giovedì 16 aprile 2026

Crowley, la Bestia che scatenò la magia nera contro Yeats

tratto da "Il Giornale" del 3 agosto 2025

Esoterista, scalatore, narratore, spia degli inglesi, scrittore gotico e soprannaturale. O era un cialtrone?

di Alessandro Gnocchi


Aleister Crowley (1875-1947), anche noto con lo pseudonimo di Bestia 666, ha avuto molte vite da esibire. Innanzi tutto è il più famoso occultista di tutti tempi, l'unico forse a essere stato inghiottito e digerito dalla cultura di massa. Crowley figura sulla copertina di Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band, il capolavoro dei Beatles; Ozzy Osbourne, scomparso di recente, gli ha dedicato uno dei suoi maggiori successi, Mr Crowley. Jimmy Page, chitarrista dei Led Zeppelin ne comprò il maniero affacciato sul lago Loch Ness. In letteratura, ha lasciato un segno in Ferdinando Pessoa, William Somerset Maugham e soprattutto, come vedremo, William Butler Yeats. Crowley passò parte della sua vita a Cefalù, località dove istituì l'Abbazia di Thelema. Lo stile di vita, fondato su droga e sesso, scandalizzò la popolazione locale. La morte, forse per overdose, di un ragazzo fu la proverbiale goccia che fece traboccare il vaso. Intervenne perfino Benito Mussolini. Crowley nel 1923 fu espulso. Ne rimase il ricordo. Molti anni dopo, Vincenzo Consolo prese spunto da quelle lontane vicende per scrivere il suo romanzo Nottetempo, casa per casa (Mondadori, 1992).

Crowley però è stato anche altro. Alpinista di valore, partecipò a una spedizione sul K2. Non raggiunse la vetta ma contribuì a tracciare un itinerario tra le rocce. Nella Seconda guerra mondiale, grazie alle sue entrature nel "nazismo magico", fece forse la spia del governo inglese in Germania. In particolare, secondo alcune biografie, avrebbe partecipato alle operazioni che portarono alla cattura di Rudolf Hess.

Nell'Abbazia di Thelema si praticava una forma di magia e di occultismo fondata su una sola regola: "Fai ciò che vuoi sarà tutta la legge, Amore è la legge, amore sotto la volontà". Questa "legge" non è propriamente un invito al nichilismo, anche se molti l'hanno intesa in questo modo. Il satanismo c'entra poco: il diavolo, di volta in volta, è l'incarnazione della nostra parte non solo e non sempre malvagia ma anche trasgressiva o pagana o assolutamente libera. Nella magia di Crowley il sesso ha una posizione preminente perché potenzia le facoltà dell'occultista. Resta da chiarire cosa si intende per magia. Non c'entrano i conigli nel cilindro e nemmeno le pozioni per riacquistare la virilità. La magia è un metodo per piegare il mondo alla nostra volontà.

Crowley fu anche uno scrittore prolifico. Lasciamo da parte gli scritti legati all'occultismo come il famoso Magick, manuale di magia sessuale di successo intramontabile, nonostante sia inaspettatamente noioso. Crowley coltivava anche ambizioni letterarie, non del tutto mal riposte. Nel 1898, la raccolta di liriche Macchie bianche fu l'esordio letterario di Aleister Crowley. Le Macchie bianche alludevano al liquido seminale. Fu uno scandalo. Il libro venne ritirato.

Crowley proseguì con opere gotiche, ispirate all'immaginario dell'esoterismo ma anche alla letteratura gotica. Tornano in libreria I racconti della bestia (Alcatraz, pagg. 172, euro 16; traduzione di Gianluca Venditti e Jacopo Corazza; in libreria dal 22 agosto). Il volume è introdotto da una leggenda dell'heavy metal, Steve Sylvester, cantante e fondatore dei Death SS. Band italiana che si è fatta giustizia all'estero.

Nei racconti c'è del buono e del meno buono. Qualche sghiribizzo esoterico, qualche racconto nero, qualche perfetta fusione dei due aspetti. In Al bivio, dietro la storia di due maghi impegnati a distruggersi reciprocamente attraverso donne fatali, Crowley racconta, senza troppi filtri, la sua rivalità con il grande poeta irlandese William Butler Yeats. Entrambi facevano parte di una setta molto influente, la Golden Dawn. Yeats voleva impedire a tutti i costi l'ascesa di Crowley ai gradi più alti del tempio. Il poeta ne uscì sconfitto, anche in seguito ad alcune esperienze esoteriche (visioni) sconvolgenti. Quest'aspetto di Yeats, in realtà decisivo per capirne i versi, non è noto a tutti. Eppure l'editore Adelphi si è premurato di stampare tanti testi esoterici di Yeats. Crowley fu poi la rovina della Golden Dawn e si affiliò a un'altra setta, l'Ordo Templi Orientis, ancora esistente in tutto il mondo.

Il furto della signora Horniman è quasi un giallo tradizionale. Il cacciatore di anime invade il territorio di Mary Shelley e del suo Frankenstein. La violinista riesce forse a fondere tutto quanto in un perturbante racconto gotico, pieno di dettagli esoterici e segnato da un romanticismo decadente.

Crowley vendeva i racconti alle riviste.

Per lui erano una fonte di guadagno tutto sommato poco impegnativa. Nel frattempo, scriveva opere impegnative come Il libro della legge, realizzato sotto dettatura del demone Aiwass in una stanza della Cairo degli antichi dei.

sabato 4 aprile 2026

Il mistero della Pietra del Destino su cui vengono incoronati i Re d’Inghilterra

tratto da "Il Giornale" del 17 giugno 2025

La storia leggendaria e gli enigmi della Pietra del Destino, usata durante l’incoronazione di Carlo III

di Francesca Rossi


La Pietra del Destino è tornata sui giornali grazie all’incoronazione di Carlo III, avvenuta il 6 maggio 2023. Si tratta, infatti, di un reperto storico fondamentale per la cerimonia ufficiale d’insediamento dei sovrani britannici. Prima dell’ascesa al trono di Sua Maestà venne trovata sulla pietra una strana incisione, il cui significato non venne immediatamente compreso. Studi successivi avrebbero consentito la formulazione di un’ipotesi piuttosto attendibile che, però, porta con sé altre domande.


“Stone of Scone”

Una specie di parallelepipedo di arenaria rossa da 152 chili, che misura 66 centimetri per 41, ci dice l’Enciclopedia Britannica. Così si presenta la Pietra del Destino, conosciuta anche come Pietra di Scone, dal villaggio scozzese omonimo in cui venne ritrovata, o Pietra dell’Incoronazione. Infatti su di essa, nel Medioevo, veniva adagiato il trono dei sovrani scozzesi che stavano per essere incoronati, una tradizione che continua ancora oggi, ma con i Re d’Inghilterra.

La storia di questa pietra si fonde con la leggenda: il patriarca biblico Giacobbe la “usò come cuscino” mentre si trovava a Betel (una città antica, ormai scomparsa, nella Palestina centro-meridionale), raccontano il Times e il sito della Christian Heritage Edinburgh. Proprio mentre riposava ebbe una visione angelica. Secondo altre versioni la pietra appartenne anche a Mosè nel periodo in cui portò gli ebrei fuori dall’Egitto, liberandoli dalla schiavitù.

Altre leggende sostengono che la pietra sarebbe stata spostata in Medio Oriente, poi in Sicilia, in Spagna e infine portata a Tara, in Irlanda, nel 700 a.C. Nel 500 d.C. il leggendario Re irlandese Fergus Mór la portò in Scozia. Tuttavia non è detto, come precisa il sito WorldHistory.org, che si tratti della stessa pietra che conosciamo oggi. Purtroppo non ci sono date certe, né la possibilità di verificare le storie relative al presunto viaggio per il mondo della pietra.

A complicare ulteriormente la questione, sostiene ancora il sito, ci sono dei resoconti di epoca medievale che parlano non di una semplice pietra, bensì di un trono fatto di pietra. Non possiamo escludere che i cronisti si riferissero a un altro simbolo regale che, forse, non è arrivato fino a noi. Del resto l’esistenza di un trono in pietra non collimerebbe con il resto della storia della Stone of Destiny. Oppure ciò che vediamo oggi potrebbe essere stata una parte dell’antico trono. Ricostruirne la cronologia e i fatti con esattezza è, al momento, impossibile.

In ogni caso la pietra sarebbe stata usata durante le incoronazioni già quando era ancora a Scone (anche in questo caso, però, un’altra versione dei fatti sostiene che la Stone of Destiny non sarebbe stata trovata a Scone, ma vi sarebbe stata portata nell’843 dal Re celtico Kenneth MacAlpin). Per la precisione sembra venisse, incastonata, inserita nel trono (altro dettaglio che sarebbe in contraddizione con l’idea di un intero trono di pietra, a meno che il presunto trono originario non fosse già andato perduto, ma si tratta solo di supposizioni). Non è escluso, come riporta WorldHistory.org, che venisse usata addirittura come altare. L’ultimo Re scozzese che venne intronizzato sulla Stone of Scone fu John II de Balliol (1250 circa-1313 circa) il 30 novembre 1292.


Settecento anni di incoronazioni

Nel 1296 Edoardo I d’Inghilterra (1239-1307) invase la Scozia e sottrasse la pietra da Scone, insieme alla corona e allo scettro scozzesi e al St. Margaret Black Rod. La Stone of Destiny venne portata all’Abbazia di Westminster. Un gesto provocatorio, per dimostrare il suo potere sul Paese, che considerava una sorta di periferia del suo regno. Nel 1307 Edoardo I diede ordine di costruire un trono sotto al quale poter inserire la pietra, ovvero la Coronation Chair, dedicata, spiega il sito di Westminster Abbey, a Edoardo Il Confessore (1002-1066). La presenza della pietra doveva essere una sorta di legittimazione per i sovrani inglesi a fregiarsi anche della Corona di Scozia.

Per settecento anni Re e Regine sono stati incoronati sulla Stone of Scone, ma gli scozzesi non si rassegnarono mai alla sua perdita. Il giorno di Natale del 1950 quattro studenti nazionalisti riuscirono a entrare nell’Abbazia di Westminster e a riprendere la pietra, riportandola in Scozia, ad Arbroath Abbey. L’Inghilterra ne ottenne la restituzione dopo tre mesi. Tuttavia l’accaduto fece emergere definitivamente il malcontento degli scozzesi, suscitando dibattiti e polemiche. Alla fine i contendenti raggiunsero un compromesso: la pietra sarebbe tornata in Scozia, ma agli inglesi sarebbe stato concesso di prelevarla in occasione delle incoronazioni.

Così fu. Il 30 novembre 1996 (giorno di Sant’Andrea, patrono di Scozia), come riporta Christian Heritage Edinburgh, dopo la processione dal Palazzo di Holyrood alla St. Giles’ Cathedral e la cerimonia religiosa, la Pietra del Destino venne portata al Castello di Edimburgo.

Come riporta Sky.com nel novembre 2023 il ventiduenne membro del gruppo “This is Rigged”, Joe Madden, che protestava per gli effetti della crisi economica insieme ad altri giovani attivisti, colpì la teca che conteneva la Stone of Destiny con un martello, una pietra e uno scalpello, causando tremila sterline di danni. Madden venne condannato a dodici mesi di lavori socialmente utili e a centottanta ore di lavoro non retribuito. Dal marzo 2024 la Pietra di Scone è in mostra permanente al museo di Perth.


L’iscrizione

Prima dell’incoronazione di Carlo III, avvenuta il 6 maggio 2023, venne realizzata una copia in 3D della Stone of Destiny, in modo da poterla esaminare meglio e da diverse angolazioni, spiega il Daily Mail. I risultati degli studi furono davvero interessanti. Ewan Hyslop dell’Historic Environment Scotland (HES), esperto di scienze climatiche, dichiarò: “…La pietra è stata lavorata in maniera piuttosto grossolana da più di uno scultore, con un certo numero di strumenti diversi, come ipotizzato in precedenza”.

Inoltre delle tracce rilevate ai raggi X farebbero supporre che la Stone of Scone sarebbe venuta a contatto, nell’arco della sua lunga storia, con un oggetto fatto in bronzo o in ottone. La scoperta più misteriosa, però, riguarda l’iscrizione di un numero romano, il “XXXV” (35). Gli studiosi non riuscirono a capire subito cosa significasse questa incisione, né il motivo per cui venne realizzata. Non sembrava esservi neppure la speranza di risalire all’autore. Nel gennaio 2025, però, il Daily Mail ha riportato un’ipotesi formulata da Sally Foster, archeologa della Stirling University.

La ragione della misteriosa incisione, sostiene la studiosa, sarebbe collegata agli eventi del Natale del 1950. Durante il furto, infatti, la Pietra del Destino sarebbe stata danneggiata. A dirigere i lavori di restauro fu, nel 1951, lo scultore e politico scozzese (entrato nel National Party of Scotland nel 1928) Robert Gray (1895-1975). Durante le fasi di riparazione questi avrebbe numerato trentacinque pezzi che componevano il blocco di arenaria originale, ovvero trentaquattro frammenti e la parte più grande, da 152 chilogrammi (cioè la trentacinquesima, la Pietra del Destino usata nelle incoronazioni). Sarebbe stato proprio Gray, dunque, a scrivere il numero “XXXV” sulla pietra. La professoressa Foster ne è certa, ma al Daily Mail puntualizza: “Naturalmente non posso provarlo, ma cos’altro potrebbe essere?”.


I misteri di Robert Gray

La supposizione della professoressa Foster non risolve del tutto il mistero. Anzi, per certi versi lo complica, facendo emergere ulteriori dubbi: Gray non avrebbe mai rivelato quanti fossero in totale i frammenti numerati. Gli studiosi suppongono che la Stone of Scone sia l’ultima parte del blocco originario, anche perché è la più grande, ma non è detto che le cose stiano così.

Stando alla Bbc alcune parti sarebbero finite in collezioni private. Il Daily Mail e ancora la Bbc ricordano che uno dei frammenti sarebbe stato donato all’ex primo ministro scozzese Alex Salmond nel 2008 e ora sarebbe custodito nella sede dello Scottish National Party. Secondo una delle ipotesi, mai dimostrate, relative alla sorte di eventuali frammenti mancanti, sarebbe stato proprio Gray a prelevare alcuni pezzi e a donarli.

C’è anche un altro problema: nella pagina dedicata alla pietra sul sito della Stirling University Sally Foster ricorda che nel 1929 Robert Gray avrebbe realizzato due copie della Stone of Destiny. Per questo qualcuno teme che durante i lavori di restauro lo scultore scozzese possa aver sostituito la pietra originale con una delle copie, una sorta di rivalsa sugli inglesi. La teoria è avvincente, ma non suffragata da fatti.

A proposito del significato del numero romano inciso sulla Stone of Destiny l’Historic Environment Scotland ha un atteggiamento molto più cauto. Un portavoce dell’organizzazione, citato dal Daily Mail, afferma: “Non sappiamo con sicurezza quando furono realizzate queste incisioni sulla pietra, né cosa vogliano dire. Benché siano numeri romani, ciò non significa necessariamente che risalgano all’epoca romana. L’aspetto dell’iscrizione e il fatto che non sia stata precedentemente rilevate suggerisce che potrebbero essere state incise in un periodo più recente. Ci auguriamo che questo diventi un ambito di ulteriore ricerca”.

La storia della Pietra del Destino, fusa con le leggende e gli enigmi non ancora risolti, non fa altro che accrescere il fascino misterioso della Corona inglese. Rafforza, di riflesso, il magnetismo di quei luoghi, dalla Scozia all’Inghilterra, che hanno fatto da sfondo a una narrazione secolare in parte ancora ignota.

mercoledì 18 marzo 2026

La lunga caccia al Santo Graal. Da Artù ai Nazisti

tratto da "Il Giornale" del 17 marzo 2024

Matthias Egeler ricostruisce nel dettaglio una avventura, letteraria e non solo, che attraversa l’Europa da più di ottocento

di Matteo Sacchi


La ricerca del Santo Graal è un’avventura intellettuale, e non solo intellettuale, che dura almeno da ottocento anni. La mitica coppa dell’Ultima cena, in cui poi sarebbe stato raccolto il sangue fuoriuscito dal costato del Cristo, è al centro di una lunghissima rielaborazione letteraria. Si trova all’incrocio di miti e credenze che provengono da ambiti culturali diversissimi, spaziano dai Celti al mondo protocristiano e che poi si “arrampicano” lungo il Medioevo, passando attraverso i deliri di onnipotenza nazisti per approdare sino al presente e ai film di Indiana Jones. Questa storia lunghissima viene raccontata da Matthias Egeler, esperto di filologia dell’università di Monaco, in Il Santo Graal, saggio pubblicato in Italia per i tipi del Mulino (pagg. 132, euro 15). Egeler si muove a partire dal punto fermo in cui il Graal entra nella letteratura. La coppa - anche se all’inizio proprio una coppa non sembra essere - è strettamente correlata alla letteratura arturiana, alla materia di Bretagna. Per la precisione al Percival di Chrétien de Troyes. In questo poema incompiuto scritto tra il 1175 e il 1190 il Graal compare in associazione con una complessa parata allegorica e una lancia magica. Una lancia che potrebbe essere identificata con la mitica lancia di Longino, il centurione romano che avrebbe trafitto il costato di Cristo. La presunta lancia venne ritrovata durante la Prima crociata, nel 1098. E il Percival venne commissionato a Chrétien da Filippo di Fiandra che stava per partecipare alla terza spedizione in Terra Santa. Eppure leggendo il testo il Graal (la parola potrebbe provenire dal latino gradalis che indicava più un piatto fondo che una coppa) sembra assomigliare a molti calderoni delle leggende celtiche e anche la lancia facilmente rimanda ad avventure delle culture precristiane come Preiddeu Annwn (in cimrico, «il bottino dell’aldilà»). Insomma, perché il Graal diventi quello che tutti abbiamo in mente bisogna attendere almeno l’intervento del poeta borgognone Robert de Boron, parliamo dei primi del XIII secolo, con il suo romanzo in versi Giuseppe d’Arimatea. Con questo romanzo de Boron scrive virtualmente un nuovo vangelo apocrifo, utilizzando principalmente materiale della Bibbia e del Vangelo di Nicodemo. Ma per l’idea della coppa usata per raccogliere il sangue di Cristo crocifisso non è facile capire dove de Boron abbia preso l’ispirazione. Bisogna spostarsi in epoca e area carolingia per trovare codici, come il Salterio di Utrecht, in cui compaiano illustrazioni di personaggi che raccolgono il sangue di Cristo. Il risultato è una narrazione così potente da trasformarsi in una credenza che attraversa i secoli. Ci sono ancora molti visitatori, ad esempio, che si recano a Glastonbury, nell’Inghilterra meridionale. Una leggenda locale racconta che nei giorni immediatamente successivi alla Crocifissione di Gesù, Giuseppe d’Arimatea portò il Graal dalla Terra Santa in Inghilterra. Di là arrivò infine a Glastonbury, e quando ebbe scalato la ripida collina che oggi si chiama Wirrall Hill, conficcò il suo bastone nel terreno e disse (per qualche oscura ragione in inglese): «Are we not weary all» («Non siamo tutti stanchi»). Da allora la collina sarebbe chiamata «Weary-all (Wirrall) Hill». Il bastone mise le radici, germogliò rami e foglie e sarebbe diventato il progenitore del biancospino che si trova ancora oggi sulla collina. I “discendenti” del biancospino di Giuseppe fioriscono due volte l’anno, di cui una a dicembre; e un ramo di questi cespugli viene inviato ogni anno alla famiglia reale britannica per abbellire la tavola della colazione di Natale. Si dice

inoltre che lo stesso Giuseppe d’Arimatea si stabilì a Glastonbury dove fondò un monastero. E il Graal stesso si troverebbe da qualche parte nella Chalice Hill («Collina del Calice») tra Glastonbury Tor e Wirrall Hill, colorando di rosso l’acqua che sgorga nel Chalice Well (Pozzo del Calice). È solo un esempio di quanto la leggenda di questa coppa si sia radicata in molti luoghi della Gran Bretagna e non solo. E allora ricostruire le radici di questi miti e i loro intrecci nei secoli, indagando le leggende celtiche da un lato e la tradizione cristiana, vangeli apocrifi compresi, dall’altro, è una sfida in cui Egeler si cimenta fornendo al lettore un sacco di interpretazioni e di spunti. Potreste scoprire, ad esempio, che il mito arturiano e del Graal è collegato anche a una serie di luoghi in Italia, come il duomo di Modena, e che la sua diffusione nella nostra penisola resta abbastanza misteriosa, avvenuta prima ancora che si diffondessero gli scritti di Chrétien de Troyes. Ma c’è spazio anche per la modernità e per ciò che il Graal è diventato nel corso dei secoli e anche nel nostro immaginario, come dicevamo arrivando sino al cinema e a Indiana Jones. Ah, a proposito di Indiana Jones e fantasia... La smania nazista di mettere le mani sul Graal, metaforicamente e no, è un fatto e non un mito. Negli anni precedenti la Seconda guerra mondiale la ricezione del mito del Graal in Germania assunse forme particolarmente eclatanti e riguardò anche i vertici dell’apparato nazista. Ad esempio l’enorme significato che il Führer attribuiva all’opera di Wagner dedicata al Graal si rifletteva anche nel suo progetto di rendere questo dramma musicale il cuore di un’imponente celebrazione dopo la vittoria finale. Ma c’erano degli antecedenti anche negli anni che precedettero lo scoppio del conflitto. Un manifesto di propaganda del 1936, per esempio, mostra Hitler come un cavaliere medievale in armatura corazzata e con in mano uno stendardo a svastica, rappresentandolo come un moderno Parsifal, cavaliere del Graal, un salvatore con sfumature religioso-mitiche. Il regime nazista utilizzò il Graal anche nell’architettura: nel castello di Wewelsburg, che fu convertito a uso delle Ss a partire dal 1934, una stanza venne chiamata «Graal» e fu allestita una sala rotonda che evocava la scenografia della prima del Parsifal del 1882.




giovedì 26 febbraio 2026

Silenzio parola e amore. Frammenti e note

in collaborazione con l'autore Michele Leone

tratto da: https://micheleleone.it/silenzio-parola-e-amore-frammenti-e-note/


Riflessioni ispirate dalla lettura di: Platone a Heliopolis d’Egitto


“Il sapiente sa decifrare, grazie al solo spirito di ricerca, la lezione nascosta nel palinsesto del libro vivente dei miti, dei riti, delle religioni?”


La risposta potrebbe essere Silenzio parola e amore, ma la domanda non è provocatoria e neanche tendenziosa, implicherebbe una ricerca sul significato profondo e comune di ciò che si può intendere per sapiente. Spunto e nota per queste poche righe sono le parole di Godel nel suo Platone a Heliopolis d’Egitto, il Melangolo 2015 (tutti i virgolettati sono presi da questo testo). Ognuno attribuirà al sapiente la sfumatura più consona al suo percorso interiore. Per certo, il ricercatore non potrà non tenere in considerazione queste indicazioni.


“Premunitosi il più possibile contro la tentazione di semplificazioni, il ricercatore si esercita nella gioia di leggere il linguaggio dei miti. La sua iniziazione acquisisce profondità; a mano a mano che sale il livello d’intellegibilità mette da parte le contingenze, la vana curiosità del pittoresco, le accozzaglie inutili, per lasciarsi attirare verso l’essenziale.


Dietro il gioco dei miti, dietro le figure divine o eroiche appare la trama del tessuto mentale di cui è costituito tutto questo immaginario, che ricopre con il proprio velo il tessitore che ne disegna il modello; invita chiunque voglia superare le forme visibili a cercare questo artigiano e poeta segreto; lo nasconde e lo indica insieme. Dietro la tela dalle immagini parlanti è possibile avvertire una funzione biologica rivelatrice delle strutture profonde del vivente. Questa forza generatrice di racconti incantati possiede una scienza implicita; la sua naturale conoscenza delle leggi che reggono la vita dello spirito è sicura fintanto che lo è – nella sua sfera – il sapere istintivo di un ragno che tesse la ragnatela.”

Dopo la curiosità, dopo il bizzarro ed il pittoresco, bisogna ricercare un livello altro. Una Via che è tangente a molteplici altre strade, ma che al tempo stesso è unica e irripetibile. Una Via raccontata da molti viaggiatori dello spirito, la ricerca quella primigenia scintilla da cui scaturisce la fiamma del fuoco che arde e non brucia il cuore dei puri, dei Kadosh. La verità, come la conoscenza o Sofia deve essere colta nuda, va svelata passo a passo, respiro dopo respiro come due innamorati che sotto la rosa cercano la perfetta unione e danzano prima di congiungersi ed essere uno da due.


“L’egiziano, in silenzio, metteva il dito prima sul cuore, poi sulle labbra. Chiunque fosse istruito capiva il senso implicito di quel gesto.


Dalla conoscenza sepolta ai recessi del cuore il cammino verso la bocca è breve. L’uomo è tentato di esprimere a parole l’universo e la sua autorità verbale – Hu – controlla l’azione costruisce il mondo. Ma la parola espressa non torna mai più al suo punto di partenza, non può ritrovare la fonte da cui è sorta la norma cosmica. L’enigma della creazione non si rivelerà nelle parole. Meglio di qualunque dialettica, le poesie dei Saggi ci aiuteranno a penetrare il mistero delle origini:


Tu che conduci l’acqua in un luogo in disparte

Vieni e salva me silenzioso,

Thot, dolce fonte dell’uomo assetato nel deserto.

Inaccessibile per chi trova le parole

Aperta per chi è silenzioso;

Giunge, il silenzioso, e trova la fonte.”


Oltrepassando i confini della cultura e della conoscenza intesa in senso scientifico o profano (fuori dal tempio) le parole diventano un pericolo, un ostacolo od una opportunità a seconda di chi le vive. La parola è uno dei segreti, la via è silenziosa e piena d’amore.

giovedì 5 febbraio 2026

La prima edizione italiana di “Frankenstein” di Mary Shelley

in collaborazione con l'autore Simone Berni

tratto da: https://www.cacciatoredilibri.com/la-prima-edizione-italiana-di-frankenstein-di-mary-shelley-su-ebay/

Come “Dracula” di Bram Stoker, un’altra edizione eccellente uscita in tempo di guerra!


La prima edizione italiana di Frankenstein di Mary Shelley (Roma, Donatello De Luigi Editore, 1944). Sì, lo stesso destino del Dracula di Bram Stoker – entrambi usciti durante la guerra, stampati con carta di pessima qualità, poco pubblicizzati, avvolti “nell’ombra”, come gli illustri personaggi che descrivono preferiscono ampiamente, del resto.

Frankenstein in Italia: un’edizione leggendaria nata sotto i bombardamenti

Quando si parla di “Frankenstein“, l’icona della letteratura gotica e fantastica di Mary Shelley, la mente corre inevitabilmente all’originale inglese del 1818. Eppure, in Italia il suo arrivo è stata una lunga attesa: la prima vera traduzione italiana di Frankenstein vide la luce solo nel 1944, in piena Seconda guerra mondiale, per la casa editrice Donatello De Luigi di Roma.

Pubblicare un capolavoro letterario in tempo di guerra significa sfidare la sorte e le difficoltà materiali. La prima edizione italiana di Frankenstein fu stampata su carta di qualità scadente, un riflesso diretto delle ristrettezze belliche e della scarsità di materiali. Nonostante ciò, questa edizione rimane un gioiello raro e ambito, appartenente alla collana “Il Romanzo Nero” diretta da Donatello De Luigi che si distingueva per la pubblicazione di opere di letteratura fantastica e di orrore.

La traduzione e introduzione furono affidate a Ranieri Cochetti, che offrì agli italiani uno sguardo sulla celebre figura del Dottor Frankenstein e della sua creatura assemblata, quasi un riflesso oscuro e inquietante del presente storico in cui il libro nasceva, durante il fragore dei bombardamenti e delle battaglie.

Sebbene l’edizione del 1944 non goda della stessa qualità tipografica delle pubblicazioni più moderne, è ricercatissima dai collezionisti per la sua rarità e il contesto storico in cui è stata prodotta. Copie di questa prima traduzione italiana sono (quasi) pezzi da museo per gli appassionati di bibliofilia, spesso conservate con cura nonostante l’usura del tempo. La brossura editoriale, con titolo bianco su fondo nero, è riconoscibile e segnata da una patina che racconta la sua lunga storia. Questa edizione è considerata il punto di partenza per la fortuna editoriale del romanzo in Italia e rappresenta un unicum rarissimo: sono passati infatti quasi 130 anni dalla prima edizione inglese prima che Frankenstein fosse disponibile in italiano in una forma integrale e curata.

Curioso come un simbolo della letteratura occidentale, così profondamente legato al concetto di creatività e orrore, sia stato tradotto per la prima volta in Italia proprio in uno dei periodi più drammatici della sua storia, quasi che la creatura di Frankenstein rispecchiasse le tensioni di quel tempo. Questa edizione è dunque un vero e proprio “mostro” da collezione, che parla non solo di letteratura, ma anche della passione di un editore che ha voluto portare in Italia un classico immortale, nonostante tutto.



martedì 27 gennaio 2026

L’isola di Thule e i misteri del nazismo

tratto da https://it.insideover.com/schede/storia/thule-l-isola-che-non-c-e-dove-nacque-il-nazismo.html

del 28 Settembre 2021

di Emanuel Pietrobon


L’epopea nazista non è durata mille anni come avrebbe desiderato Adolf Hitler, ma quel dodicennio è stato sufficiente a catalizzare l’entrata della storia e dell’umanità in una nuova era: l’era della guerra fredda, della decolonizzazione e della fine definitiva del sistema europeo degli Stati. E ancora oggi, a distanza di quasi un secolo, quella nazista continua ad essere la saga storica che, più di ogni altra – anche più del confronto egemonico tra Stati Uniti e Unione sovietica –, stuzzica maggiormente l’immaginazione di scrittori e sceneggiatori.

Le ragioni alla base dell’eterno interesse verso il nazismo sono molteplici, poiché spazianti dalla curiosità antropologica alla trasmissione della memoria e dalla ricerca storica alla fascinazione verso il lato misterico e misticistico del Mito del ventesimo secolo. Perché il nazismo non fu soltanto odio e guerra, ma fu anche criptoarcheologia, esoterismo, occultismo, teosofia e ufologia. Perché il nazismo non fu soltanto Joseph Goebbels, ma fu anche il ricercatore del Graal Otto Rahn, il mistico Karl Maria Wiligut e l’enigmatico Rudolf Hess. Perché il nazismo non fu soltanto SS e Luftwaffe, ma fu anche Ahnenerbe e Società di Thule.


Introduzione a Thule

Thule è l’isola dove non tramonta mai il Sole sulla quale l’esploratore greco Pitea avrebbe messo piede trecento anni prima della venuta di Cristo. Un’isola dalla bellezza apollinea, intrisa di magia, a metà tra questo mondo e l’Altro – Thule deriva dall’etrusco “tular“, cioè “confine” – e che nessuno ha mai più ritrovato.

Da alcuni identificata come l’Islanda, da taluni come la Groenlandia, e da altri ancora come un luogo accessibile soltanto ai puri, agli eletti, quest’isola perduta e leggendaria, Eden in terra, ha plasmato per secoli l’immaginario collettivo dei pensatori, degli scrittori e degli esoteristi. Ed è a lei che ad un certo punto del Novecento, compreso fra il 1911 e il 1918, un manipolo di occultisti, veterani e nostalgici del Reich avrebbe dedicato una delle fratellanze segrete più influenti dell’epoca: la Società di Thule.

Fondata da Walter Nauhaus, un militare con la passione per l’arte e per lo studio dei miti degli antichi popoli germanici, come i norreni, la Società di Thule nasce come gruppo di studio riunente seguaci dell’ariosofia di Guido von List e Jorg Lanz von Liebenfels, della teosofia di Helena Blavatsky, dell’occultismo razzistico di Aleister Crowley e di scuole di pensiero come il neoteutonismo di Theodor Fritsch.

Questa associazione di studi, che avrebbe acquisito il nome di Thule soltanto nel 1918 – in seguito all’incontro tra Nauhaus e l’esoterista Rudolf von Sebottendorf –, tra l’immediato dopoguerra e la prima metà degli anni Venti avrebbe visto la partecipazione alle proprie riunioni segrete di quella che, un decennio dopo, sarebbe divenuta l’élite del nazismo: Hess, Rosenberg, Hermann Goring, Heinrich Himmler, il futuro governatore della Polonia occupata Hans Frank, l’ideologo Dietrich Eckart, il propagandista Julius Lehmann, il geopolitico Karl Haushofer e l’economista Gottfried Feder.

Alcuni di loro si conoscevano già, altri si sarebbero conosciuti tra una lezione e l’altra sulle origini ariane dei tedeschi; quel che è certo ed innegabile è il contributo di Thule all’ascesa del nazismo, da essa creato inconsapevolmente favorendo l’incontro di personaggi che insieme avrebbero scritto la storia del Novecento e galvanizzando la diffusione di idee che avrebbero plasmato la NS-weltanschauung.


La popolarità

Se la Società di Thule non fosse esistita, i nazionalsocialisti avrebbero dovuto inventarla. Perché Thule è dove nasce quel misticismo nazista che avrebbe condotto gli archeologi e gli esploratori dell’Ahnenerbe in lungo e in largo per il mondo, alla ricerca dei resti della perduta razza ariana, di reliquie leggendarie come il Santo Graal e di luoghi mitologici come il regno di Agarthi.

Ai convegni di Thule veniva insegnato che i tedeschi erano i discendenti di una razza superiore (herrenrasse), quella dei perduti ariani, che all’alba dei tempi aveva dominato l’Eurasia e portato prometeicamente il fuoco agli Uomini. Un legato che il popolo tedesco era chiamato a valorizzare, a custodire gelosamente e a difendere della minacce della mescolanza razziale, del materialismo e del cosmopolitismo; tre prodotti di un presunto complotto demo-pluto-giudaico-bolscevico-massonico ordito ai danni della Germania, dell’Europa e della Cristianità.

"I maestri di Thule insegnavano ai loro allievi che avrebbero dovuto dare vita ad una resistenza spirituale contro l’incedere delle suddette insidie e che avrebbero trovato la forza necessaria ad esperire la missione di salvare la Germania e l’Europa dall’energia promanante dall’isola dell’ultima Thule. Un’isola che non era come altre: perché era perduta, perché era il centro del regno leggendario di Iperborea e perché era la fonte di volitività della herrenrasse."

Il loro appello alla salvazione del Großgermanisches Reich, il Reich della Grande Germania, non avrebbe mai catturato l’attenzione delle masse – in tutta la Baviera si contavano circa 1.500 membri –, ma la storia, si sa, non l’hanno mai fatta le masse: la storia è, da sempre, prerogativa di condottieri carismatici che trascinano le masse.

All’acme della popolarità, cioè il 1919, la Società di Thule fu accusata dal governo centrale di aver pilotato i tumulti alla base della nascita della cosiddetta Repubblica Sovietica Bavarese. Non era vero, ovviamente, anche perché i thulisti erano fermamente anticomunisti, ma quell’accusa servì a Berlino per inaugurare una campagna repressiva contro di loro a base di arresti ed esecuzioni.


La fine

Braccati dal governo centrale, dal quale stavano venendo incarcerati e giustiziati, i thulisti avrebbero progressivamente e silenziosamente smantellato la Società. Erano degli esoteristi con la fissazione per le razze, non degli aspiranti golpisti, perciò decisero che il gioco non valeva la candela.

Poco a poco, uno dopo l’altro, i thulisti sarebbero entrati a far parte del precursore del Partito Nazionalsocialista dei Lavoratori Tedeschi, il Partito dei Lavoratori Tedeschi (DAP, Deutsche Arbeiterpartei), condividendone lo spirito conservatore e patriottico. E quel partito, chiaramente, sarebbe stato foggiato in maniera determinante dall’influsso significativo di thulisti, assumendo di lì a breve una nuova forma: quella nazista.

Per quanto riguarda Thule, su di essa non esiste una data di scioglimento così come non ne esiste una relativa alla fondazione. Essa nacque nell’anonimato e morì nell’ombra. Quel che è noto è che strutturalmente non sopravvisse agli anni Venti, dato che von Sebottendorff avrebbe cercato di riportarla in vita dopo il 1933 – ma non fu possibile per via della legislazione antimassonica della Germania nazista. Thule, ad ogni modo, avrebbe continuato a vivere sotto forma di idea, guidando le bussole degli esploratori della Ahnenerbe, arricchendo la propaganda di Joseph Goebbels e influenzando la mente e stuzzicando la fantasia di quella generazione di statisti, politici e pensatori tedeschi allevata al culto del Mito del ventesimo secolo.