinista di valore, partecipò a una spedizione sul K2. Non raggiunse la vetta ma contribuì a tracciare un itinerario tra le rocce. Nella Seconda guerra mondiale, grazie alle sue entrature nel "nazismo magico", fece forse la spia del governo inglese in Germania. In particolare, secondo alcune biografie, avrebbe partecipato alle operazioni che portarono alla cattura di Rudolf Hess.

Nell'Abbazia di Thelema si praticava una forma di magia e di occultismo fondata su una sola regola: "Fai ciò che vuoi sarà tutta la legge, Amore è la legge, amore sotto la volontà". Questa "legge" non è propriamente un invito al nichilismo, anche se molti l'hanno intesa in questo modo. Il satanismo c'entra poco: il diavolo, di volta in volta, è l'incarnazione della nostra parte non solo e non sempre malvagia ma anche trasgressiva o pagana o assolutamente libera. Nella magia di Crowley il sesso ha una posizione preminente perché potenzia le facoltà dell'occultista. Resta da chiarire cosa si intende per magia. Non c'entrano i conigli nel cilindro e nemmeno le pozioni per riacquistare la virilità. La magia è un metodo per piegare il mondo alla nostra volontà.

Crowley fu anche uno scrittore prolifico. Lasciamo da parte gli scritti legati all'occultismo come il famoso Magick, manuale di magia sessuale di successo intramontabile, nonostante sia inaspettatamente noioso. Crowley coltivava anche ambizioni letterarie, non del tutto mal riposte. Nel 1898, la raccolta di liriche Macchie bianche fu l'esordio letterario di Aleister Crowley. Le Macchie bianche alludevano al liquido seminale. Fu uno scandalo. Il libro venne ritirato.

Crowley proseguì con opere gotiche, ispirate all'immaginario dell'esoterismo ma anche alla letteratura gotica. Tornano in libreria I racconti della bestia (Alcatraz, pagg. 172, euro 16; traduzione di Gianluca Venditti e Jacopo Corazza; in libreria dal 22 agosto). Il volume è introdotto da una leggenda dell'heavy metal, Steve Sylvester, cantante e fondatore dei Death SS. Band italiana che si è fatta giustizia all'estero.

Nei racconti c'è del buono e del meno buono. Qualche sghiribizzo esoterico, qualche racconto nero, qualche perfetta fusione dei due aspetti. In Al bivio, dietro la storia di due maghi impegnati a distruggersi reciprocamente attraverso donne fatali, Crowley racconta, senza troppi filtri, la sua rivalità con il grande poeta irlandese William Butler Yeats. Entrambi facevano parte di una setta molto influente, la Golden Dawn. Yeats voleva impedire a tutti i costi l'ascesa di Crowley ai gradi più alti del tempio. Il poeta ne uscì sconfitto, anche in seguito ad alcune esperienze esoteriche (visioni) sconvolgenti. Quest'aspetto di Yeats, in realtà decisivo per capirne i versi, non è noto a tutti. Eppure l'editore Adelphi si è premurato di stampare tanti testi esoterici di Yeats. Crowley fu poi la rovina della Golden Dawn e si affiliò a un'altra setta, l'Ordo Templi Orientis, ancora esistente in tutto il mondo.

Il furto della signora Horniman è quasi un giallo tradizionale. Il cacciatore di anime invade il territorio di Mary Shelley e del suo Frankenstein. La violinista riesce forse a fondere tutto quanto in un perturbante racconto gotico, pieno di dettagli esoterici e segnato da un romanticismo decadente.

Crowley vendeva i racconti alle riviste.

Per lui erano una fonte di guadagno tutto sommato poco impegnativa. Nel frattempo, scriveva opere impegnative come Il libro della legge, realizzato sotto dettatura del demone Aiwass in una stanza della Cairo degli antichi dei.