Il Sito del Mistero
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mercoledì 8 luglio 2026
Il codice segreto di Roma
domenica 28 giugno 2026
Stregoneria popolare nel Béarn
in collaborazione con l'autore Michele Leone
tratto da: https://micheleleone.it/hilarion-barthety-stregoneria-popolare-nel-bearn-ottocentesco/
Pau, autunno 1873. Un notaio di trentadue anni, originario di Lescar e in carica nel cantone di Garlin sui contrafforti pirenaici, ha appena ricevuto la doppia nomina di sindaco del proprio comune e di supplente del giudice di pace cantonale; le sue giornate si svolgono fra registri parrocchiali, contestazioni rurali, dispute di confine. È seduto in municipio o nell’ufficio di un giudice di paese, fra una pratica e l’altra, che il giovane Hilarion Barthety raccoglie le formule guascone e i gesti rituali di cui i contadini del Vic-Bilh gli parlano con riluttanza e diffidenza, talvolta con orgoglio. L’anno seguente, sul Bulletin de la Société des Sciences, Lettres et Arts de Pau, esce il piccolo trattato che ne deriva: Pratiques de sorcellerie ou superstitions populaires du Béarn(1). Lexicon Symbolorum ne pubblica oggi, a centocinquant’anni di distanza, la prima versione italiana.
Un’etnografia involontaria
L’opera non nasce come ricerca etnografica condotta a tavolino, ma come sottoprodotto di una funzione pubblica: appunti di un magistrato che ascolta. Da questa origine derivano, insieme, i pregi e i limiti del trattatello. Il pregio è la freschezza della testimonianza diretta, la conservazione delle filastrocche bearnesi con la loro patina rituale intatta, la registrazione di pratiche — il cindre, il pruzerou, l’ospitalità apotropaica al Trufandèc — che senza Barthety sarebbero probabilmente perdute; il limite è il filtro inevitabile del notabile borghese, illuminista provinciale di scuola positivista, che dialoga con i propri informatori dall’alto del proprio scranno e considera la materia raccolta come «errori grossolani, sempre deplorevoli e spesso funesti», destinati per buona sorte a sparire sotto l’avanzata dell’istruzione pubblica. Quando confessa, nelle pagine introduttive, che gli esemplari del Petit Albert incontrati nelle case rurali sono stati «sui suoi consigli, gettati al fuoco», l’autore non si accorge di operare a propria volta come un agente attivo del disboscamento culturale che qualche riga sopra si era limitato a constatare: il grimorio contadino, di cui ho scritto altrove(2), finisce nel camino, mentre il taccuino del notaio — non senza una certa ironia della sorte — sopravvive.
Il libretto si inserisce in un momento preciso della storiografia bearnese. Nel 1873 Paul Raymond aveva pubblicato i suoi Mœurs béarnaises, tratti dai protocolli notarili dei Bassi Pirenei dei secoli XIV-XVI; nel 1875, l’anno immediatamente successivo a quello di Barthety, Vastin Lespy darà alle stampe Les sorcières dans le Béarn (1393-1672), ricostruite dai processi inquisitoriali superstiti. Tre titoli pubblicati a Pau, dallo stesso milieu erudito raccolto attorno alla Société des Sciences, in tre anni: Raymond fornisce la cornice giuridica e di costume; Lespy il materiale archivistico delle persecuzioni storiche; Barthety il vivere quotidiano della superstizione ancora attiva. Il volume del 1874 è dunque il versante etnografico di un dittico storiografico più ampio, e va letto in quella triangolazione, non isolatamente.
La traduzione italiana integrale di Pratiche di stregoneria o superstizioni popolari del Béarn, con apparato bearnese-italiano e nota introduttiva critica, è disponibile per i mecenati di Lexicon Symbolorum su Patreon — dispensa n. 2605.
Fra le pratiche raccolte una in particolare si presta a una lettura simbolica densa. Trufandèc, parola bearnese che significa beffardo, designava lo spirito folletto al quale altrove si dava il nome di Farfadet: un demone familiare che, secondo l’opinione corrente, non era propriamente cattivo, ma amava divertirsi alle spalle delle donne di casa. Il caso paradigmatico riguarda la massaia rurale che, il venerdì sera, doveva impastare il pane settimanale durante la notte e cuocerlo all’alba nel forno comune: il rischio era che il sonno la sorprendesse oltre l’ora; che un sogno la facesse alzare in anticipo, sciupando la lievitazione; che — peggio — Trufandèc imitasse la voce del garzone del fornaio, Paa-Coque, e la inducesse a impastare prima del tempo. Per evitarlo la donna aggiungeva alla preghiera della sera una formula in cui chiedeva a Dio di lasciarsi svegliare solo dalla voce vera del garzone, e a Trufandèc di andare a fracassarsi il naso sulla porta; al risveglio, prima di iniziare il lavoro, tracciava una croce sulla farina e ricordava al folletto di averlo riconosciuto.
Ciò che colpisce non è la formula in sé, ma la sua doppia stratificazione. L’invocazione del nome di Dio viene incastonata sopra una struttura che cristiana non è: Trufandèc non è un diavolo; è un esserino domestico imparentato con il Goblin anglosassone, con lo Heinzelmännchen tedesco, con il Farfadet provenzale. La cristianizzazione lo neutralizza senza espellerlo; Barthety stesso, in fondo al capitolo, scrive che la pratica «è completamente scomparsa», ma osserva, nello stesso paragrafo, che la donna che oggi traccia la croce sulla farina prima di impastare «non pensa più ai sortilegi» e intende compiere semplicemente «un atto di pietà». Il magistrato registra il fenomeno, non lo decifra: il gesto è sopravvissuto al referente; il referente è sceso sotto la soglia della consapevolezza, ma il gesto continua. È esattamente il meccanismo di lunga durata che Carlo Ginzburg descriverà un secolo dopo a proposito dei benandanti.
Il cindre e il principio del simile sul simile
Un secondo caso illumina l’altra logica portante della stregoneria popolare bearnese. Cindre, in guascone, è il nome locale dell’herpes zoster, l’infiammazione cutanea che disegna semicerchi attorno al tronco o alle membra. La medicina contemporanea la considera una manifestazione poco temibile; non così il contadino del Vic-Bilh, convinto che, se il cerchio si chiude, il malato muore. La ricetta magica per arrestarlo prevede che, prima del tramonto, qualcuno che abbia già patito la stessa malattia porti il paziente sulla schiena: si compiono nove passi e ci si ferma; l’operatore chiede «Cosa porto io?», il paziente risponde «Il cindre», l’operatore replica «Siccome non ho molto vigore, qui depongo e faccio sparire il cindre». La sequenza si ripete tre volte; il malato chiude con cinque pater e cinque ave.
Sotto la veste folklorica si articolano qui tre dispositivi tecnici della magia popolare europea. Il primo è il principio del similia similibus — il simile agisce sul simile — applicato all’identità di esperienza: solo chi ha avuto il cindre può portarlo via, perché lo riconosce con il proprio corpo(3). Il secondo è il numero nove, tre volte tre: quantificatore rituale che ricorre, nelle stesse pagine, anche nella ricetta del bambino piangente, deposto su un rastrello a nove punte nella lettiera del porcile. Il terzo è la struttura performativa del dialogo: la formula non descrive la deposizione del male, la compie, secondo quella logica dello scongiuro di cui ho discusso in un articolo precedente e che dipende, a sua volta, dalla historiola — il precedente narrativo che fonda l’efficacia del rito(4). Le preghiere finali cristianizzano la sequenza, tuttavia non la sostituiscono: la stratificano. Anche qui, Barthety nota la stratificazione e la commenta con una battuta — «le preghiere accompagnate da superstizioni sono ben lontane dall’essere gradite a Dio» — senza riconoscere di aver appena descritto, in tre righe, una grammatica simbolica vecchia di millenni.
La griglia che permette di leggere
La cornice interpretativa di cui Barthety dispone è il positivismo provinciale: errori grossolani destinati all’estinzione sotto la luce dell’istruzione. La cornice che ci permette oggi di rileggerlo, invece, è quella che il Novecento ha costruito contro il positivismo di cui il notaio era figlio.
Ernesto De Martino, in Sud e magia (Feltrinelli, 1959), ne La terra del rimorso (il Saggiatore, 1961) e già nel Mondo magico (Einaudi, 1948), ha mostrato che pratiche apparentemente identiche a quelle bearnesi — la fattura, la presa, lo scongiuro contro il cattivo tempo di cui ho scritto a proposito di Manduria — rispondono a una funzione antropologica precisa: garantire al soggetto contadino un margine di presenza di fronte a malattie, lutti, carestie, contro l’angoscia di un mondo in cui non poter esserci è la condizione di base. La rugiada che pulisce la scabbia, le sette piante di menta cui si chiede di prendersi la febbre, la mano della gloria che immobilizza il sonno nei racconti italiani(5) non sono errori grossolani: sono dispositivi di protezione esistenziale. Carlo Ginzburg, da I benandanti (Einaudi, 1966) a Storia notturna (Einaudi, 1989), ha insegnato a leggere queste stesse pratiche come strati culturali di lunga durata, in cui agiscono memorie precristiane mai integralmente assorbite dal cristianesimo ufficiale. Trufandèc, in questa luce, smette di essere una curiosità antiquaria e diventa un testimone — periferico, residuale, ma documentato — di quella mitologia europea del piccolo popolo notturno che attraversa, sotto nomi diversi, l’intero continente.
Una postuma, piccola giustizia
Recuperare oggi il trattatello di Barthety non significa cedere al gusto del pittoresco, sfogliare un album di stampe; significa ribaltarne la posizione: trasformare l’agente del disboscamento culturale, che il notaio fu in vita, in fonte primaria di un sapere che la sua stessa generazione voleva cancellare. Il magistrato di Garlin gettava nel fuoco i Petit Albert delle case rurali e, nello stesso momento, raccoglieva sul taccuino la formula del cindre senza accorgersi di una cosa: le due operazioni servivano cause opposte. Centocinquant’anni dopo le formule restano (proprio perché il taccuino è sopravvissuto): i Petit Albert del Vic-Bilh, invece, sono cenere. La piccola, postuma giustizia che Lexicon Symbolorum rende a Barthety con questa traduzione è anche, in fondo, una giustizia che la stregoneria popolare europea rende a se stessa.
NOTE:
1) Hilarion Barthety, Pratiques de sorcellerie ou superstitions populaires du Béarn, Pau, Librairie Léon Ribaut, 1874, estratto del Bulletin de la Société des Sciences, Lettres et Arts de Pau. Versione italiana Pratiche di stregoneria o superstizioni popolari del Béarn, a cura di Lexicon Symbolorum, 2026.
2) Sul ruolo dei grimori nelle case rurali europee, e sul Petit Albert in particolare, rinvio all’articolo Cos’è un grimorio.
3) La stessa logica governa il rito del bambino piangente descritto da Barthety: il neonato, reso piangitore dallo sguardo all’indietro della donna che lo portava al battesimo, viene deposto su un rastrello a nove punte nella lettiera del porcile e invitato a lasciare lì i propri lamenti, in un trasferimento del male per contiguità.
4) Cfr. il mio L’historiola negli incantesimi e la sua funzione e, sul caso italiano, Voodoo ai Castelli Romani.
sabato 30 maggio 2026
domenica 24 maggio 2026
domenica 3 maggio 2026
“Italia: il meriggio dei maghi” di Giorgio Galli (Tropea 1999): il titolo che non c’è più
in collaborazione con l'autore Simone Berni
Anche un libro di Giorgio Galli fra quelli scomparsi
giovedì 16 aprile 2026
Crowley, la Bestia che scatenò la magia nera contro Yeats
tratto da "Il Giornale" del 3 agosto 2025
Esoterista, scalatore, narratore, spia degli inglesi, scrittore gotico e soprannaturale. O era un cialtrone?
di Alessandro Gnocchi
Aleister Crowley (1875-1947), anche noto con lo pseudonimo di Bestia 666, ha avuto molte vite da esibire. Innanzi tutto è il più famoso occultista di tutti tempi, l'unico forse a essere stato inghiottito e digerito dalla cultura di massa. Crowley figura sulla copertina di Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band, il capolavoro dei Beatles; Ozzy Osbourne, scomparso di recente, gli ha dedicato uno dei suoi maggiori successi, Mr Crowley. Jimmy Page, chitarrista dei Led Zeppelin ne comprò il maniero affacciato sul lago Loch Ness. In letteratura, ha lasciato un segno in Ferdinando Pessoa, William Somerset Maugham e soprattutto, come vedremo, William Butler Yeats. Crowley passò parte della sua vita a Cefalù, località dove istituì l'Abbazia di Thelema. Lo stile di vita, fondato su droga e sesso, scandalizzò la popolazione locale. La morte, forse per overdose, di un ragazzo fu la proverbiale goccia che fece traboccare il vaso. Intervenne perfino Benito Mussolini. Crowley nel 1923 fu espulso. Ne rimase il ricordo. Molti anni dopo, Vincenzo Consolo prese spunto da quelle lontane vicende per scrivere il suo romanzo Nottetempo, casa per casa (Mondadori, 1992).
Crowley però è stato anche altro. Alpinista di valore, partecipò a una spedizione sul K2. Non raggiunse la vetta ma contribuì a tracciare un itinerario tra le rocce. Nella Seconda guerra mondiale, grazie alle sue entrature nel "nazismo magico", fece forse la spia del governo inglese in Germania. In particolare, secondo alcune biografie, avrebbe partecipato alle operazioni che portarono alla cattura di Rudolf Hess.
Nell'Abbazia di Thelema si praticava una forma di magia e di occultismo fondata su una sola regola: "Fai ciò che vuoi sarà tutta la legge, Amore è la legge, amore sotto la volontà". Questa "legge" non è propriamente un invito al nichilismo, anche se molti l'hanno intesa in questo modo. Il satanismo c'entra poco: il diavolo, di volta in volta, è l'incarnazione della nostra parte non solo e non sempre malvagia ma anche trasgressiva o pagana o assolutamente libera. Nella magia di Crowley il sesso ha una posizione preminente perché potenzia le facoltà dell'occultista. Resta da chiarire cosa si intende per magia. Non c'entrano i conigli nel cilindro e nemmeno le pozioni per riacquistare la virilità. La magia è un metodo per piegare il mondo alla nostra volontà.
Crowley fu anche uno scrittore prolifico. Lasciamo da parte gli scritti legati all'occultismo come il famoso Magick, manuale di magia sessuale di successo intramontabile, nonostante sia inaspettatamente noioso. Crowley coltivava anche ambizioni letterarie, non del tutto mal riposte. Nel 1898, la raccolta di liriche Macchie bianche fu l'esordio letterario di Aleister Crowley. Le Macchie bianche alludevano al liquido seminale. Fu uno scandalo. Il libro venne ritirato.
Crowley proseguì con opere gotiche, ispirate all'immaginario dell'esoterismo ma anche alla letteratura gotica. Tornano in libreria I racconti della bestia (Alcatraz, pagg. 172, euro 16; traduzione di Gianluca Venditti e Jacopo Corazza; in libreria dal 22 agosto). Il volume è introdotto da una leggenda dell'heavy metal, Steve Sylvester, cantante e fondatore dei Death SS. Band italiana che si è fatta giustizia all'estero.
Nei racconti c'è del buono e del meno buono. Qualche sghiribizzo esoterico, qualche racconto nero, qualche perfetta fusione dei due aspetti. In Al bivio, dietro la storia di due maghi impegnati a distruggersi reciprocamente attraverso donne fatali, Crowley racconta, senza troppi filtri, la sua rivalità con il grande poeta irlandese William Butler Yeats. Entrambi facevano parte di una setta molto influente, la Golden Dawn. Yeats voleva impedire a tutti i costi l'ascesa di Crowley ai gradi più alti del tempio. Il poeta ne uscì sconfitto, anche in seguito ad alcune esperienze esoteriche (visioni) sconvolgenti. Quest'aspetto di Yeats, in realtà decisivo per capirne i versi, non è noto a tutti. Eppure l'editore Adelphi si è premurato di stampare tanti testi esoterici di Yeats. Crowley fu poi la rovina della Golden Dawn e si affiliò a un'altra setta, l'Ordo Templi Orientis, ancora esistente in tutto il mondo.
Il furto della signora Horniman è quasi un giallo tradizionale. Il cacciatore di anime invade il territorio di Mary Shelley e del suo Frankenstein. La violinista riesce forse a fondere tutto quanto in un perturbante racconto gotico, pieno di dettagli esoterici e segnato da un romanticismo decadente.
Crowley vendeva i racconti alle riviste.
Per lui erano una fonte di guadagno tutto sommato poco impegnativa. Nel frattempo, scriveva opere impegnative come Il libro della legge, realizzato sotto dettatura del demone Aiwass in una stanza della Cairo degli antichi dei.
sabato 4 aprile 2026
Il mistero della Pietra del Destino su cui vengono incoronati i Re d’Inghilterra
tratto da "Il Giornale" del 17 giugno 2025
La storia leggendaria e gli enigmi della Pietra del Destino, usata durante l’incoronazione di Carlo III
di Francesca Rossi
La Pietra del Destino è tornata sui giornali grazie all’incoronazione di Carlo III, avvenuta il 6 maggio 2023. Si tratta, infatti, di un reperto storico fondamentale per la cerimonia ufficiale d’insediamento dei sovrani britannici. Prima dell’ascesa al trono di Sua Maestà venne trovata sulla pietra una strana incisione, il cui significato non venne immediatamente compreso. Studi successivi avrebbero consentito la formulazione di un’ipotesi piuttosto attendibile che, però, porta con sé altre domande.
“Stone of Scone”
Una specie di parallelepipedo di arenaria rossa da 152 chili, che misura 66 centimetri per 41, ci dice l’Enciclopedia Britannica. Così si presenta la Pietra del Destino, conosciuta anche come Pietra di Scone, dal villaggio scozzese omonimo in cui venne ritrovata, o Pietra dell’Incoronazione. Infatti su di essa, nel Medioevo, veniva adagiato il trono dei sovrani scozzesi che stavano per essere incoronati, una tradizione che continua ancora oggi, ma con i Re d’Inghilterra.
La storia di questa pietra si fonde con la leggenda: il patriarca biblico Giacobbe la “usò come cuscino” mentre si trovava a Betel (una città antica, ormai scomparsa, nella Palestina centro-meridionale), raccontano il Times e il sito della Christian Heritage Edinburgh. Proprio mentre riposava ebbe una visione angelica. Secondo altre versioni la pietra appartenne anche a Mosè nel periodo in cui portò gli ebrei fuori dall’Egitto, liberandoli dalla schiavitù.
Altre leggende sostengono che la pietra sarebbe stata spostata in Medio Oriente, poi in Sicilia, in Spagna e infine portata a Tara, in Irlanda, nel 700 a.C. Nel 500 d.C. il leggendario Re irlandese Fergus Mór la portò in Scozia. Tuttavia non è detto, come precisa il sito WorldHistory.org, che si tratti della stessa pietra che conosciamo oggi. Purtroppo non ci sono date certe, né la possibilità di verificare le storie relative al presunto viaggio per il mondo della pietra.
A complicare ulteriormente la questione, sostiene ancora il sito, ci sono dei resoconti di epoca medievale che parlano non di una semplice pietra, bensì di un trono fatto di pietra. Non possiamo escludere che i cronisti si riferissero a un altro simbolo regale che, forse, non è arrivato fino a noi. Del resto l’esistenza di un trono in pietra non collimerebbe con il resto della storia della Stone of Destiny. Oppure ciò che vediamo oggi potrebbe essere stata una parte dell’antico trono. Ricostruirne la cronologia e i fatti con esattezza è, al momento, impossibile.
In ogni caso la pietra sarebbe stata usata durante le incoronazioni già quando era ancora a Scone (anche in questo caso, però, un’altra versione dei fatti sostiene che la Stone of Destiny non sarebbe stata trovata a Scone, ma vi sarebbe stata portata nell’843 dal Re celtico Kenneth MacAlpin). Per la precisione sembra venisse, incastonata, inserita nel trono (altro dettaglio che sarebbe in contraddizione con l’idea di un intero trono di pietra, a meno che il presunto trono originario non fosse già andato perduto, ma si tratta solo di supposizioni). Non è escluso, come riporta WorldHistory.org, che venisse usata addirittura come altare. L’ultimo Re scozzese che venne intronizzato sulla Stone of Scone fu John II de Balliol (1250 circa-1313 circa) il 30 novembre 1292.
Settecento anni di incoronazioni
Nel 1296 Edoardo I d’Inghilterra (1239-1307) invase la Scozia e sottrasse la pietra da Scone, insieme alla corona e allo scettro scozzesi e al St. Margaret Black Rod. La Stone of Destiny venne portata all’Abbazia di Westminster. Un gesto provocatorio, per dimostrare il suo potere sul Paese, che considerava una sorta di periferia del suo regno. Nel 1307 Edoardo I diede ordine di costruire un trono sotto al quale poter inserire la pietra, ovvero la Coronation Chair, dedicata, spiega il sito di Westminster Abbey, a Edoardo Il Confessore (1002-1066). La presenza della pietra doveva essere una sorta di legittimazione per i sovrani inglesi a fregiarsi anche della Corona di Scozia.
Per settecento anni Re e Regine sono stati incoronati sulla Stone of Scone, ma gli scozzesi non si rassegnarono mai alla sua perdita. Il giorno di Natale del 1950 quattro studenti nazionalisti riuscirono a entrare nell’Abbazia di Westminster e a riprendere la pietra, riportandola in Scozia, ad Arbroath Abbey. L’Inghilterra ne ottenne la restituzione dopo tre mesi. Tuttavia l’accaduto fece emergere definitivamente il malcontento degli scozzesi, suscitando dibattiti e polemiche. Alla fine i contendenti raggiunsero un compromesso: la pietra sarebbe tornata in Scozia, ma agli inglesi sarebbe stato concesso di prelevarla in occasione delle incoronazioni.
Così fu. Il 30 novembre 1996 (giorno di Sant’Andrea, patrono di Scozia), come riporta Christian Heritage Edinburgh, dopo la processione dal Palazzo di Holyrood alla St. Giles’ Cathedral e la cerimonia religiosa, la Pietra del Destino venne portata al Castello di Edimburgo.
Come riporta Sky.com nel novembre 2023 il ventiduenne membro del gruppo “This is Rigged”, Joe Madden, che protestava per gli effetti della crisi economica insieme ad altri giovani attivisti, colpì la teca che conteneva la Stone of Destiny con un martello, una pietra e uno scalpello, causando tremila sterline di danni. Madden venne condannato a dodici mesi di lavori socialmente utili e a centottanta ore di lavoro non retribuito. Dal marzo 2024 la Pietra di Scone è in mostra permanente al museo di Perth.
L’iscrizione
Prima dell’incoronazione di Carlo III, avvenuta il 6 maggio 2023, venne realizzata una copia in 3D della Stone of Destiny, in modo da poterla esaminare meglio e da diverse angolazioni, spiega il Daily Mail. I risultati degli studi furono davvero interessanti. Ewan Hyslop dell’Historic Environment Scotland (HES), esperto di scienze climatiche, dichiarò: “…La pietra è stata lavorata in maniera piuttosto grossolana da più di uno scultore, con un certo numero di strumenti diversi, come ipotizzato in precedenza”.
Inoltre delle tracce rilevate ai raggi X farebbero supporre che la Stone of Scone sarebbe venuta a contatto, nell’arco della sua lunga storia, con un oggetto fatto in bronzo o in ottone. La scoperta più misteriosa, però, riguarda l’iscrizione di un numero romano, il “XXXV” (35). Gli studiosi non riuscirono a capire subito cosa significasse questa incisione, né il motivo per cui venne realizzata. Non sembrava esservi neppure la speranza di risalire all’autore. Nel gennaio 2025, però, il Daily Mail ha riportato un’ipotesi formulata da Sally Foster, archeologa della Stirling University.
La ragione della misteriosa incisione, sostiene la studiosa, sarebbe collegata agli eventi del Natale del 1950. Durante il furto, infatti, la Pietra del Destino sarebbe stata danneggiata. A dirigere i lavori di restauro fu, nel 1951, lo scultore e politico scozzese (entrato nel National Party of Scotland nel 1928) Robert Gray (1895-1975). Durante le fasi di riparazione questi avrebbe numerato trentacinque pezzi che componevano il blocco di arenaria originale, ovvero trentaquattro frammenti e la parte più grande, da 152 chilogrammi (cioè la trentacinquesima, la Pietra del Destino usata nelle incoronazioni). Sarebbe stato proprio Gray, dunque, a scrivere il numero “XXXV” sulla pietra. La professoressa Foster ne è certa, ma al Daily Mail puntualizza: “Naturalmente non posso provarlo, ma cos’altro potrebbe essere?”.
I misteri di Robert Gray
La supposizione della professoressa Foster non risolve del tutto il mistero. Anzi, per certi versi lo complica, facendo emergere ulteriori dubbi: Gray non avrebbe mai rivelato quanti fossero in totale i frammenti numerati. Gli studiosi suppongono che la Stone of Scone sia l’ultima parte del blocco originario, anche perché è la più grande, ma non è detto che le cose stiano così.
Stando alla Bbc alcune parti sarebbero finite in collezioni private. Il Daily Mail e ancora la Bbc ricordano che uno dei frammenti sarebbe stato donato all’ex primo ministro scozzese Alex Salmond nel 2008 e ora sarebbe custodito nella sede dello Scottish National Party. Secondo una delle ipotesi, mai dimostrate, relative alla sorte di eventuali frammenti mancanti, sarebbe stato proprio Gray a prelevare alcuni pezzi e a donarli.
C’è anche un altro problema: nella pagina dedicata alla pietra sul sito della Stirling University Sally Foster ricorda che nel 1929 Robert Gray avrebbe realizzato due copie della Stone of Destiny. Per questo qualcuno teme che durante i lavori di restauro lo scultore scozzese possa aver sostituito la pietra originale con una delle copie, una sorta di rivalsa sugli inglesi. La teoria è avvincente, ma non suffragata da fatti.
A proposito del significato del numero romano inciso sulla Stone of Destiny l’Historic Environment Scotland ha un atteggiamento molto più cauto. Un portavoce dell’organizzazione, citato dal Daily Mail, afferma: “Non sappiamo con sicurezza quando furono realizzate queste incisioni sulla pietra, né cosa vogliano dire. Benché siano numeri romani, ciò non significa necessariamente che risalgano all’epoca romana. L’aspetto dell’iscrizione e il fatto che non sia stata precedentemente rilevate suggerisce che potrebbero essere state incise in un periodo più recente. Ci auguriamo che questo diventi un ambito di ulteriore ricerca”.
La storia della Pietra del Destino, fusa con le leggende e gli enigmi non ancora risolti, non fa altro che accrescere il fascino misterioso della Corona inglese. Rafforza, di riflesso, il magnetismo di quei luoghi, dalla Scozia all’Inghilterra, che hanno fatto da sfondo a una narrazione secolare in parte ancora ignota.







