martedì 1 aprile 2025

UN DIO MACCHINA PER DISTRUGGERCI

tratto da "L'Opinione" del 10 maggio 2023

di Dalmazio Frau


La più alta forma di letteratura narrativa è quella che riguarda il “Fantastico”, un genere che contiene molti altri sotto-generi tra i quali quello che ci interessa in questa occasione, ovvero la Fantascienza che, non a caso, i francesi chiamano “narrativa d’anticipazione”. Sì, perché è caratteristica del genere quella di precorrere i tempi, a volte in maniera positivista e utopica, altre in modo negativo, inquietante e distopico. Gli esempi che potrei portare sono innumerevoli, ma mi limiterò ad alcuni tra i più noti, anche al vasto pubblico in campo cinematografico, in una breve carrellata non esaustiva, che ha per tema centrale l’attuale e molto discussa “Ai” ovvero l’“Intelligenza artificiale”.


Innanzitutto, dimenticatevi le famose e superate “tre leggi della robotica” postulate da Isaac Asimov, già da tempo neglette da un grandissimo romanziere come Frank Herbert, il creatore di Dune, al quale rimando i meno pavidi per capire cosa sia una civiltà delle macchine pensanti e il successivo “jihad butleriano”… perché è un bel salto su un futuro che sta correndo ad alta velocità verso il nostro presente.


Passiamo al cinema, che forse è più semplice per molti, magari meno adusi alla lettura. Di certo ricorderete 2001 Odissea nello Spazio, nel quale il computer Hal9000 diviene senziente al punto di uccidere gli astronauti che avrebbe dovuto guidare, o ancora l’intelligenza artificiale della Valley Forge in Silent Running, per poi andare al computer di bordo, “Madre”, dell’astronave Nostromo del primo Alien che dirige apposta il suo equipaggio verso la morte che li attende sul pianeta Acheron.


Vi do altri esempi ancora: uno è il “Pensante”, il computer centrale del mondo nuovo di Logan, ne la Fuga di Logan, dove la vita umana è regolata sui trent’anni – ventuno nello straordinario libro omonimo – e poi gli “apocalittici” War Games, Giochi di guerra del 1983, diretto da John Badham, nel quale viene detto tra le tante frasi “preveggenti”: “McKittrick, questi computer ci forniscono all’istante i dati sulla situazione mondiale: movimenti di truppe, collaudi di missili sovietici, mutamenti atmosferici. Tutto confluisce in questa stanza e poi in quello che noi chiamiamo il computer Wopr”. O anche “bello quando avete colpito (con i missili, durante il gioco) Las Vegas. Giusto finale biblico per quel posto, non trovate?”.


Il secondo che vado a ricordarvi è Terminator 2 - Il Giorno del Giudizio, del 1991, sceneggiato, prodotto e diretto da James Cameron. L’incipit del film è il seguente: “Tre miliardi di vite umane si spensero il giorno 29 agosto del 1997. I sopravvissuti dell’olocausto nucleare chiamarono quella guerra il giorno del giudizio. E sopravvissero solo per affrontare un nuovo incubo, la guerra contro i robot. Il computer che controllava i robot, Skynet, inviò due Terminator a ritroso nel tempo”. E il seguente dialogo tra Sarah Connor e il Terminator “buono”: “Terminator: fra tre anni la Cyberdyne diverrà fornitrice di sistemi informatici militari. Tutti i bombardieri Stealth verranno dotati di computer e saranno automizzati, il che significa che voleranno senza bisogno di equipaggio. Lo Skynet verrà finanziato ufficialmente. Il sistema entrerà in funzione il 4 agosto 1997. Il sistema di difesa prescinde dalle decisioni umane, Skynet comincerà ad autoistruirsi. Diverrà autocosciente alle 2:14 del giorno 29 agosto. Prese dal panico le autorità gli ordineranno di disinserirsi.


Sarah: Skynet non obbedisce.

Terminator: Già. E lancia i suoi missili contro i bersagli in Russia.

John: Perché attaccare la Russia? Non è amica nostra adesso?

Terminator: Perché Skynet sa che il contrattacco russo eliminerà i suoi nemici da questa parte”.


Infine, ma non certo minore, anzi, forse il più preveggente di tutti, è Matrix del 1999, il cyberpunk scritto e diretto dagli allora fratelli Andy e Larry Wachowski nel quale Morpheus dice a Neo: “Questo è Struttura, il nostro programma di caricamento. Possiamo caricare di tutto: vestiti, equipaggiamento, armi, addestramento simulato. Tutto quello di cui abbiamo bisogno”. E ancora: “Matrix è un sistema, Neo. E quel sistema è nostro nemico. Ma quando ci sei dentro ti guardi intorno e cosa vedi? Uomini d’affari, insegnanti, avvocati, falegnami… le proiezioni mentali della gente che vogliamo salvare. Ma finché non le avremo salvate, queste persone faranno parte di quel sistema, e questo le rende nostre nemiche. Devi capire che la maggior parte di loro non è pronta per essere scollegata. Tanti di loro sono così assuefatti, così disperatamente dipendenti dal sistema, che combatterebbero per difenderlo”. Infine, l’Agente Smith dice a Morpheus: “Tu sapevi che la prima Matrix era stata progettata per essere un mondo umano ideale? Dove non si soffriva, e dove erano felici tutti quanti, e contenti. Fu un disastro. Nessuno si adattò a quel programma, andarono perduti interi raccolti. Tra noi ci fu chi pensò a… ad errori nel linguaggio di programmazione nel descrivere il vostro mondo ideale, ma io ritengo che, in quanto specie, il genere umano riconosca come propria una realtà di miseria e di sofferenza. Quello del mondo ideale era un sogno dal quale il vostro primitivo cervello cercava, si sforzava, di liberarsi. Ecco perché poi Matrix è stata riprogettata così. All’apice della vostra civiltà. Ho detto vostra civiltà di proposito, perché non appena noi cominciammo a pensare per voi diventò la nostra civiltà, e questa naturalmente è la ragione per cui noi ora siamo qui. Evoluzione, Morpheus. Evoluzione. Come per i dinosauri. Guarda dalla finestra: avete fatto il vostro tempo. Il futuro è il nostro mondo, Morpheus. Il futuro è il nostro tempo”.


Penso che, giunti a questo punto, abbiate un’idea abbastanza chiara di dove voglio “andare a parare”: sarà un gelido algoritmo quello che scatenerà la guerra nucleare e distruggerà il mondo dell’uomo?


Ne La Stampa di qualche giorno fa, fonte Dagospia, viene detto in un articolo di Alberto Simoni, che “nell’agosto del 2020 al Pentagono fecero un esperimento. Una simulazione di volo con combattimento fra uno dei piloti più esperti e un velivolo guidato dalla intelligenza artificiale sviluppata dalla Heron System. La macchina vinse cinque volte su cinque. Durante la simulazione in modalità “dogfight” (combattimento a distanza ravvicinata) il caccia della Ia era stato capace di mutare più volte tattica sino ad aver la meglio sul pilota”.


Se vi ricorda il film Stealth di qualche anno or sono, avete ragione, ma l’articolo continua: “Il Pentagono da oltre cinque anni ha un Joint Artificial Intelligence Center che valuta le possibili applicazioni dell’intelligenza artificiale in battaglia e gli esperti ritengono che ad oggi nessuno è ancora in grado di capire fin a dove la frontiera dell’Ia si spingerà, quali armi sarà in grado di sviluppare e soprattutto se sarà possibile mettere un freno a questo sviluppo. Alcuni armamenti operano già in un sistema automatico. Le batterie dei Patriot hanno una “modalità auto” che consente di sparare senza l'intervento umano. Tuttavia, gli stessi Patriot hanno la funzione “abort”: è un militare a disattivare tutto. Sono le evoluzioni (imprevedibili) a rendere necessario agli occhi Usa un controllo. Non ci sono ad oggi accordi internazionali sull’Ia. Lo sviluppo vorticoso della tecnologia rischia di generare un ambiente non controllabile sul campo di battaglia. L’intelligenza artificiale azzera quasi i tempi di decisione e questo potrebbe generare errori nei bombardamenti o creare incomprensioni e errori nel riconoscimento se non si captano falsi allarmi”.


Persino il sonnacchioso presidente Joe Biden, intervenuto qualche giorno addietro in un incontro alla Casa Bianca sul tema dell’Ai, ha sostenuto che questo strumento presenti “rischi enormi”; anche perché è evidente che un sistema elettronico senziente escluderà ovviamente qualsiasi intervento umano che, dettato da “irrazionale pulsione emotiva”, potrebbe interrompere una catena di comando distruttiva e autodistruttrice, voluta da un programma privo di emozioni e sentimenti.


Così, in questo sin troppo esteso – e me ne scuso – ma necessario articolo, l’Ai appare come un bene e un miglioramento soltanto in rarissimi e circoscritti casi e il mondo che fa presagire, soprattutto se applicata a sistemi bellici, non può certamente lasciare dormire sonni tranquilli a nessuno che sia ancora dotato del ben dell’intelletto. Leggete e guardate di più “Fantascienza”, dunque, se volete comprendere la realtà contemporanea, molto meglio di tanti trattati di sociologia, di politica e di altri verbosi pseudo saggi di finissimi intellettuali di destra come di sinistra. Leggete Goat Song di Poul Anderson e poi ne riparliamo, ma soprattutto pensate con le vostre teste, non con l’“intelligenza artificiale”!


Nota: Tutte le citazioni dei film riportati sono prese da Wikipedia, per mera comodità.



domenica 23 marzo 2025

Comunicazioni con l'aldilà, un'altra testimonianza

di Cavaliere Vermiglio


Vi porto una testimonianza di quella che comunemente viene accreditata come comunicazioni con i trapassati. Una signora molto anziana, oltre i novant'anni e rimasta vedova da anni, a un certo incomincia a dire ai familiari che deve preparare la cena al marito e di doverlo aspettare per cena. I familiari non hanno dato peso a quelle parole, pensando che fossero dettate dalla demenza. Dopo qualche giorno, meno di una settimana, la signora è morta e tutti hanno pensato che quelle allucinazioni non fossero altro che il marito che era venuto incontro alla moglie dall'aldilà. Semplice coincidenza? 

sabato 8 marzo 2025

La "Resurrezione" dell'altro Cristo spunta come un fiore

tratto da "Il Giornale" del 31 Ottobre 2024

Tre occidentali visitano la presunta tomba di Gesù. E trovano il cristianesimo delle origini

di Davide Brullo

Il momento più affascinante del romanzo accade quando il mite professor Quareshi spiega a Freddy, citazioni evangeliche alla mano, che «Gesù si è salvato dal supplizio della croce». Nello specifico, sarebbero stati Giuseppe d'Arimatea, Nicodemo «e il centurione Longino», a disarcionare Gesù dalla croce, a curarlo, insinuandone la morte, a sua difesa. Dopodiché, il Messia avrebbe continuato l'opera di predicazione in India, insieme a Tommaso, l'apostolo inviato a profetizzare in Mesopotamia e in Oriente (come racconta Eusebio di Cesarea). In Oriente, il nome di Gesù muta in Yuz Asaf, «guida dei guariti, perché a lui si riconosceva il dono miracoloso di sanare gli infermi». Seguono le prove del passaggio di Gesù in Afghanistan, Pakistan, Kashmir.

Pare di essere al cospetto di una leggenda ordita da Borges. In Atlas, il suo ultimo libro, il veggente sudamericano suppone che Alessandro Magno «non muore in Babilonia all'età di trentadue anni», ma si arruola come mercenario semplice tra i battaglioni dell'esercito mongolo. Qui, però, vista l'entità del soggetto e le sue conseguenze - il cristianesimo come lo conosciamo, amministrato in una liturgia della colpa e del giogo, sarebbe un'immane montatura - i fatti assumono altro rilievo: ci pare di sfigurare un segreto.


La mole di dati squadernati dal professor Quareshi a supporto della sua tesi impressiona. Gesù sarebbe affiliato ai Nazareni, «un gruppo monastico che aveva un credo e dei comportamenti rituali simili a quelli degli Esseni», affini ai Terapeuti, di cui scrive Filone di Alessandria nel De vita contemplativa. Questi asceti praticavano il digiuno, vestivano di bianco, si radunavano «il settimo giorno» per onorare Dio con canti e danze. Fuggiti dalle spire della vita cittadina, i Terapeuti, edotti nella guarigione dello spirito, si prefiggono di giungere a una «vita immortale e beata... tendono con tutte le forze alla visione dell'Essere e oltrepassano il sole sensibile pur non abbandonando mai questo loro posto» (così Filone). Abitano le sponde del lago Mareotide - o Maryut - presso Alessandria d'Egitto, spazio impossibile a chi non è addestrato alla contemplazione. In loro credeva perfino William Butler Yeats, il sommo poeta d'Irlanda, che cercò di fondere, attraverso il genio lirico, la sapienza orientale in quella ebraico cristiana: «Credo come credevano i vecchi saggi che sedevano sotto le palme, i banani o fra le rocce rese irraggiungibili dalla neve, mille anni prima della nascita di Cristo; credo come credevano i monaci del mare della Mareotide...».


Resurrezione di Zecchi

Ma qui rischio di andare per le mie vie. Resta da dire che il cuore del romanzo di Stefano Zecchi, Resurrezione (Mondadori, pagg. 244, euro 19), è il santuario di Roza Bal, la tomba in cui sarebbe sepolto Gesù. Presso Srinagar, è un luogo piuttosto squallido; o meglio, come scrive l'autore, «un posto così povero, umile, per custodire la storia grandiosa di chi non ha mai cercato gloria, onori, predicando amore». Lascio il lettore a smanettare su Wikipedia: scoprirà la setta degli Ahmadiyya e altri dati in quantità. A Zecchi - se non ho capito male - interessa tutt'altro, cioè sondare la genuinità del cristianesimo delle origini, che precede la costituzione di una chiesa, di un potere ecclesiastico, di una qualche coercizione.

Resurrezione, in sostanza, è un romanzo sapienziale, di quelli che in pochi, ormai, osano scrivere. Il libro è ambientato a Srinagar, appunto, e ruota attorno a tre personaggi, occidentali, diversamente infelici. A dispetto del titolo, tolstojano, il romanzo non ha a cuore la morale ma lo spirito; si sviluppa secondo una poetica affine a Goethe. Ciascun personaggio, cioè, raffigura un tipo: Delia, fotografa di guerra, è l'anima attiva; Freddy, il marito - a servizio di un matrimonio privo di ardore -, è l'anima contemplativa; Clara, la sorella di Delia, bellissima, ha un carattere anodino, sconfitto dalla noia, in disastro, «era la tipica persona che lo scrittore Milan Kundera avrebbe definito vandalo. Molto semplice, senza profondità da interpretare, trasparente nel modo di pensare e comportarsi, al punto da far credere a chi la conosceva per la prima volta che recitasse la parte dell'ingenua stupidina». Il viaggio in India - un'India che non ha i contorni della cartolina oleografica, ma i tratti della bella inquietudine - porterà i tre protagonisti a risorgere a se stessi. Tale percorso iniziatico non è esente da tragedie.

Zecchi non cede alle moine della narrativa d'intrattenimento: i dialoghi sono significativi, la finzione narrativa è via d'accesso al processo conoscitivo. Al lettore è chiesto di avventurarsi, di fiorire. In un libro che rimanda a tanti altri libri - quelli di Bruce Chatwin, quelli di Papa Ratzinger, ad esempio - l'immagine che si staglia su tutte è proprio quella dei fiori, «le vere aristocrazie della terra». I fiori, dice Freddy, durante un incontro all'apparenza mondano, «sono imprevedibili nel trovare i loro spazi per crescere oltre all'ordine che viene loro imposto. Hanno una propria vitale anarchia». Eludere l'ordine imposto, distinguere evanescenza da vanità, conferire maestà a ciò che è fragile: il fiore - come il tuono, come il fuoco - illumina, fugace.

Questo è un romanzo che impone il tema della bellezza - quella umilissima, invisibile, invisa -, che dà preminenza all'ascesi spirituale rispetto alle morgane della materia, della scienza - ed è, dunque, felicemente classico, fieramente reazionario.


Resurrezione Copertina rigida – 1 ottobre 2024
di Stefano Zecchi
Editore ‏ : ‎ Mondadori (1 ottobre 2024)
Lingua ‏ : ‎ Italiano
Copertina rigida ‏ : ‎ 240 pagine
ISBN-10 ‏ : ‎ 8804781092
ISBN-13 ‏ : ‎ 978-8804781097
Peso articolo ‏ : ‎ 630 g
Dimensioni ‏ : ‎ 15 x 2.5 x 22.7 cm

giovedì 27 febbraio 2025

"I velivoli del mistero" di Renato Vesco, un libro vintage sugli UFO

Rintracciato in una bancarella questo "I velivoli del mistero" di Renato Vesco, ufologo convinto della natura terrestre degli UFO. Renato Vesco era perito aereonautico ed è stato pilota nella seconda guerra mondiale. Era convinto che gli UFO fossero velivoli inglesi costruiti con i progetti trafugati al III Reich. Questa posizione lo aveva isolato dal resto della comunità ufologica italiana. Oltre a questo, Vesco ne aveva scritto altri due sullo stesso tema, tra cui "Intercettateli Senza Sparare. La Vera Storia Dei Dischi Volanti" che fu tradotto e pubblicato all'estero. Vi regaliamo alcune immagini del libro














sabato 8 febbraio 2025

SULLE ALCHIMIE PITTORICHE DI JULIUS EVOLA

tratto da L'Opinione del 21 maggio 2024


di Dalmazioe Frau(*)


In nessun altro campo dei suoi molteplici e profondi interessi, Julius Evola si è rivelato essere contraddittorio come in quello artistico. Contraddittorio verso sé stesso o verso i tanti, forse troppi, critici ed esegeti sorti soprattutto negli ultimi anni che invece non hanno sempre saputo cogliere alcuni passaggi significativi della produzione pittorica del più odiato “filosofo” italiano del Novecento? Se ancora molto ci sarebbe da dire e da scoprire sulle poche, relativamente poche dacché molte sono andate disperse, opere dipinte del Barone nero, ancora di più ci sarebbero da ripristinare alcuni dati inoppugnabili che collocano Evola non soltanto come il più importante – nonché unico – esponente del dadaismo italiano (seppur in ritardo sui tempi) ma come un “unicum”, un caso irripetibile che supera e trascende qualunque tentativo di categorizzazione e dunque di riduzione che miri a volerlo contenere in una determinata categoria artistica soprattutto se legata alle avanguardie novecentesche.

Partiamo da uno dei tanti opinabili punti: il tentativo di voler ricondurre e relegare la pittura evoliana allo schema obsolescente del già trascorso Movimento futurista. Tentare quest’operazione, ovvero sostenere che Evola fu “futurista” in quanto allievo di Giacomo Balla nel suo studio romano, sarebbe come affermare che Giotto di Bondone sia stato un pittore bizantineggiante e legato all’iconografia altomedievale in quanto allievo di Cimabue, oppure sostenere che Leonardo da Vinci sia stato non altro che il seguace pedissequo di Andrea del Verrocchio. I paragoni non sono impropri dacché Evola va pensato come un uomo della Rinascenza pagana e non soltanto come un nostro contemporaneo che avverte la “crisi del mondo moderno”. Crisi che egli ravvisa anche e soprattutto, forse, nell’arte, dopo il breve periodo nel quale di questa si occupa, sempre mantenendo una sorniona e distaccata ironia e il suo tipico, sarcastico senso dell’umorismo, che si traduce proprio in certe sue composizioni pittoriche.

Insomma, Evola si è preso gioco dei critici del suo tempo? Sarei propenso a ritenere di sì e anche che abbia continuato a farlo a lungo, persino durante la breve stagione del secondo dopoguerra nella quale riprese a dipingere, ripetendo opere già espresse. Evola fu un grande pittore? Tecnicamente no, l’uso delle velature appreso da Balla è spesso soltanto accennato a favore di un’irruenza di forme geometriche e di colori che rimandano alle dottrine filosofali d’oriente sino al pitagorismo, in una miscela decisamente “moderna” che consente all’artista di “cavalcare la tigre” e trasmettere di sé ciò che neppure lui conosce a colui che guarda in un oscuro messaggio iniziatico. Se Julius avesse realmente padroneggiato una tecnica pittorica tradizionale, il suo spirito sarebbe stato certamente più incline a manifestarla nell’ordine iconografico del “Realismo magico” del Gruppo Novecento.

Più intriganti sono decisamente i suoi “nudi”, legati a quella “metafisica del sesso” che tanti sopraccigli fece alzare per la sua peculiarità e profondità di analisi a quel tempo ben lontano dall’abbrutimento erotico attuale. Evola dunque non fu mai “futurista” anzi ne avversò il manifesto in maniera esplicita affermandone la sua natura “grezza” e se ne distaccò come non sarebbe potuto essere altrimenti e come egli stesso dichiarò nella sua autobiografia spirituale Il cammino del Cinabro. Le parole con le quali Julius pinctor definisce il fenomeno futurista non lasciano pertanto adito a dubbi, così come discutibile potrebbe essere l’accostamento della ricerca spirituale e mistica del Nostro, quando gli viene confrontato come quasi un suo parallelo, Vasilij Vasil’evič Kandinskij.

La spiritualità artistica dei dipinti di Kandisnkij è infatti totalmente diversa da quella eroica, alchemica, buddica e pagana rappresentata e al tempo stesso occulta, nelle opere di Evola. Insomma Evola non è un Kandinskij dimenticato nella Roma tra le due guerre, ma un caso talmente anomalo nel campo della storia dell’arte contemporanea da renderlo nel campo maestro, allievo e scuola a sé stante. La pittura evoliana, addirittura applicata alla decorazione e all’illustrazione, è pertanto anticipatrice in maniera preveggente di tutta una serie di rivoluzioni artistiche che vedranno la luce negli anni Sessanta del Novecento, con la Pop art e con la psichedelia, eppur nel contempo rimanendo fedele ai canoni della tradizione universale e perenne, immutabili come stella polare e altrettanto luminosi. Allora si renda omaggio a questo che fu un grande uomo che applicò il proprio ingegno con successo a molti differenti campi, pure restando fedele al grande silenzio che vuole l’artista scomparire, innominato e segreto, davanti alla propria opera, lasciando che i critici versino fiumi d’inchiostro mentre lui di certo ne ride, sogghignando e guardando la propria carovana passare verso il deserto più profondo.


(Da Fermenti n. 257, 2024)


(*) Tratto da Pagine Filosofali