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martedì 6 gennaio 2026

Lovecraft, i mostri peggiori sono nascosti tra poesie e lettere

tratto da "Il Giornale" del  3 agosto 2025

Nelle liriche e nell'immenso epistolario tutte le angosce e le inquietudini del "Solitario di Providence"


di Luigi Mascheroni


Come le terrorizzanti creature che affollano il suo mostruoso pantheon, l'opera di H. P. Lovecraft (1890 - 1937) è sfuggente, multiforme e tentacolare. In una parola, weird. Tra i più grandi dilettanti di talento del proprio secolo, autodidatta e Solitario, massacrato dalla critica in vita e autocritico fino alla morte (era raramente soddisfatto delle sue cose), il «Sognatore di Providence» viveva per scrivere: romanzi e centinaia di racconti, articoli per giornali e riviste, saggi di critica letteraria ma anche - produzione considerata secondaria e rimasta sempre marginale - moltissime poesie (oltre cinquecento componimenti, da brevi sonetti a lunghi poemi) e un corpus epistolare che non ha eguali nell'intera storia della letteratura: si vocifera di qualcosa come centomila lettere inviate ad amici e colleghi scrittori nell'arco di una breve esistenza (47 anni), di cui solo un migliaio sono state pubblicate mentre il resto è ancora inedito.

Ed è proprio sulle poesie e le lettere che si concentra ora l'editoria italiana, facendoci conoscere un Lovecraft meno consueto e più sorprendente. Ed ecco una monumentale antologia del Lovecraft poeta: Canti dall'altrove. Poesie e scritti del Maestro di Providence (Il Palindromo, pagg. 475, euro 25; saggi introduttivi e traduzioni di Pietro Guarriello e Emilio Patavini; cronologia della vita di Gianfranco de Turris e Sebastiano Fusco, cioè il meglio che c'è in circolazione in materia) e, sul fronte epistolare, il volumetto Potrebbe anche non esserci più un mondo (Adelphi, pagg. 160, euro 14) composto da una sola lettera, probabilmente la più lunga mai scritta da Lovecraft, «70 pagine tonde», datata 9 novembre 1929 e indirizzata all'aspirante scrittore Woodburn Prescott Harris, lettera selezionata dal curatore Ottavio Fatica per l'ampiezza dei temi trattati e per la sua completezza che ne fa una sorta di autobiografia intellettuale.

Intendiamoci. Né tutte le poesie né di certo tutte le lettere sono attraversate dai mostri provenienti da altre dimensioni che popolano l'immaginario lovecraftiano: i Grandi Antichi, semi-uomini e entità aliene. Ma molte di quelle pagine sembrano velare le angosce e le inquietudini che alimentano l'orrore cosmico in cui si immergono le storie fantastiche del Maestro di Providence. E poi, certo, qui dentro c'è anche l'altro Lovecraft: il gentiluomo d'altri tempi (il quale, avendo potuto, avrebbe scelto di vivere nel '700 inglese), il lettore vorace (studiava filosofia, storia antica, economia, scienze politiche, sociologia...), il conversatore che discute con competenza i problemi della società contemporanea (che disprezza) e che possiede un verso per ogni occasione. Ed ecco le sue poesie politiche e patriottiche, le satire e le parodie antimoderniste, le poesie autobiografiche e - certo - i poemi fantastici e dell'orrore, come Il Simulacro, o La Voce, o Il Messaggero, racconti in versi in cui, fra arcaismi e enjambement, emergono miti pagani, esseri soprannaturali, oscure visioni, luoghi spettrali, incubi e follia... Aspetto da non sottovalutare:

Lovecraft ambiva a essere prima di tutto poeta, ma capì presto di non avercela fatta. Già nel 1918 in una lettera liquidava i suoi versi come «una massa di robaccia mediocre e miserevole».

E a proposito di lettere. Quella fluviale indirizzata all'amico scrittore - che potrebbe essere qualsiasi suo lettore - contiene elementi straordinari per conoscere il Lovecraft di buon senso che abita questo mondo e non «altre» dimensioni. Nella cavalcata lunga 70 pagine, e costata una settimana di lavoro, parla dello squallore della civiltà moderna, a lui sempre più estranea, «una barbarie basata sul benessere fisico anziché sulla superiorità mentale», in balia delle macchine, dell'ostentazione della ricchezza e dell'individualismo. Spiega perché non si fida della democrazia (il suo ideale è una nazione guidata da un'élite illuminata in grado di tenere vive le tradizioni culturali e garantire il benessere anche alle classi meno elevate). Si lancia in un elogio della letteratura inglese. Si inoltra in una lunga divagazione sull'amore romantico e l'amore sessuale nel mondo antico e moderno (era convinto che il matrimonio sarebbe presto sparito...). Si concede un paio di scivolate razziste. E alla fine sprofonda nell'abisso più profondo del nichilismo.

«Lo stramaledetto cosmo non fa che proseguire per la sua strada, come predeterminata dall'eternità, senza prestare attenzione ai desideri di quegli organismi coscienti che di quando in quando possono affiorare in via del tutto trascurabile su qualcuno dei suoi atomi materiali».

Che è puro Lovecraft.

venerdì 21 novembre 2025

“Sculptus in Tenebris” (2001), di H. P. Lovecraft: quando anche un saggio diventa raro

in collaborazione con l'autore Simone Berni

tratto da: https://www.cacciatoredilibri.com/sculptus-in-tenebris-2001-di-h-p-lovecraft-quando-anche-un-saggio-diventa-raro/


“Sculptus in Tenebris”: L’opera che scolpisce Lovecraft nella tenebra

 Segnalazione di Emanuele Varone

 


Se siete appassionati del lato oscuro della letteratura, e in particolare dell’universo lovecraftiano, c’è un libro che non potete lasciarvi sfuggire: Sculptus in Tenebris. Saggi e iconografia lovecraftiana. Pubblicato nel 2001 da Nuova Metropolis Edizioni di Milano, questo volume è molto più di un semplice omaggio a Howard Phillips Lovecraft. È un ritratto intellettuale e visivo, quasi una scultura narrativa che plasma il mito dello scrittore di Providence nelle pieghe più insondabili del terrore e del sogno.

 

Un’antologia che scolpisce l’ignoto

Curato da Michele Tetro, critico noto per i suoi approfondimenti sul cinema fantastico, Sculptus in Tenebris offre un insieme di saggi critici e una ricca iconografia sull’universo lovecraftiano. L’obiettivo è ambizioso: intrecciare analisi letterarie sui temi cosmici e onirici di Lovecraft con indagini sull’influenza delle correnti artistiche del Novecento, come simbolismo e surrealismo. La parte iconografica è un fiore all’occhiello, con illustrazioni ispirate ai Miti di Cthulhu, opere di artisti italiani e internazionali, documenti d’archivio e fotografie a colori.

Il titolo in latino, che potremmo tradurre come “scolpito nelle tenebre“, è un richiamo ironico e colto all’arte come tentativo di dare forma all’indicibile, un tema centrale nella visione lovecraftiana.


 La rarità e il valore per i collezionisti

Il volume è oggi fuori catalogo e può essere trovato soprattutto in mercatini dell’usato, su piattaforme di librerie specializzate come Delos Store, eBay, AbeBooks o in circuiti collezionistici. Il valore di mercato è in crescita costante, motivo per cui rappresenta un piccolo gioiello per appassionati di Lovecraft e studiosi del weird. Chi lo possiede sa di avere tra le mani non solo un libro, ma un pezzo di culto per la critica letteraria specialistica italiana inizi Duemila.


Dove cercarlo e come riconoscerlo

Per reperire questo volume è consigliabile puntare su librerie antiquarie o siti online specializzati nella narrativa fantastica e horror. Date le caratteristiche della sua produzione, è raro trovarlo in condizioni perfette, ma le copie con copertina integra e sovraccoperta sono particolarmente ambite. In un mercato che premia l’unicità e l’edizione curata, possedere Sculptus in Tenebris significa avere accesso a un repertorio di studi e immagini che non solo approfondiscono la figura di Lovecraft, ma ne ampliano la mitologia estetica e culturale. Un acquisto da veri cacciatori di libri, per chi ama esplorare il lato oscuro della letteratura con rigore e passione.


mercoledì 31 luglio 2019

Lovecraft? Un vero giapponese

tratto da Il Giornale del 05/02/2019

di Luca Gallesi

Divinità oscure fra shintoismo e manga: il successo del re dell'horror

Howard Phillips Lovecraft (1890-1937) è ormai unanimemente considerato il più importante autore moderno del genere horror, la cui opera, lui vivo, fu invece quasi trascurata da critici e lettori.

Maestro riconosciuto anche di Stephen King, il «solitario di Providence» è diventato, a partire dalla metà del secolo scorso, una vera e propria icona, oggetto di culto non solo di schiere di lettori o scrittori, ma anche di registi, pittori, musicisti, autori di fumetti e creatori di videogiochi. Lo dimostra efficacemente Lovecraft e il Giappone. Letteratura, cinema, manga, anime, una raccolta di saggi curata da Gianluca Di Fratta e pubblicata dalla Società editrice La Torre (info@editricelatorre.it, pagg. 200, euro 18,50).

Come giustamente sottolinea nella sua introduzione il decano dei lovecraftiani nostrani, Gianfranco de Turris, il Giappone, grazie alla sua peculiare cultura e alla sua rutilante mitologia, è stato un terreno particolarmente fertile per il dilagare della cosmologia di Lovecraft. Le sue oscure, ancestrali e malvagie divinità, da un lato ricordano il pantheon shintoista, e dall'altro si adattano perfettamente al popolare universo virtuale di videogiochi e fumetti made in Japan. Dalla fine della Seconda guerra mondiale, quando le truppe americane di occupazione stanziate in Giappone hanno diffuso le edizioni tascabili e gratuite dei racconti di Lovecraft stampate per l'esercito Usa, l'interesse per HPL, come è conosciuto dai suoi fan, è andato crescendo esponenzialmente. Ha ispirato innumerevoli produzioni cinematografiche o realizzazioni di giochi virtuali, anche se quello letterario rimane il campo d'elezione, come dimostra, ad esempio, l'ammirazione espressa da un grande scrittore come Haruki Murakami, a cui «Lovecraft ha aperto un suo diverso personale abisso e lo ha spinto dentro», e per il quale «l'esistenza di Lovecraft rappresenta un ideale», ideale esplicitamente citato nella trilogia 1Q84.

Nonostante il titolo, il libro non tratta esclusivamente dell'influenza di Lovecraft nel paese del Sol levante, ma approfondisce anche temi letterari «alti» (sempre che la stantia divisione tra cultura «alta» e «bassa» valga ancora), come, ad esempio, l'insospettabile similitudine tra T.S. Eliot e H.P. Lovecraft tracciata dall'anglista Gino Scatasta nel suo intervento su «Lovecraft e la tradizione». Oppure, si fa riferimento all'influenza esercitata dall'autore dei Miti di Cthulhu sul cinema europeo e americano, tema sviluppato dallo scrittore e sceneggiatore Antonio Tentori, che, riprendendo la celebre citazione lovecraftiana: «Non è morto ciò che in eterno può attendere» dimostra come la fama postuma di HPL lo abbia consegnato all'eternità.

sabato 23 giugno 2018

Città in rovina, riti, mostri. Le visioni di Lovecraft, il prigioniero dei sogni

tratto da Il Giornale del 24/11/2017

Raccolte tutte le incursioni dello scrittore nel Regno dell'onirico: qui nacquero le sue storie

di Gianfranco de Turris

Il sogno più impressionante che secondo me fece Howard Phillips Lovecraft (1890-1937) nella sua quarantennale carriera di Sognatore è quello raccontato a J. Vernon Shea in una lettera del 4 febbraio 1934, a tre anni dalla morte.

Il più impressionante e inquietante non per ciò che descrive che è assolutamente «normale», ma per il sogno in sé, dato che porta alle estreme conseguenze quel «sogno dentro un sogno» della famosa poesia del suo maestro Edgar Allan Poe. Quanto HPL descrive, infatti, è una sequenza di sogni per così dire a strati, uno dentro l'altro come fossero scatole cinesi, ben cinque prima di svegliarsi, anzi prima di essere veramente sicuro di essere sveglio e di non stare continuando a sognare credendo al contrario di essere infine desto.

Il sogno inizia con la visione di una città «decadente» e «in rovina»; il risveglio avviene in una stanza dove il sole entra da una finestra situata sulla parete ad est, ma si rende conto Lovecraft quella è invece la camera della sua vecchia casa di Angell Street e non di quella dove lui da poco abita in College Street; altro tentativo di destarsi: stavolta la stanza è in penombra, sembra quella giusta, ma non è così: la finestra è sempre ad est e non è assolata dato che, ricorda Lovecraft, nel 1913 venne costruito proprio lì davanti un edificio che impediva la luce diretta; al nuovo disperato sforzo di uscire dal sonno, viene preso da «un vortice che dissolve tutto il mondo visibile», poi pian piano le cose riprendono i loro contorni e HPL si rende conto di essere finalmente nella sua camera di College Street dato che questa volta il sole splende dalla finestra a sud e non più a est, ma la certezza dura poco in quanto tutto sfuma in un «grigiore diffuso»; al quarto spasmodico tentativo di svegliarsi per davvero, la finestra è sempre a sud ma non splende il sole bensì il lucore di un lampione stradale: HPL si alza, sono le quattro del mattino, va in bagno e poi in biblioteca, si rimette a letto e sogna la casa di Angell Street; si ridesta quattro ore dopo, alle otto del mattino, ma, scrive a Shea, non sapendo se è veramente sveglio si alza solo alle quattro del pomeriggio.

Questa odissea onirica, questa «incertezza che viene dai sogni» come avrebbe detto Roger Caillois, questo viaggio attraverso cinque «strati di sogni» (tema reso assai popolare dall'affascinante Inception, del 2010, del regista Cristopher Nolan) è assai più terribile delle città abbandonate, delle paludi infette, degli ambienti inquietanti, dei preti malvagi, dei ferrovieri senza volto, delle mostruosità intraviste negli altri sogni riuniti nel presente libro: qui tutto è banale normalità, stanze familiari, cose note, e l'angoscia deriva solo dal non sapere bene se ancora si sta sognando oppure se ci si è finalmente destati. Si potrebbe dire che si sia trattato di uno di quelli che sono stati definiti dagli psicologi «sogni lucidi», dove per capire la situazione (sogno o son desto?) si fa riferimento a cose familiari come gli orologi o i calendari, qui per HPL (che di questa teoria non sapeva nulla) una finestra che non sta dove dovrebbe stare. I sogni, le fantasticherie, gli incubi qui raccolti in maniera pressoché completa ed esaustiva non soltanto provano la giustezza dell'appellativo di Sognatore di Providence che da sempre si dà a Lovecraft, ma anche che, proprio come nella sua narrativa, in genere l'orrore, l'angoscia, il disagio, la paura non nascono da una visione diretta, ma quasi sempre da qualcosa d'indiretto, d'intravisto, di accennato, di semplicemente immaginato: una sensazione, un'atmosfera, un paesaggio, e da come HPL li seppe descrivere trasmettendo tutto questo al lettore grazie a parole e aggettivi. E anche le poche volte in cui gli orrori sono chiaramente espressi i night gaunts, la Cosa sul campanile, il mostruoso conducente tentacolato del treno rimandano sempre a un che di ancestrale, indefinito, non meglio precisato, in ogni caso inspiegabile. Qualcosa d'immensamente antico, d'infinitamente malvagio. HPL lo fece sempre: qui ai semplici destinatari delle sue missive, ma poi ai lettori dei suoi romanzi, racconti, poesie, che dai sogni prendono spunto, e non soltanto da quelli trasposti direttamente in forma narrativa, ma in genere da tutti, in quanto in ciò che scrisse le linee seguite sono sostanzialmente sempre le stesse.

Quel che colpisce di più, leggendo questa serie di sogni uno di seguito all'altro, è come essi fossero materia quasi preformata e pronta all'uso: certo, alcuni sono caotici, ma altri hanno un inizio, uno sviluppo e una conclusione, nonostante il Sognatore si lamenti della loro incoerenza («La trama dev'essere preponderante rispetto all'atmosfera, altrimenti la storia degenera in semplice fantasticheria», scrive a Rheinhart Kleiner l'11 giugno 1920). Non è così, e non solo rispetto a quello veramente straordinario e in sé unico che fu il «Sogno Romano» sviluppatosi sul piano onirico per tre giorni di seguito, ma anche molti altri.

Questo libro - Oniricon. Sogni, incubi e fantasticherie (Bietti) - unico nel suo genere anche se trae spunto da un volumetto americano, ci permette finalmente di comprendere H. P. Lovecraft «produttore» (o «facitore») di sogni e di racconti sui sogni nel suo complesso. Lo si deve a Pietro Guarriello, il maggiore conoscitore e collezionista italiano del nostro Autore, che ha strutturato l'antologia riunendo praticamente tutte le lettere in cui HPL parla dei sogni e di quel che pensa dei sogni, poi i racconti noti e ignoti che da essi vennero tratti, il tutto accompagnato da un'incredibile serie di annotazioni e spiegazioni: fonti, personaggi, riferimenti mitici, richiami ad altre storie, bibliografie. Di più non si potrebbe chiedere. A corredo finale, un saggio che illumina il lettore sul retroterra dell'attività onirica lovecraftiana dovuto al neuropsichiatra Giuseppe Magnarapa.