in collaborazione con l'autore Michele Leone
tratto da: https://micheleleone.it/hilarion-barthety-stregoneria-popolare-nel-bearn-ottocentesco/
Pau, autunno 1873. Un notaio di trentadue anni, originario di Lescar e in carica nel cantone di Garlin sui contrafforti pirenaici, ha appena ricevuto la doppia nomina di sindaco del proprio comune e di supplente del giudice di pace cantonale; le sue giornate si svolgono fra registri parrocchiali, contestazioni rurali, dispute di confine. È seduto in municipio o nell’ufficio di un giudice di paese, fra una pratica e l’altra, che il giovane Hilarion Barthety raccoglie le formule guascone e i gesti rituali di cui i contadini del Vic-Bilh gli parlano con riluttanza e diffidenza, talvolta con orgoglio. L’anno seguente, sul Bulletin de la Société des Sciences, Lettres et Arts de Pau, esce il piccolo trattato che ne deriva: Pratiques de sorcellerie ou superstitions populaires du Béarn(1). Lexicon Symbolorum ne pubblica oggi, a centocinquant’anni di distanza, la prima versione italiana.
Un’etnografia involontaria
L’opera non nasce come ricerca etnografica condotta a tavolino, ma come sottoprodotto di una funzione pubblica: appunti di un magistrato che ascolta. Da questa origine derivano, insieme, i pregi e i limiti del trattatello. Il pregio è la freschezza della testimonianza diretta, la conservazione delle filastrocche bearnesi con la loro patina rituale intatta, la registrazione di pratiche — il cindre, il pruzerou, l’ospitalità apotropaica al Trufandèc — che senza Barthety sarebbero probabilmente perdute; il limite è il filtro inevitabile del notabile borghese, illuminista provinciale di scuola positivista, che dialoga con i propri informatori dall’alto del proprio scranno e considera la materia raccolta come «errori grossolani, sempre deplorevoli e spesso funesti», destinati per buona sorte a sparire sotto l’avanzata dell’istruzione pubblica. Quando confessa, nelle pagine introduttive, che gli esemplari del Petit Albert incontrati nelle case rurali sono stati «sui suoi consigli, gettati al fuoco», l’autore non si accorge di operare a propria volta come un agente attivo del disboscamento culturale che qualche riga sopra si era limitato a constatare: il grimorio contadino, di cui ho scritto altrove(2), finisce nel camino, mentre il taccuino del notaio — non senza una certa ironia della sorte — sopravvive.
Il libretto si inserisce in un momento preciso della storiografia bearnese. Nel 1873 Paul Raymond aveva pubblicato i suoi Mœurs béarnaises, tratti dai protocolli notarili dei Bassi Pirenei dei secoli XIV-XVI; nel 1875, l’anno immediatamente successivo a quello di Barthety, Vastin Lespy darà alle stampe Les sorcières dans le Béarn (1393-1672), ricostruite dai processi inquisitoriali superstiti. Tre titoli pubblicati a Pau, dallo stesso milieu erudito raccolto attorno alla Société des Sciences, in tre anni: Raymond fornisce la cornice giuridica e di costume; Lespy il materiale archivistico delle persecuzioni storiche; Barthety il vivere quotidiano della superstizione ancora attiva. Il volume del 1874 è dunque il versante etnografico di un dittico storiografico più ampio, e va letto in quella triangolazione, non isolatamente.
La traduzione italiana integrale di Pratiche di stregoneria o superstizioni popolari del Béarn, con apparato bearnese-italiano e nota introduttiva critica, è disponibile per i mecenati di Lexicon Symbolorum su Patreon — dispensa n. 2605.
Fra le pratiche raccolte una in particolare si presta a una lettura simbolica densa. Trufandèc, parola bearnese che significa beffardo, designava lo spirito folletto al quale altrove si dava il nome di Farfadet: un demone familiare che, secondo l’opinione corrente, non era propriamente cattivo, ma amava divertirsi alle spalle delle donne di casa. Il caso paradigmatico riguarda la massaia rurale che, il venerdì sera, doveva impastare il pane settimanale durante la notte e cuocerlo all’alba nel forno comune: il rischio era che il sonno la sorprendesse oltre l’ora; che un sogno la facesse alzare in anticipo, sciupando la lievitazione; che — peggio — Trufandèc imitasse la voce del garzone del fornaio, Paa-Coque, e la inducesse a impastare prima del tempo. Per evitarlo la donna aggiungeva alla preghiera della sera una formula in cui chiedeva a Dio di lasciarsi svegliare solo dalla voce vera del garzone, e a Trufandèc di andare a fracassarsi il naso sulla porta; al risveglio, prima di iniziare il lavoro, tracciava una croce sulla farina e ricordava al folletto di averlo riconosciuto.
Ciò che colpisce non è la formula in sé, ma la sua doppia stratificazione. L’invocazione del nome di Dio viene incastonata sopra una struttura che cristiana non è: Trufandèc non è un diavolo; è un esserino domestico imparentato con il Goblin anglosassone, con lo Heinzelmännchen tedesco, con il Farfadet provenzale. La cristianizzazione lo neutralizza senza espellerlo; Barthety stesso, in fondo al capitolo, scrive che la pratica «è completamente scomparsa», ma osserva, nello stesso paragrafo, che la donna che oggi traccia la croce sulla farina prima di impastare «non pensa più ai sortilegi» e intende compiere semplicemente «un atto di pietà». Il magistrato registra il fenomeno, non lo decifra: il gesto è sopravvissuto al referente; il referente è sceso sotto la soglia della consapevolezza, ma il gesto continua. È esattamente il meccanismo di lunga durata che Carlo Ginzburg descriverà un secolo dopo a proposito dei benandanti.
Il cindre e il principio del simile sul simile
Un secondo caso illumina l’altra logica portante della stregoneria popolare bearnese. Cindre, in guascone, è il nome locale dell’herpes zoster, l’infiammazione cutanea che disegna semicerchi attorno al tronco o alle membra. La medicina contemporanea la considera una manifestazione poco temibile; non così il contadino del Vic-Bilh, convinto che, se il cerchio si chiude, il malato muore. La ricetta magica per arrestarlo prevede che, prima del tramonto, qualcuno che abbia già patito la stessa malattia porti il paziente sulla schiena: si compiono nove passi e ci si ferma; l’operatore chiede «Cosa porto io?», il paziente risponde «Il cindre», l’operatore replica «Siccome non ho molto vigore, qui depongo e faccio sparire il cindre». La sequenza si ripete tre volte; il malato chiude con cinque pater e cinque ave.
Sotto la veste folklorica si articolano qui tre dispositivi tecnici della magia popolare europea. Il primo è il principio del similia similibus — il simile agisce sul simile — applicato all’identità di esperienza: solo chi ha avuto il cindre può portarlo via, perché lo riconosce con il proprio corpo(3). Il secondo è il numero nove, tre volte tre: quantificatore rituale che ricorre, nelle stesse pagine, anche nella ricetta del bambino piangente, deposto su un rastrello a nove punte nella lettiera del porcile. Il terzo è la struttura performativa del dialogo: la formula non descrive la deposizione del male, la compie, secondo quella logica dello scongiuro di cui ho discusso in un articolo precedente e che dipende, a sua volta, dalla historiola — il precedente narrativo che fonda l’efficacia del rito(4). Le preghiere finali cristianizzano la sequenza, tuttavia non la sostituiscono: la stratificano. Anche qui, Barthety nota la stratificazione e la commenta con una battuta — «le preghiere accompagnate da superstizioni sono ben lontane dall’essere gradite a Dio» — senza riconoscere di aver appena descritto, in tre righe, una grammatica simbolica vecchia di millenni.
La griglia che permette di leggere
La cornice interpretativa di cui Barthety dispone è il positivismo provinciale: errori grossolani destinati all’estinzione sotto la luce dell’istruzione. La cornice che ci permette oggi di rileggerlo, invece, è quella che il Novecento ha costruito contro il positivismo di cui il notaio era figlio.
Ernesto De Martino, in Sud e magia (Feltrinelli, 1959), ne La terra del rimorso (il Saggiatore, 1961) e già nel Mondo magico (Einaudi, 1948), ha mostrato che pratiche apparentemente identiche a quelle bearnesi — la fattura, la presa, lo scongiuro contro il cattivo tempo di cui ho scritto a proposito di Manduria — rispondono a una funzione antropologica precisa: garantire al soggetto contadino un margine di presenza di fronte a malattie, lutti, carestie, contro l’angoscia di un mondo in cui non poter esserci è la condizione di base. La rugiada che pulisce la scabbia, le sette piante di menta cui si chiede di prendersi la febbre, la mano della gloria che immobilizza il sonno nei racconti italiani(5) non sono errori grossolani: sono dispositivi di protezione esistenziale. Carlo Ginzburg, da I benandanti (Einaudi, 1966) a Storia notturna (Einaudi, 1989), ha insegnato a leggere queste stesse pratiche come strati culturali di lunga durata, in cui agiscono memorie precristiane mai integralmente assorbite dal cristianesimo ufficiale. Trufandèc, in questa luce, smette di essere una curiosità antiquaria e diventa un testimone — periferico, residuale, ma documentato — di quella mitologia europea del piccolo popolo notturno che attraversa, sotto nomi diversi, l’intero continente.
Una postuma, piccola giustizia
Recuperare oggi il trattatello di Barthety non significa cedere al gusto del pittoresco, sfogliare un album di stampe; significa ribaltarne la posizione: trasformare l’agente del disboscamento culturale, che il notaio fu in vita, in fonte primaria di un sapere che la sua stessa generazione voleva cancellare. Il magistrato di Garlin gettava nel fuoco i Petit Albert delle case rurali e, nello stesso momento, raccoglieva sul taccuino la formula del cindre senza accorgersi di una cosa: le due operazioni servivano cause opposte. Centocinquant’anni dopo le formule restano (proprio perché il taccuino è sopravvissuto): i Petit Albert del Vic-Bilh, invece, sono cenere. La piccola, postuma giustizia che Lexicon Symbolorum rende a Barthety con questa traduzione è anche, in fondo, una giustizia che la stregoneria popolare europea rende a se stessa.
NOTE:
1) Hilarion Barthety, Pratiques de sorcellerie ou superstitions populaires du Béarn, Pau, Librairie Léon Ribaut, 1874, estratto del Bulletin de la Société des Sciences, Lettres et Arts de Pau. Versione italiana Pratiche di stregoneria o superstizioni popolari del Béarn, a cura di Lexicon Symbolorum, 2026.
2) Sul ruolo dei grimori nelle case rurali europee, e sul Petit Albert in particolare, rinvio all’articolo Cos’è un grimorio.
3) La stessa logica governa il rito del bambino piangente descritto da Barthety: il neonato, reso piangitore dallo sguardo all’indietro della donna che lo portava al battesimo, viene deposto su un rastrello a nove punte nella lettiera del porcile e invitato a lasciare lì i propri lamenti, in un trasferimento del male per contiguità.
4) Cfr. il mio L’historiola negli incantesimi e la sua funzione e, sul caso italiano, Voodoo ai Castelli Romani.








