venerdì 16 ottobre 2026

Enneagramma. I segreti (divini?) di un simbolo

tratto da "Il Giornale" del 03 ottobre 2025

L'enneagramma è usato come la chiave per la conoscenza di sé: saremo in grado, interagendo con le altre personalità a noi più vicine o più diverse, di avviare il processo evolutivo della nostra personalità

di Luca Gallesi

Esiste un'antica conoscenza esoterica che unisce Belzebù a Sant'Ignazio di Loyola, i dervisci sufi ai teologi gesuiti, la psicologia moderna al sapere tradizionale. Stiamo parlando di un simbolo misterioso, il cosiddetto enneagramma, ossia una circonferenza divisa in nove parti uguali, collegate da altrettante linee che scorrono in un determinato ordine all'interno del cerchio, a rappresentare il ventaglio di tutte le diverse personalità umane: i nove enneatipi e i ventisette sottotipi nei quali rientra ogni individuo. Non stiamo parlando di tipi psicologici statici, come quelli catalogati, ad esempio, dalla psicologia junghiana, ma di strutture dinamiche della personalità, che sono in continua evoluzione (o involuzione). Ne parlano due libri, il primo, L'enneagramma. Alla scoperta dei nove volti dell'anima (Ares, pagg. 352, euro 18), scritto da un francescano Usa, Richard Rohr, insieme con un teologo protestante, Andreas Ebert, e il secondo, La via dell'Enneagramma: psicologia e spiritualità (Mimesis, pagg. 544, euro 28), opera di un medico e scienziato laico, Franco Fabbro. A introdurre l'enneagramma in occidente fu G.I Gurdjieff. L'insegnamento esoterico di Gurdjieff mira a svegliare l'uomo dallo stato di sonno in cui è immerso. L'enneagramma è usato come la chiave per la conoscenza di sé: individuato quale dei 9 tipi è il nostro, saremo in grado, interagendo con le altre personalità a noi più vicine o più diverse, di avviare il processo evolutivo della nostra personalità. Nel libro dei cristiani Rohr e Ebert, l'enneagramma può essere utilizzato per accompagnare una maturazione spirituale, che si sviluppa lungo il percorso evolutivo delle nove personalità paragonate ai sette peccati capitali (più due: menzogna e timore). Per il laico Fabbro, invece, è lo stimolo per iniziare una via di guarigione e superare lo stato di ipnosi e di coma in cui ci troviamo in quanto esseri umani. Alla sua morte (1949) Gurdjieff ha lasciato alcuni scritti, tra i quali i Racconti di Belzebù a suo nipote, nel quale è facile individuare lo stesso autore nei panni di Belzebù. Il fatto che oggi, a raccogliere il suo messaggio ci siano anche sacerdoti e religiosi cristiani vuole farse significare che, se il diavolo faceva solo le pentole, sono arrivati anche i coperchi?

martedì 29 settembre 2026

Il tunnel di luce di Hieronymus Bosch

Di Marcel Fosca - Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=31496173


Il famoso quadro del "tunnel di luce", Ascesa all’Empireo, in cui le anime si dirigono verso un tunnel in cui in fondo si vede una luce accecante a rappresentare il paradiso, fa parte del polittico di Hieronymus Bosch denominato Quattro visioni dell’Aldilà custodito alle Gallerie dell'Accademia di Venezia.

Quando si parla delle cosiddette NDE, Near-Death Experiences, in italiano esperienze ai confini della morte o esperienze di pre-morte, si incontra spesso nei racconti di chi vive l'esperienza, il tunnel di luce. Per gli scettici è semplicemente un espediente della mente umana per accompagnare l'essere umano verso la morte, per altri un'esperienza dell'aldilà.

Il quadro di Bosch risale ai primi del Cinquecento ed è ispirato alla teologia medievale, alle visione dei mistici, ai manoscritti miniati in cui ricorrono illustrazioni del trapasso in cui gli angeli scortano l'anima nuda verso il cielo e infine alla letteratura medievale, come la Visio Tnugdali o il Tractatus de Purgatorio Sancti Patricii, in cui si descriveva il passaggio dell'anima dopo la morte attraverso cavità scure, imbuti o ponti stretti prima di sfociare nella luce paradisiaca.

Il tunnel di luce sembra una costante dell'esperienza umana e non un frutto di qualche suggestione moderna. Semplice visione consolatoria della mente umana o presagio di un Aldilà reale?

Di Cavaliere Vermiglio



 

sabato 26 settembre 2026

Aviation Yes 2026 (Kermesse congressuale aerospaziale) con 2 tavole rotonde

Spazio e aviazione si incontrano: Aviation Yes annuncia con orgoglio la partecipazione straordinaria di un Astronauta al prossimo evento che è a entrata gratuita

L’organizzatrice  di Aviation Yes, dott.ssa Francesca Bittarello, è lieta e onorata di annunciare la partecipazione straordinaria di un astronauta ESA e magg. Dell’ Aeronautica Militare in qualità di ospite e relatore al prossimo appuntamento annuale previsto per domenica .

La presenza di una figura di un astronauta  che si addestra per superare i confini dell'atmosfera terrestre rappresenta una pietra miliare per Aviation Yes. Questo incontro offrirà a tutti i partecipanti, ai professionisti del settore e agli appassionati del volo un’opportunità unica di confronto, unendo idealmente il mondo dell'aviazione civile e militare con la frontiera dell'esplorazione spaziale.

Durante l'evento, l'astronauta condividerà la propria esperienza operativa, focalizzandosi su temi cruciali quali la gestione del rischio, l'evoluzione tecnologica dei sistemi di volo e l'importanza del lavoro di squadra in contesti estremi; valori che costituiscono da sempre il nucleo della missione di Aviation Yes.


"Per Aviation Yes è un privilegio assoluto poter ospitare una personalità di questo calibro," dichiara Francesca Bittarello "La sua partecipazione non solo impreziosisce il nostro programma, ma funge da straordinaria fonte di ispirazione per le nuove generazioni di piloti, ingegneri e professionisti del volo che vedono nello spazio il naturale prolungamento della propria passione per il cielo."inoltre continua Bittarello "un onore avere questo anno anche i Reparti Aerei di Marina Militare, Carabinieri, Guardia di Finanza. Presenti in seconda Tavola Rotonda anche quotate personalità del settore presenti nel programma sul sito ufficiale dell'evento www.aviationyes.com"


L’organizzatrice  di Aviation Yes resta a disposizione dei media ai suoi riferimenti mail e whatsapp +393294218323.

AVIATION YES si colloca tra i primi eventi congressuali italiani legati a difesa e aerospazio e da questo anno si svolge  con la nuova configurazione di tavole rotonde congressuali.


In allegato il programma.


Informazioni utili sull’evento:


Cosa: Aviation Yes 2026 (Kermesse congressuale aerospaziale) con 2 tavole rotonde

Quando: Domenica 27 settembre 2026
Dove: Sale congressi del Simon Hotel, Pomezia (RM)
Modalità di accesso:Ingresso gratuito con i  posti a sedere
Pausa Pranzo: assaggi prodotti tipici locali del IL BOCCONCINO e pranzo in convenzione al ristorante Sicomoro del Simon Hotel
Sito ufficiale per prenotazioni e aggiornamenti:aviationyes.com
Canale video ufficiale:Aerospace World Channel su YouTube

 

I riferimenti della Dott.ssa Francesca Bittarello, organizzatrice dell'evento:

francescabittarello@luxcoedizioni.com
francescabittarello@aviationyes.com
www.luxcoedizioni.com
www.aviationyes.com
cell./whatsapp: +39 329.4218323

sabato 12 settembre 2026

L'esoterismo tedesco. Dal Goethe alchimista allo Jünger occulto

tratto da "Il Giornale" del 15 febbraio 2024

L'esoterismo ha esercitato una specifica suggestione sulla letteratura degli ultimi tre secoli, condizionandola in modo significativo

di Luigi Iannone


L'esoterismo ha esercitato una specifica suggestione sulla letteratura degli ultimi tre secoli, condizionandola in modo significativo. Pur nelle sue mutevoli versioni, appare elemento non marginale nell'analisi del patrimonio culturale dell'Occidente, perché ha rivelato come molti di quei ricorrenti motivi «segreti» siano utili per comprendere autori e opere altrimenti equivocati, ma anche per un processo di avvicinamento spesso mutato nell'identificazione tra singole personalità, tendenze e contenuti. Se nel '700 il riferimento quasi esclusivo era alla pratica massonica, ai circoli e alle logge, poi la tensione si è progressivamente incentrata sulla pratica individuale e sull'ascesi personale. Col passare del tempo, quando gli scrittori iniziano a essere lontani dall'adesione a società segrete, è lo studio e l'immaginazione creativa che tende all'ascesi a stimolare autonomamente i romanzi e la pratica della scrittura.

Si tratta di una nuova espressione letteraria su cui si sofferma Marino Freschi ne L'esoterismo nella letteratura tedesca. Da Goethe a Jünger (Castelvecchi, pagg. 200, euro 20), rimarcando come questa personalizzazione sia uno degli estremi anelli di una catena aurea, di una «vena sotterranea di scrittura come esercizio di trasmutazione iniziatica della coscienza» che percorre tutto il Novecento. Freschi non solo chiarisce il peso del pensiero esoterico nella letteratura di quel Paese, ma racconta anche come - dopo essersi inabissato per lungo tempo in un magma carsico - sia poi riaffiorato individualmente, attraverso romanzi «iniziatici» e/o di formazione in cui l'itinerario anche azzardato rappresenta la prospettiva di trasformazione. Da Der goldne Topf di Hoffmann, a Siddhartha e Das Glasperlenspiel di Hesse, Wilhelm Meister di Goethe, agli scritti di Mann, Rilke, Broch, Kafka, fino a Heinrich von Ofterdingen, capolavoro incompiuto di Novalis, c'è tutta la gamma di sensibilità e di avvicinamenti lungo un chiaro itinerario cronologico. Di fronte al secolo del materialismo e del positivismo, si incroceranno infatti le osservanze rosacrociane, quelle radicali dell'Ordine degli Illuminati, i rimandi del Parsifal di Wagner, l'investigazione di Freud o di Jung sull'alchimia, fino alla stagione della «Praga magica» con Kafka e Meyrink.

Nella sua fase pionieristica è Goethe a riprodurre il sigillo più rappresentativo di questo connubio. Il suo apprezzamento per i temi esoterici si snoda attraverso il simbolismo egizio, la metempsicosi, gli studi alchemici ed ermetici, nonché l'interesse giovanile che lo portò ad allestire nella sua mansarda un piccolo laboratorio alchemico con tanto di fornello e materie strane. Ma è il caso di Ernst Jünger a servire da traccia principale per Freschi, nel momento in cui incrocia la figura dell'Anarca, tra le più complesse di quel panorama letterario. In Eumeswil la magica operazione dello specchio sembra ancora riprendere le pagine della letteratura occultistica. Così come ne Il cuore avventuroso si proferisce il nome di Nigromantanus, eccellente maestro, che da giovane lo avrebbe iniziato al metodo. Jünger si eclisserà in un bosco (quello della Foresta Nera nell'Alta Svevia). Allo stesso modo faranno tanti iniziati per avvicinarsi a una dimensione segreta e alla ricerca di sentieri sconosciuti e inattuali.



domenica 6 settembre 2026

Storia del “sistema occulto” che favorì l’ascesa di Adolf Hitler

tratto da: https://it.insideover.com/storia/storia-del-sistema-occulto-che-favori-lascesa-di-adolf-hitler.html


Tra i vari misteri che ancora aleggiano sul periodo storico che, per poco più di un decennio (1933-1945), vide Adolf Hitler al comando della Germania, rapidamente trasformata in Terzo Reich, il più fitto è l’inspiegabile ascesa di un giovane disoccupato...


di Luca Gallesi


Tra i vari misteri che ancora aleggiano sul periodo storico che, per poco più di un decennio (1933-1945), vide Adolf Hitler al comando della Germania, rapidamente trasformata in Terzo Reich, il più fitto è l’inspiegabile ascesa di un giovane disoccupato e artista bohémien, che nel giro di pochi anni diventa il capo indiscutibile del Partito Nazionalsocialista e Führer indiscusso di una delle più grandi potenze europee. 

Il politologo Giorgio Galli, nell’edizione da lui curata del Mein Kampf, l’autobiografia di Hitler, scrive, a proposito della sua giovinezza: “Dal 1909 al 1912, a Vienna, il giovane Hitler vive una precaria esistenza di artista mancato. Per la seconda volta non viene ammesso all’Accademia delle arti figurative. Alloggia in ostelli e dormitori pubblici, e integra l’esigua pensione di orfano smerciando i suoi dipinti e disegni. È un giovane chiuso, introverso e dall’incerta personalità. Legge la stampa pangermanista, ammira il borgomastro antisemita Karl Lueger, si avvicina agli ideali tedesco-nazionali. Intanto si sottrae agli obblighi del servizio militare non iscrivendosi nelle liste di leva.” 

Come abbia fatto uno spiantato vagabondo a diventare uno degli uomini più potenti della Storia può essere chiarito, sempre secondo Galli, solo approfondendo il suo rapporto con quello che possiamo chiamare il “sistema occulto“, ovvero quella corrente di pensiero antirazionalista, antilluminista, non ortodossa che, a tratti, emerge nella storia dell’umanità, influenzando uomini e idee. Si badi bene, però, sottolinea sempre Galli, a non confondere, semplificando eccessivamente, la presenza di idee eterodosse nelle vicende politiche e nelle realtà umane con il complottismo becero, che teorizza l’esistenza di società segrete che dirigono da dietro le quinte il corso della storia.  I “poteri occulti” sono molto meno occulti e soprattutto meno potenti dei veri poteri reali, che agiscono alla luce del sole e sotto gli occhi di tutti.  

Tornando al futuro Führer, la sua repentina trasformazione da artista fallito a invincibile leader politico è giustificata, sempre secondo il noto politologo, dall’incontro, all’inizio degli Anni Venti, con gli ambienti esoterici della Società Thule (Thule Gesellschaft) punto di riferimento per gli ambienti esoterici, per le correnti antisemite e per i movimenti völkisch, un circolo organizzato come una loggia. Tra i membri del sodalizio segreto, troviamo tra gli altri, ancora studenti, alcuni tra i futuri massimi dirigenti del Terzo Reich: Rudolf Hess, Alfred Rosenberg e Hans Frank, tutti finiti alla sbarra a Norimberga, il primo condannato a vita e gli altri due a morte. La Società Thule era una branca del Germanen Orden, un gruppo antisemita ariano guidato da Rudolph von Sebottendorff, uno sradicato appassionato di astrologia e di occultismo, che sosteneva di ricevere ordini e istruzioni da non meglio identificati maestri segreti tibetani, discendenti degli antichi Atlantidei che ancora esercitavano il dominio sul mondo in qualche località irraggiungibile, sulle vette himalaiane. 

Secondo Giorgio Galli, è proprio grazie a questo ambiente, permeato di cultura esoterica, che Hitler si convince di essere il prescelto dalla dottrina segreta per compiere la missione di rifare la Germania creando una patria ariana che sarà la base per la rifondazione dell’intero universo, antitetico a quello cristiano. Scrive, infatti, sempre nel Mein Kampf: “Noi ci rivolgiamo a quelli che adorano non il denaro, ma altri Dei, ai quali votano la loro esistenza. Un giorno l’uomo tornerà a inchinarsi ad altre divinità. Solo un appello a queste stesse misteriose forze può giovare. Il comandamento che si presenta è quello di porre fine al peccato originale, tuttora operante, dell’avvelenamento della razza, per ridonare all’onnipotente Creatore esseri quali egli stesso creò”. Una volta acquisita la sapienza segreta e soprattutto investito del carisma necessario per compiere la missione, è necessario che Hitler, per passare dalle sette segrete al partito di massa, nasconda o comunque mascheri le tracce di un passato, quello esoterico, che avrebbe potuto intralciare la conquista del potere. Lo scrive esplicitamente, sempre nel Mein Kampf: “Non è possibile costruire un’organizzazione alquanto vasta e al tempo stesso tenerla segreta. Noi avevamo e abbiamo bisogno non di cento o duecento audaci congiurati, ma di centinaia di migliaia di fanatici combattenti. Questa considerazione mi indusse a vietare la partecipazione a società segrete. Quando un movimento si propone di disfare un mondo e di crearne un altro in sua vece, i suoi dirigenti devono avere perfetta conoscenza di queste leggi fondamentali: ogni movimento deve vagliare il materiale umano da lui raccolto e spartirlo in due gruppi, partigiani e membri effettivi”.

In realtà, come abbiamo visto nel precedente articolo dedicato al misterioso caso di Hess, non a tutti fu interdetta la frequentazione di società segrete, e, all’interno dell’élite nazionalsocialista ci fu anche l’esperimento, riuscito, di creare “migliaia di fanatici combattenti” strutturati esattamente come una società segreta: le SS di Himmler, un altro esponente di primissimo piano della cerchia hitleriana, a suo modo imbevuto di esoterismo. Cattolico, ma convinto di essere la reincarnazione di Enrico l’Uccellatore, (876-936) Duca di Sassonia e Re di Germania, Heinrich Himmler sostanzialmente inventò le SS, che nelle sue intenzioni avrebbero dovuto essere un Ordine mistico di combattenti e di credenti, nato per diffondere e difendere l’ideale ariano in tutto il mondo. A tale scopo, elaborò suggestivi rituali, con tanto di calendario germanico e precise regole di vita monastiche. Utilizzò un alfabeto magico, quello runico, e fece costruire, in antichi castelli, scuole segrete di formazione a cui erano ammessi solo i più selezionati membri dell’Ordine. 

Tra le tante attività, oltre a quella criminale di gestione dei campi di concentramento, per le quali sono diventate tristemente famose, le SS disponevano, grazie a risorse e mezzi pressoché illimitati, anche di un’organizzazione scientifica, la Deutsches Ahnenerbe, un istituto che finanziò spedizioni in tutto il mondo alla ricerca delle sorgenti occulte del potere. Furono infatti organizzate missioni in Finlandia (1935), per documentare le attività di maghi e streghe ancora attivi nella zona al confine con la Russia; viaggi archeologici in Svezia (1936) per studiare le antichissime incisioni rupestri ivi scoperte; e, dal 1937 sino alla fine della guerra ci fu un susseguirsi di spedizioni scientifiche in tutti i continenti: in Italia, da Bolzano a Cosenza alla Val Camonica; nel Vicino Oriente,  fino a Bagdad; in Perù, poi ancora in Nord Europa e soprattutto in Asia. La meta preferita era il Tibet, dove furono ben cinque le missioni delle SS, organizzate per scopi alpinistici, per ragioni etnologiche, per obiettivi politici ma soprattutto per finalità esoteriche, come la ricerca della mitica Agarthi, il regno sotterraneo dove ebbe origine, secondo miti e leggende accreditati come verità scientifiche, la razza ariana.

Di quelle spedizioni, oltre ai filmati originali reperibili in Rete, rimangono suggestioni “nazioccultiste” che hanno ispirato alcuni videogiochi e vari film, anche di successo, come un paio di avventure di Indiana Jones, I predatori dell’arca perduta e L’ultima crociata, e, tra gli altri, una pellicola del 2003, Il Monaco, dove il protagonista è, appunto un vecchio nazista alla ricerca di una formula magica custodita in un monastero tibetano. Alle pellicole non di fantasia, invece, appartiene il blockbuster Sette anni in Tibet, storia vera delle avventure dell’ufficiale SS Heinrich Harrer, impersonato da Brad Pitt, che riuscì a fuggire nel 1944 da un campo di concentramento britannico ai piedi dell’Himalaya per accasarsi addirittura dal Dalai Lama, allora adolescente. 

Tra i retaggi del nazismo magico, finito in modo tragico tra le fiamme della Berlino in macerie del 1945 o sulle forche alleate di Norimberga nel 1946, sopravvive dunque, ironia della sorte, una dimensione kitsch, presente soprattutto in molti film di serie B, come i nazisti sulla Luna di Iron Sky, o le SS-zombie di Dead Snow o addirittura, il ritorno delle teorie sulla terra cava proprie della Thule Gesellschaft riprese letteralmente nel grottesco e recentissimo Godzilla contro Kong, dove si giustifica il ritorno sulla Terra dei mostri preistorici proprio grazie alla teoria pseudoscientifica della Terra vuota, uno spazio sotto la crosta terrestre dove vivrebbero ancora animali e piante di un’era preumana.

lunedì 3 agosto 2026

“SPIRITISMO?”: LE RICERCHE DI LUIGI CAPUANA SUL PARANORMALE

tratto da L'Opinione dell'11 dicembre 2022

di Fabrizio Federici



Simona Cigliana, docente di Critica militante presso il dipartimento di Italianistica dell’Università “La Sapienza”, e di Sociologia della Letteratura e dell’Arte presso l’Università del Molise, autrice di vari studi sulla letteratura del secondo Ottocento e primo Novecento, aveva già analizzato gli insospettati rapporti tra due movimenti, se non nemici, dichiaratamente avversari come futurismo e positivismo: vedi, ad esempio, l’inedita amicizia tra Filippo Tommaso Marinetti e Luigi Capuana. Ed è proprio da quest’ultimo che riparte la Cigliana: ora curatrice, per il marchio editoriale Il Palindromo, di una ristampa, con forte apparato bibliografico, del saggio di Capuana “Spiritismo?”, pubblicato nel 1884 con l’editore Giannotta di Catania (Armaleo Srl, Palermo, 2022, 23 euro).

Quando Capuana pubblica questo libro, siamo in pieno positivismo: e proprio lo scrittore di Mineo, insieme al conterraneo Giovanni Verga, sta imponendosi come uno dei massimi esponenti, in Italia, del verismo, cioè di quel filone, nato soprattutto in Francia, che è la massima espressione in letteratura del positivismo. Ma quegli stessi anni sono anche quelli dell’esplodere – tra America e Europa – della passione per occultismo, esoterismo (quest’ultimo, in realtà mai tramontato), spiritismo: praticati negli ambienti più vari e analizzati anche da scienziati più che seri (come, ad esempio, Cesare Lombroso, coi suoi studi sulla medium napoletana Eusapia Paladino). Sperimentazioni che, però, non arrivano, prima ancora che a una spiegazione esauriente dei loro oggetti di studio, neanche a una definizione esaustiva di sé stesse. Come del resto in parte accade anche oggi, dopo che su questi terreni (con buona pace dei “neo-inquisitori” del Cicap) son stati fatti obiettivi progressi.

Ma di cosa parla quest’opera di Capuana, pazientemente scandagliata dalla Cigliana? Lo scrittore di Mineo, diversamente da altri frettolosi appassionati di queste sperimentazioni, che arrivano a viverle come una nuova religione, si mantiene – lui che a quell’epoca non è credente – sempre nel solco di una doverosa, scientifica, cautela. Tuttavia, di fronte ai detrattori per partito preso, protesta “un’invincibile diffidenza contro certi sdegnosi responsi” della “scienza ufficiale” (pag. 74 di questa ristampa dell’opera), e lamenta, semmai, i limiti obiettivi delle conoscenze e dei mezzi d’indagine disponibili in quel momento storico: confidando nei futuri progressi che dovrebbero sciogliere gli enigmi dell’oggi.

In “Spiritismo?”, con piglio narrativo, spesso anche ironico, Luigi Capuana racconta le sue ricerche nel campo del paranormale: nel contesto soprattutto del rapporto che nel 1864 – quando venticinquenne giunge a Firenze per farsi strada nell’ambiente della città, prossima capitale temporanea del Regno – avvia con la diciottenne Beppina Poggi, figlia dei proprietari della pensione dove alloggia. La ragazza, una volta da lui indotta con l’ipnosi a uno stato di sonnambulismo, mostra “quasi subito facoltà di sonnambula... eccezionali”, incredibilmente “docili e sottomesse” (pagine 86-87). Che Capuana, dopo qualche incertezza, decide di usare per le sue sperimentazioni paranormali. Sperimentazioni di cui poi si pentirà: confessando molti anni dopo, appunto in “Spiritismo?”, che tali esperimenti ebbero, all’epoca, “un funestissimo risultato”.

È chiaramente impossibile, pur alla luce dei progressi fatti da allora, dalla “ricerca psichica” (o meglio, per usare il termine più moderno, parapsicologia), stabilire se le presunte rievocazioni di personaggi addirittura come Ugo Foscolo e Jacopone da Todi fatte da Capuana grazie alla Beppina furono mere proiezioni della mente della ragazza, in quei momenti non libera, o, invece, aperture almeno parziali di “finestre” spazio-temporali sul passato.

Ciò che è più rilevante, in questa ristampa di “Spiritismo?”, e che rappresenta, diremmo, il maggior pregio della ricerca di Simona Cigliana, è il suo contributo a una miglior comprensione di quell’epoca che fu per certi versi straordinaria. In cui s’intrecciarono, incredibilmente, scientismo estremista e amore per l’occulto, scetticismo positivista verso il sovrannaturale in genere e ricerca d’una nuova religione, letteratura e sociologia iperveriste e suggestioni mistico-esoteriche.

mercoledì 8 luglio 2026

Il codice segreto di Roma

Postiamo uno dei tanti video dell'amico Roberto La Paglia, al cui canale consigliamo di iscrivervi. 
La descrizione dal canale:

"I Libri Sibillini erano davvero profezie… o uno strumento segreto di potere nell’antica Roma?
Scopri il mistero che ha guidato le decisioni dell’Impero.
I Libri Sibillini rappresentano uno dei più grandi misteri dell’antica Roma. Custoditi nel Tempio di Giove Capitolino e consultati solo nei momenti più critici della storia, questi testi sacri influenzavano decisioni politiche, guerre e strategie dell’Impero.
Ma cosa contenevano davvero? Erano autentiche profezie… oppure un sofisticato strumento di controllo utilizzato dal potere romano?
In questa puntata di Frontiere Proibite analizziamo il mistero dei Libri Sibillini con un approccio storico, scientifico e archeologico, distinguendo tra fatti documentati e ipotesi.
Una puntata tra storia e mistero, basata su fonti antiche e interpretazioni moderne.
Erano davvero profezie divine… o il primo sistema di controllo della storia?"
 



 

domenica 28 giugno 2026

Stregoneria popolare nel Béarn

in collaborazione con l'autore Michele Leone

tratto da: https://micheleleone.it/hilarion-barthety-stregoneria-popolare-nel-bearn-ottocentesco/


Hilarion Barthety, il magistrato che ascoltava

Pau, autunno 1873. Un notaio di trentadue anni, originario di Lescar e in carica nel cantone di Garlin sui contrafforti pirenaici, ha appena ricevuto la doppia nomina di sindaco del proprio comune e di supplente del giudice di pace cantonale; le sue giornate si svolgono fra registri parrocchiali, contestazioni rurali, dispute di confine. È seduto in municipio o nell’ufficio di un giudice di paese, fra una pratica e l’altra, che il giovane Hilarion Barthety raccoglie le formule guascone e i gesti rituali di cui i contadini del Vic-Bilh gli parlano con riluttanza e diffidenza, talvolta con orgoglio. L’anno seguente, sul Bulletin de la Société des Sciences, Lettres et Arts de Pau, esce il piccolo trattato che ne deriva: Pratiques de sorcellerie ou superstitions populaires du Béarn(1). Lexicon Symbolorum ne pubblica oggi, a centocinquant’anni di distanza, la prima versione italiana.

Un’etnografia involontaria

L’opera non nasce come ricerca etnografica condotta a tavolino, ma come sottoprodotto di una funzione pubblica: appunti di un magistrato che ascolta. Da questa origine derivano, insieme, i pregi e i limiti del trattatello. Il pregio è la freschezza della testimonianza diretta, la conservazione delle filastrocche bearnesi con la loro patina rituale intatta, la registrazione di pratiche — il cindre, il pruzerou, l’ospitalità apotropaica al Trufandèc — che senza Barthety sarebbero probabilmente perdute; il limite è il filtro inevitabile del notabile borghese, illuminista provinciale di scuola positivista, che dialoga con i propri informatori dall’alto del proprio scranno e considera la materia raccolta come «errori grossolani, sempre deplorevoli e spesso funesti», destinati per buona sorte a sparire sotto l’avanzata dell’istruzione pubblica. Quando confessa, nelle pagine introduttive, che gli esemplari del Petit Albert incontrati nelle case rurali sono stati «sui suoi consigli, gettati al fuoco», l’autore non si accorge di operare a propria volta come un agente attivo del disboscamento culturale che qualche riga sopra si era limitato a constatare: il grimorio contadino, di cui ho scritto altrove(2), finisce nel camino, mentre il taccuino del notaio — non senza una certa ironia della sorte — sopravvive.

Il libretto si inserisce in un momento preciso della storiografia bearnese. Nel 1873 Paul Raymond aveva pubblicato i suoi Mœurs béarnaises, tratti dai protocolli notarili dei Bassi Pirenei dei secoli XIV-XVI; nel 1875, l’anno immediatamente successivo a quello di Barthety, Vastin Lespy darà alle stampe Les sorcières dans le Béarn (1393-1672), ricostruite dai processi inquisitoriali superstiti. Tre titoli pubblicati a Pau, dallo stesso milieu erudito raccolto attorno alla Société des Sciences, in tre anni: Raymond fornisce la cornice giuridica e di costume; Lespy il materiale archivistico delle persecuzioni storiche; Barthety il vivere quotidiano della superstizione ancora attiva. Il volume del 1874 è dunque il versante etnografico di un dittico storiografico più ampio, e va letto in quella triangolazione, non isolatamente.

La traduzione italiana integrale di Pratiche di stregoneria o superstizioni popolari del Béarn, con apparato bearnese-italiano e nota introduttiva critica, è disponibile per i mecenati di Lexicon Symbolorum su Patreon — dispensa n. 2605.


Il caso Trufandèc

Fra le pratiche raccolte una in particolare si presta a una lettura simbolica densa. Trufandèc, parola bearnese che significa beffardo, designava lo spirito folletto al quale altrove si dava il nome di Farfadet: un demone familiare che, secondo l’opinione corrente, non era propriamente cattivo, ma amava divertirsi alle spalle delle donne di casa. Il caso paradigmatico riguarda la massaia rurale che, il venerdì sera, doveva impastare il pane settimanale durante la notte e cuocerlo all’alba nel forno comune: il rischio era che il sonno la sorprendesse oltre l’ora; che un sogno la facesse alzare in anticipo, sciupando la lievitazione; che — peggio — Trufandèc imitasse la voce del garzone del fornaio, Paa-Coque, e la inducesse a impastare prima del tempo. Per evitarlo la donna aggiungeva alla preghiera della sera una formula in cui chiedeva a Dio di lasciarsi svegliare solo dalla voce vera del garzone, e a Trufandèc di andare a fracassarsi il naso sulla porta; al risveglio, prima di iniziare il lavoro, tracciava una croce sulla farina e ricordava al folletto di averlo riconosciuto.

Ciò che colpisce non è la formula in sé, ma la sua doppia stratificazione. L’invocazione del nome di Dio viene incastonata sopra una struttura che cristiana non è: Trufandèc non è un diavolo; è un esserino domestico imparentato con il Goblin anglosassone, con lo Heinzelmännchen tedesco, con il Farfadet provenzale. La cristianizzazione lo neutralizza senza espellerlo; Barthety stesso, in fondo al capitolo, scrive che la pratica «è completamente scomparsa», ma osserva, nello stesso paragrafo, che la donna che oggi traccia la croce sulla farina prima di impastare «non pensa più ai sortilegi» e intende compiere semplicemente «un atto di pietà». Il magistrato registra il fenomeno, non lo decifra: il gesto è sopravvissuto al referente; il referente è sceso sotto la soglia della consapevolezza, ma il gesto continua. È esattamente il meccanismo di lunga durata che Carlo Ginzburg descriverà un secolo dopo a proposito dei benandanti.

Il cindre e il principio del simile sul simile

Un secondo caso illumina l’altra logica portante della stregoneria popolare bearnese. Cindre, in guascone, è il nome locale dell’herpes zoster, l’infiammazione cutanea che disegna semicerchi attorno al tronco o alle membra. La medicina contemporanea la considera una manifestazione poco temibile; non così il contadino del Vic-Bilh, convinto che, se il cerchio si chiude, il malato muore. La ricetta magica per arrestarlo prevede che, prima del tramonto, qualcuno che abbia già patito la stessa malattia porti il paziente sulla schiena: si compiono nove passi e ci si ferma; l’operatore chiede «Cosa porto io?», il paziente risponde «Il cindre», l’operatore replica «Siccome non ho molto vigore, qui depongo e faccio sparire il cindre». La sequenza si ripete tre volte; il malato chiude con cinque pater e cinque ave.

Sotto la veste folklorica si articolano qui tre dispositivi tecnici della magia popolare europea. Il primo è il principio del similia similibus — il simile agisce sul simile — applicato all’identità di esperienza: solo chi ha avuto il cindre può portarlo via, perché lo riconosce con il proprio corpo(3). Il secondo è il numero nove, tre volte tre: quantificatore rituale che ricorre, nelle stesse pagine, anche nella ricetta del bambino piangente, deposto su un rastrello a nove punte nella lettiera del porcile. Il terzo è la struttura performativa del dialogo: la formula non descrive la deposizione del male, la compie, secondo quella logica dello scongiuro di cui ho discusso in un articolo precedente e che dipende, a sua volta, dalla historiola — il precedente narrativo che fonda l’efficacia del rito(4). Le preghiere finali cristianizzano la sequenza, tuttavia non la sostituiscono: la stratificano. Anche qui, Barthety nota la stratificazione e la commenta con una battuta — «le preghiere accompagnate da superstizioni sono ben lontane dall’essere gradite a Dio» — senza riconoscere di aver appena descritto, in tre righe, una grammatica simbolica vecchia di millenni.

La griglia che permette di leggere

La cornice interpretativa di cui Barthety dispone è il positivismo provinciale: errori grossolani destinati all’estinzione sotto la luce dell’istruzione. La cornice che ci permette oggi di rileggerlo, invece, è quella che il Novecento ha costruito contro il positivismo di cui il notaio era figlio.

Ernesto De Martino, in Sud e magia (Feltrinelli, 1959), ne La terra del rimorso (il Saggiatore, 1961) e già nel Mondo magico (Einaudi, 1948), ha mostrato che pratiche apparentemente identiche a quelle bearnesi — la fattura, la presa, lo scongiuro contro il cattivo tempo di cui ho scritto a proposito di Manduria — rispondono a una funzione antropologica precisa: garantire al soggetto contadino un margine di presenza di fronte a malattie, lutti, carestie, contro l’angoscia di un mondo in cui non poter esserci è la condizione di base. La rugiada che pulisce la scabbia, le sette piante di menta cui si chiede di prendersi la febbre, la mano della gloria che immobilizza il sonno nei racconti italiani(5) non sono errori grossolani: sono dispositivi di protezione esistenziale. Carlo Ginzburg, da I benandanti (Einaudi, 1966) a Storia notturna (Einaudi, 1989), ha insegnato a leggere queste stesse pratiche come strati culturali di lunga durata, in cui agiscono memorie precristiane mai integralmente assorbite dal cristianesimo ufficiale. Trufandèc, in questa luce, smette di essere una curiosità antiquaria e diventa un testimone — periferico, residuale, ma documentato — di quella mitologia europea del piccolo popolo notturno che attraversa, sotto nomi diversi, l’intero continente.

Una postuma, piccola giustizia

Recuperare oggi il trattatello di Barthety non significa cedere al gusto del pittoresco, sfogliare un album di stampe; significa ribaltarne la posizione: trasformare l’agente del disboscamento culturale, che il notaio fu in vita, in fonte primaria di un sapere che la sua stessa generazione voleva cancellare. Il magistrato di Garlin gettava nel fuoco i Petit Albert delle case rurali e, nello stesso momento, raccoglieva sul taccuino la formula del cindre senza accorgersi di una cosa: le due operazioni servivano cause opposte. Centocinquant’anni dopo le formule restano (proprio perché il taccuino è sopravvissuto): i Petit Albert del Vic-Bilh, invece, sono cenere. La piccola, postuma giustizia che Lexicon Symbolorum rende a Barthety con questa traduzione è anche, in fondo, una giustizia che la stregoneria popolare europea rende a se stessa.



NOTE:

1) Hilarion Barthety, Pratiques de sorcellerie ou superstitions populaires du Béarn, Pau, Librairie Léon Ribaut, 1874, estratto del Bulletin de la Société des Sciences, Lettres et Arts de Pau. Versione italiana Pratiche di stregoneria o superstizioni popolari del Béarn, a cura di Lexicon Symbolorum, 2026.

2) Sul ruolo dei grimori nelle case rurali europee, e sul Petit Albert in particolare, rinvio all’articolo Cos’è un grimorio.

3) La stessa logica governa il rito del bambino piangente descritto da Barthety: il neonato, reso piangitore dallo sguardo all’indietro della donna che lo portava al battesimo, viene deposto su un rastrello a nove punte nella lettiera del porcile e invitato a lasciare lì i propri lamenti, in un trasferimento del male per contiguità.
5) Sull’oggetto-feticcio per eccellenza della magia popolare europea, La Mano della Gloria. 

domenica 3 maggio 2026

“Italia: il meriggio dei maghi” di Giorgio Galli (Tropea 1999): il titolo che non c’è più

in collaborazione con l'autore Simone Berni

tratto da: https://www.cacciatoredilibri.com/italia-il-meriggio-dei-maghi-di-giorgio-galli-tropea-1999-il-titolo-che-non-ce-piu/

Anche un libro di Giorgio Galli fra quelli scomparsi


C’è un libro di Giorgio Galli che, a differenza di tanti altri suoi titoli, sembra essersi volatilizzato dalle rotte del collezionismo: Italia: il meriggio dei maghi, uscito per Marco Tropea Editore nel 1999.Un politologo di prima fila, un editore tutt’altro che marginale, un tema – la dimensione magica ed esoterica della politica italiana – che oggi sarebbe perfetto per talk show e podcast: eppure di questo volume, sul mercato dell’usato, non c’è praticamente traccia.


Un Galli “magico” e laterale

Nelle bibliografie ufficiali, Italia. Il meriggio dei maghi è regolarmente elencato tra i saggi di Galli, in mezzo ai suoi classici studi sul sistema politico italiano. Ma il focus qui è quello che potremmo chiamare il “filone oscuro” dell’autore: l’intreccio tra potere, immaginario magico, società segrete e fascinazioni esoteriche che torna anche in altri suoi interventi, per esempio nelle riflessioni sul cosiddetto “nazismo magico”.

Si tratta dunque di un Galli laterale, quasi di culto, che parla ad un pubblico diverso dal manuale universitario: lettori di storia politica non allineata, appassionati di complotti, cultori delle intersezioni fra politica e occulto. È il genere di saggio che, se esce in tiratura normale e non viene ristampato, ha buone probabilità di scomparire dallo scaffale dei librai e di finire in modo quasi definitivo in quello dei lettori.
 

Tropea, un editore finito troppo presto

Marco Tropea fonda il suo marchio nel 1996, dopo aver attraversato Mondadori e l’avventura di Interno Giallo; costruisce un catalogo di narrativa e saggistica moderna, con nomi anche forti ma numeri ovviamente inferiori ai colossi.

La casa editrice resta attiva fino al 2014 circa: da quel momento non ci sono più novità, e i titoli esistenti – come accade quasi sempre – scivolano fuori catalogo, con magazzini smaltiti, rese, stock, remainder e quel classico “rumore di fondo” che disperde le copie. Nelle cronache che hanno ricordato Tropea dopo la sua morte non c’è traccia di scandali legati a Italia: il meriggio dei maghi, né di contenziosi o ritiri mirati.
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Il libro è semplicemente uno dei tanti della saggistica Tropea di fine anni Novanta: pubblicato, distribuito, probabilmente recensito in maniera circoscritta, e poi lasciato al suo destino di titolo di catalogo minore.
 

Introvabile o ritirato? Le prove e i vuoti

Oggi il titolo è presente in pochissime biblioteche aderenti all’OPAC SBN, segno di una diffusione istituzionale limitata; non compare in vendita sulle principali piattaforme librarie generaliste, e il collezionista che lo cerca deve rassegnarsi a schermate vuote. Questa scarsità, però, non va confusa automaticamente con un ritiro: nessuna fonte pubblica parla di cause, sequestri o azioni giudiziarie contro il libro, e lo stesso Galli non lo ha mai rinnegato nelle sue bibliografie.

La copertina stessa del libro viene in questo articolo proposta per la prima volta sul web. Non ce n’era traccia da nessuna parte.



Probabilmente è successo qualcosa di molto meno romanzesco e molto più tipico: tiratura non grande, interesse di nicchia, mancanza di ristampe, editore oggi cessato, e un contenuto abbastanza particolare da far sì che chi l’ha comprato lo tenga stretto. È il classico caso di “rarità silenziosa”: nessun mito, nessuno scandalo, solo la combinazione di fattori che svuota il mercato e riempie le biblioteche private.
 

Interesse collezionistico: perché è un pezzo da cacciare

Dal punto di vista del collezionista, Italia: il meriggio dei maghi ha diversi elementi interessanti: a) È un tassello essenziale nella produzione “eretica” di Galli, quello che guarda all’esoterismo politico anziché alla politologia pura. b) Porta il marchio di un editore oggi chiuso, Marco Tropea, la cui produzione anni Novanta–Duemila sta lentamente spostandosi dal semplice “usato” alla fascia dei piccoli cult editoriali. c) La scarsità di copie circolanti non dipende da moda effimera, ma da una struttura di fondo: pochi esemplari effettivamente sul mercato e una domanda crescente da parte di chi oggi riscopre l’asse politica–magia–complottismo.

Se il nome di Galli continuerà a essere citato come riferimento per la lettura “ombra” della storia italiana, il titolo Tropea del 1999 può diventare il suo libro più difficile da trovare in assoluto, almeno sul versante esoterico.


Quanto può valere?

Qui bisogna essere chiari: il mercato non dà quasi nessun dato concreto. L’assenza di copie in vendita su siti generalisti e piattaforme di libreria online impedisce di costruire una fascia di prezzo basata su transazioni reali; siamo nel campo delle stime ragionate, non delle quotazioni.

Se una copia in buone condizioni (copertina integra, nessuna sottolineatura pesante) comparisse oggi su un canale aperto (eBay, Subito, Vinted, marketplace vari), il suo posizionamento naturale, guardando a casi analoghi di saggi politico-esoterici di autore noto ma fuori catalogo, potrebbe collocarsi su questi livelli: a) base prudente 40–60 euro: prezzo da venditore che non ha colto la rarità o vuole fare cassa veloce; b) fascia realistica 80–150 euro: prezzo coerente con l’accoppiata “Galli + editore cessato + argomento di culto + scarsità di offerta”; c) picchi possibili oltre i 200 euro se si innesca una mini–bolla tra collezionisti di Galli, di Tropea o di saggistica esoterico-politica, specie se la copia è firmata o proviene da una biblioteca privata di rilievo.

Sono valori ipotetici, costruiti per analogia con altri casi di saggi rari e senza serie storica di aggiudicazioni note; vanno quindi presi come scenario di lavoro del cacciatore, non come listino consolidato.

 
Consigli pratici per il cacciatore di “maghi”

Per chi volesse mettersi sulle tracce di Italia: il meriggio dei maghi, la strategia non può essere quella del mero refresh dei siti di compravendita: a) Controllare cataloghi di vecchie librerie di politica, studi storici e saggistica “di frontiera”, soprattutto nelle grandi città universitarie; b) Monitorare bancarelle universitarie, stock di librerie che hanno trattato Tropea negli anni Novanta-Duemila, e i lotti misti di saggistica in asta; c) Tenere d’occhio biblioteche dismettitrici locali (scarti di magazzino), e valutare – quando possibile – fotocopie o digitalizzazioni autorizzate a fini di studio, vista la scarsità dell’originale sul mercato.

Se e quando emergerà la prima copia “visibile” e tracciabile, sarà utile annotare prezzo, stato di conservazione e velocità di vendita: saranno i primi, veri dati per trasformare l’ipotesi in quotazione. Nel frattempo, il libro di Giorgio Galli resta uno dei casi più intriganti di scomparsa silenziosa nella bibliografia dell’autore: un titolo che esiste, documentato, ma che nessuno – per ora – sembra voler mettere in vendita.

giovedì 16 aprile 2026

Crowley, la Bestia che scatenò la magia nera contro Yeats

tratto da "Il Giornale" del 3 agosto 2025

Esoterista, scalatore, narratore, spia degli inglesi, scrittore gotico e soprannaturale. O era un cialtrone?

di Alessandro Gnocchi


Aleister Crowley (1875-1947), anche noto con lo pseudonimo di Bestia 666, ha avuto molte vite da esibire. Innanzi tutto è il più famoso occultista di tutti tempi, l'unico forse a essere stato inghiottito e digerito dalla cultura di massa. Crowley figura sulla copertina di Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band, il capolavoro dei Beatles; Ozzy Osbourne, scomparso di recente, gli ha dedicato uno dei suoi maggiori successi, Mr Crowley. Jimmy Page, chitarrista dei Led Zeppelin ne comprò il maniero affacciato sul lago Loch Ness. In letteratura, ha lasciato un segno in Ferdinando Pessoa, William Somerset Maugham e soprattutto, come vedremo, William Butler Yeats. Crowley passò parte della sua vita a Cefalù, località dove istituì l'Abbazia di Thelema. Lo stile di vita, fondato su droga e sesso, scandalizzò la popolazione locale. La morte, forse per overdose, di un ragazzo fu la proverbiale goccia che fece traboccare il vaso. Intervenne perfino Benito Mussolini. Crowley nel 1923 fu espulso. Ne rimase il ricordo. Molti anni dopo, Vincenzo Consolo prese spunto da quelle lontane vicende per scrivere il suo romanzo Nottetempo, casa per casa (Mondadori, 1992).

Crowley però è stato anche altro. Alpinista di valore, partecipò a una spedizione sul K2. Non raggiunse la vetta ma contribuì a tracciare un itinerario tra le rocce. Nella Seconda guerra mondiale, grazie alle sue entrature nel "nazismo magico", fece forse la spia del governo inglese in Germania. In particolare, secondo alcune biografie, avrebbe partecipato alle operazioni che portarono alla cattura di Rudolf Hess.

Nell'Abbazia di Thelema si praticava una forma di magia e di occultismo fondata su una sola regola: "Fai ciò che vuoi sarà tutta la legge, Amore è la legge, amore sotto la volontà". Questa "legge" non è propriamente un invito al nichilismo, anche se molti l'hanno intesa in questo modo. Il satanismo c'entra poco: il diavolo, di volta in volta, è l'incarnazione della nostra parte non solo e non sempre malvagia ma anche trasgressiva o pagana o assolutamente libera. Nella magia di Crowley il sesso ha una posizione preminente perché potenzia le facoltà dell'occultista. Resta da chiarire cosa si intende per magia. Non c'entrano i conigli nel cilindro e nemmeno le pozioni per riacquistare la virilità. La magia è un metodo per piegare il mondo alla nostra volontà.

Crowley fu anche uno scrittore prolifico. Lasciamo da parte gli scritti legati all'occultismo come il famoso Magick, manuale di magia sessuale di successo intramontabile, nonostante sia inaspettatamente noioso. Crowley coltivava anche ambizioni letterarie, non del tutto mal riposte. Nel 1898, la raccolta di liriche Macchie bianche fu l'esordio letterario di Aleister Crowley. Le Macchie bianche alludevano al liquido seminale. Fu uno scandalo. Il libro venne ritirato.

Crowley proseguì con opere gotiche, ispirate all'immaginario dell'esoterismo ma anche alla letteratura gotica. Tornano in libreria I racconti della bestia (Alcatraz, pagg. 172, euro 16; traduzione di Gianluca Venditti e Jacopo Corazza; in libreria dal 22 agosto). Il volume è introdotto da una leggenda dell'heavy metal, Steve Sylvester, cantante e fondatore dei Death SS. Band italiana che si è fatta giustizia all'estero.

Nei racconti c'è del buono e del meno buono. Qualche sghiribizzo esoterico, qualche racconto nero, qualche perfetta fusione dei due aspetti. In Al bivio, dietro la storia di due maghi impegnati a distruggersi reciprocamente attraverso donne fatali, Crowley racconta, senza troppi filtri, la sua rivalità con il grande poeta irlandese William Butler Yeats. Entrambi facevano parte di una setta molto influente, la Golden Dawn. Yeats voleva impedire a tutti i costi l'ascesa di Crowley ai gradi più alti del tempio. Il poeta ne uscì sconfitto, anche in seguito ad alcune esperienze esoteriche (visioni) sconvolgenti. Quest'aspetto di Yeats, in realtà decisivo per capirne i versi, non è noto a tutti. Eppure l'editore Adelphi si è premurato di stampare tanti testi esoterici di Yeats. Crowley fu poi la rovina della Golden Dawn e si affiliò a un'altra setta, l'Ordo Templi Orientis, ancora esistente in tutto il mondo.

Il furto della signora Horniman è quasi un giallo tradizionale. Il cacciatore di anime invade il territorio di Mary Shelley e del suo Frankenstein. La violinista riesce forse a fondere tutto quanto in un perturbante racconto gotico, pieno di dettagli esoterici e segnato da un romanticismo decadente.

Crowley vendeva i racconti alle riviste.

Per lui erano una fonte di guadagno tutto sommato poco impegnativa. Nel frattempo, scriveva opere impegnative come Il libro della legge, realizzato sotto dettatura del demone Aiwass in una stanza della Cairo degli antichi dei.

sabato 4 aprile 2026

Il mistero della Pietra del Destino su cui vengono incoronati i Re d’Inghilterra

tratto da "Il Giornale" del 17 giugno 2025

La storia leggendaria e gli enigmi della Pietra del Destino, usata durante l’incoronazione di Carlo III

di Francesca Rossi


La Pietra del Destino è tornata sui giornali grazie all’incoronazione di Carlo III, avvenuta il 6 maggio 2023. Si tratta, infatti, di un reperto storico fondamentale per la cerimonia ufficiale d’insediamento dei sovrani britannici. Prima dell’ascesa al trono di Sua Maestà venne trovata sulla pietra una strana incisione, il cui significato non venne immediatamente compreso. Studi successivi avrebbero consentito la formulazione di un’ipotesi piuttosto attendibile che, però, porta con sé altre domande.


“Stone of Scone”

Una specie di parallelepipedo di arenaria rossa da 152 chili, che misura 66 centimetri per 41, ci dice l’Enciclopedia Britannica. Così si presenta la Pietra del Destino, conosciuta anche come Pietra di Scone, dal villaggio scozzese omonimo in cui venne ritrovata, o Pietra dell’Incoronazione. Infatti su di essa, nel Medioevo, veniva adagiato il trono dei sovrani scozzesi che stavano per essere incoronati, una tradizione che continua ancora oggi, ma con i Re d’Inghilterra.

La storia di questa pietra si fonde con la leggenda: il patriarca biblico Giacobbe la “usò come cuscino” mentre si trovava a Betel (una città antica, ormai scomparsa, nella Palestina centro-meridionale), raccontano il Times e il sito della Christian Heritage Edinburgh. Proprio mentre riposava ebbe una visione angelica. Secondo altre versioni la pietra appartenne anche a Mosè nel periodo in cui portò gli ebrei fuori dall’Egitto, liberandoli dalla schiavitù.

Altre leggende sostengono che la pietra sarebbe stata spostata in Medio Oriente, poi in Sicilia, in Spagna e infine portata a Tara, in Irlanda, nel 700 a.C. Nel 500 d.C. il leggendario Re irlandese Fergus Mór la portò in Scozia. Tuttavia non è detto, come precisa il sito WorldHistory.org, che si tratti della stessa pietra che conosciamo oggi. Purtroppo non ci sono date certe, né la possibilità di verificare le storie relative al presunto viaggio per il mondo della pietra.

A complicare ulteriormente la questione, sostiene ancora il sito, ci sono dei resoconti di epoca medievale che parlano non di una semplice pietra, bensì di un trono fatto di pietra. Non possiamo escludere che i cronisti si riferissero a un altro simbolo regale che, forse, non è arrivato fino a noi. Del resto l’esistenza di un trono in pietra non collimerebbe con il resto della storia della Stone of Destiny. Oppure ciò che vediamo oggi potrebbe essere stata una parte dell’antico trono. Ricostruirne la cronologia e i fatti con esattezza è, al momento, impossibile.

In ogni caso la pietra sarebbe stata usata durante le incoronazioni già quando era ancora a Scone (anche in questo caso, però, un’altra versione dei fatti sostiene che la Stone of Destiny non sarebbe stata trovata a Scone, ma vi sarebbe stata portata nell’843 dal Re celtico Kenneth MacAlpin). Per la precisione sembra venisse, incastonata, inserita nel trono (altro dettaglio che sarebbe in contraddizione con l’idea di un intero trono di pietra, a meno che il presunto trono originario non fosse già andato perduto, ma si tratta solo di supposizioni). Non è escluso, come riporta WorldHistory.org, che venisse usata addirittura come altare. L’ultimo Re scozzese che venne intronizzato sulla Stone of Scone fu John II de Balliol (1250 circa-1313 circa) il 30 novembre 1292.


Settecento anni di incoronazioni

Nel 1296 Edoardo I d’Inghilterra (1239-1307) invase la Scozia e sottrasse la pietra da Scone, insieme alla corona e allo scettro scozzesi e al St. Margaret Black Rod. La Stone of Destiny venne portata all’Abbazia di Westminster. Un gesto provocatorio, per dimostrare il suo potere sul Paese, che considerava una sorta di periferia del suo regno. Nel 1307 Edoardo I diede ordine di costruire un trono sotto al quale poter inserire la pietra, ovvero la Coronation Chair, dedicata, spiega il sito di Westminster Abbey, a Edoardo Il Confessore (1002-1066). La presenza della pietra doveva essere una sorta di legittimazione per i sovrani inglesi a fregiarsi anche della Corona di Scozia.

Per settecento anni Re e Regine sono stati incoronati sulla Stone of Scone, ma gli scozzesi non si rassegnarono mai alla sua perdita. Il giorno di Natale del 1950 quattro studenti nazionalisti riuscirono a entrare nell’Abbazia di Westminster e a riprendere la pietra, riportandola in Scozia, ad Arbroath Abbey. L’Inghilterra ne ottenne la restituzione dopo tre mesi. Tuttavia l’accaduto fece emergere definitivamente il malcontento degli scozzesi, suscitando dibattiti e polemiche. Alla fine i contendenti raggiunsero un compromesso: la pietra sarebbe tornata in Scozia, ma agli inglesi sarebbe stato concesso di prelevarla in occasione delle incoronazioni.

Così fu. Il 30 novembre 1996 (giorno di Sant’Andrea, patrono di Scozia), come riporta Christian Heritage Edinburgh, dopo la processione dal Palazzo di Holyrood alla St. Giles’ Cathedral e la cerimonia religiosa, la Pietra del Destino venne portata al Castello di Edimburgo.

Come riporta Sky.com nel novembre 2023 il ventiduenne membro del gruppo “This is Rigged”, Joe Madden, che protestava per gli effetti della crisi economica insieme ad altri giovani attivisti, colpì la teca che conteneva la Stone of Destiny con un martello, una pietra e uno scalpello, causando tremila sterline di danni. Madden venne condannato a dodici mesi di lavori socialmente utili e a centottanta ore di lavoro non retribuito. Dal marzo 2024 la Pietra di Scone è in mostra permanente al museo di Perth.


L’iscrizione

Prima dell’incoronazione di Carlo III, avvenuta il 6 maggio 2023, venne realizzata una copia in 3D della Stone of Destiny, in modo da poterla esaminare meglio e da diverse angolazioni, spiega il Daily Mail. I risultati degli studi furono davvero interessanti. Ewan Hyslop dell’Historic Environment Scotland (HES), esperto di scienze climatiche, dichiarò: “…La pietra è stata lavorata in maniera piuttosto grossolana da più di uno scultore, con un certo numero di strumenti diversi, come ipotizzato in precedenza”.

Inoltre delle tracce rilevate ai raggi X farebbero supporre che la Stone of Scone sarebbe venuta a contatto, nell’arco della sua lunga storia, con un oggetto fatto in bronzo o in ottone. La scoperta più misteriosa, però, riguarda l’iscrizione di un numero romano, il “XXXV” (35). Gli studiosi non riuscirono a capire subito cosa significasse questa incisione, né il motivo per cui venne realizzata. Non sembrava esservi neppure la speranza di risalire all’autore. Nel gennaio 2025, però, il Daily Mail ha riportato un’ipotesi formulata da Sally Foster, archeologa della Stirling University.

La ragione della misteriosa incisione, sostiene la studiosa, sarebbe collegata agli eventi del Natale del 1950. Durante il furto, infatti, la Pietra del Destino sarebbe stata danneggiata. A dirigere i lavori di restauro fu, nel 1951, lo scultore e politico scozzese (entrato nel National Party of Scotland nel 1928) Robert Gray (1895-1975). Durante le fasi di riparazione questi avrebbe numerato trentacinque pezzi che componevano il blocco di arenaria originale, ovvero trentaquattro frammenti e la parte più grande, da 152 chilogrammi (cioè la trentacinquesima, la Pietra del Destino usata nelle incoronazioni). Sarebbe stato proprio Gray, dunque, a scrivere il numero “XXXV” sulla pietra. La professoressa Foster ne è certa, ma al Daily Mail puntualizza: “Naturalmente non posso provarlo, ma cos’altro potrebbe essere?”.


I misteri di Robert Gray

La supposizione della professoressa Foster non risolve del tutto il mistero. Anzi, per certi versi lo complica, facendo emergere ulteriori dubbi: Gray non avrebbe mai rivelato quanti fossero in totale i frammenti numerati. Gli studiosi suppongono che la Stone of Scone sia l’ultima parte del blocco originario, anche perché è la più grande, ma non è detto che le cose stiano così.

Stando alla Bbc alcune parti sarebbero finite in collezioni private. Il Daily Mail e ancora la Bbc ricordano che uno dei frammenti sarebbe stato donato all’ex primo ministro scozzese Alex Salmond nel 2008 e ora sarebbe custodito nella sede dello Scottish National Party. Secondo una delle ipotesi, mai dimostrate, relative alla sorte di eventuali frammenti mancanti, sarebbe stato proprio Gray a prelevare alcuni pezzi e a donarli.

C’è anche un altro problema: nella pagina dedicata alla pietra sul sito della Stirling University Sally Foster ricorda che nel 1929 Robert Gray avrebbe realizzato due copie della Stone of Destiny. Per questo qualcuno teme che durante i lavori di restauro lo scultore scozzese possa aver sostituito la pietra originale con una delle copie, una sorta di rivalsa sugli inglesi. La teoria è avvincente, ma non suffragata da fatti.

A proposito del significato del numero romano inciso sulla Stone of Destiny l’Historic Environment Scotland ha un atteggiamento molto più cauto. Un portavoce dell’organizzazione, citato dal Daily Mail, afferma: “Non sappiamo con sicurezza quando furono realizzate queste incisioni sulla pietra, né cosa vogliano dire. Benché siano numeri romani, ciò non significa necessariamente che risalgano all’epoca romana. L’aspetto dell’iscrizione e il fatto che non sia stata precedentemente rilevate suggerisce che potrebbero essere state incise in un periodo più recente. Ci auguriamo che questo diventi un ambito di ulteriore ricerca”.

La storia della Pietra del Destino, fusa con le leggende e gli enigmi non ancora risolti, non fa altro che accrescere il fascino misterioso della Corona inglese. Rafforza, di riflesso, il magnetismo di quei luoghi, dalla Scozia all’Inghilterra, che hanno fatto da sfondo a una narrazione secolare in parte ancora ignota.

mercoledì 18 marzo 2026

La lunga caccia al Santo Graal. Da Artù ai Nazisti

tratto da "Il Giornale" del 17 marzo 2024

Matthias Egeler ricostruisce nel dettaglio una avventura, letteraria e non solo, che attraversa l’Europa da più di ottocento

di Matteo Sacchi


La ricerca del Santo Graal è un’avventura intellettuale, e non solo intellettuale, che dura almeno da ottocento anni. La mitica coppa dell’Ultima cena, in cui poi sarebbe stato raccolto il sangue fuoriuscito dal costato del Cristo, è al centro di una lunghissima rielaborazione letteraria. Si trova all’incrocio di miti e credenze che provengono da ambiti culturali diversissimi, spaziano dai Celti al mondo protocristiano e che poi si “arrampicano” lungo il Medioevo, passando attraverso i deliri di onnipotenza nazisti per approdare sino al presente e ai film di Indiana Jones. Questa storia lunghissima viene raccontata da Matthias Egeler, esperto di filologia dell’università di Monaco, in Il Santo Graal, saggio pubblicato in Italia per i tipi del Mulino (pagg. 132, euro 15). Egeler si muove a partire dal punto fermo in cui il Graal entra nella letteratura. La coppa - anche se all’inizio proprio una coppa non sembra essere - è strettamente correlata alla letteratura arturiana, alla materia di Bretagna. Per la precisione al Percival di Chrétien de Troyes. In questo poema incompiuto scritto tra il 1175 e il 1190 il Graal compare in associazione con una complessa parata allegorica e una lancia magica. Una lancia che potrebbe essere identificata con la mitica lancia di Longino, il centurione romano che avrebbe trafitto il costato di Cristo. La presunta lancia venne ritrovata durante la Prima crociata, nel 1098. E il Percival venne commissionato a Chrétien da Filippo di Fiandra che stava per partecipare alla terza spedizione in Terra Santa. Eppure leggendo il testo il Graal (la parola potrebbe provenire dal latino gradalis che indicava più un piatto fondo che una coppa) sembra assomigliare a molti calderoni delle leggende celtiche e anche la lancia facilmente rimanda ad avventure delle culture precristiane come Preiddeu Annwn (in cimrico, «il bottino dell’aldilà»). Insomma, perché il Graal diventi quello che tutti abbiamo in mente bisogna attendere almeno l’intervento del poeta borgognone Robert de Boron, parliamo dei primi del XIII secolo, con il suo romanzo in versi Giuseppe d’Arimatea. Con questo romanzo de Boron scrive virtualmente un nuovo vangelo apocrifo, utilizzando principalmente materiale della Bibbia e del Vangelo di Nicodemo. Ma per l’idea della coppa usata per raccogliere il sangue di Cristo crocifisso non è facile capire dove de Boron abbia preso l’ispirazione. Bisogna spostarsi in epoca e area carolingia per trovare codici, come il Salterio di Utrecht, in cui compaiano illustrazioni di personaggi che raccolgono il sangue di Cristo. Il risultato è una narrazione così potente da trasformarsi in una credenza che attraversa i secoli. Ci sono ancora molti visitatori, ad esempio, che si recano a Glastonbury, nell’Inghilterra meridionale. Una leggenda locale racconta che nei giorni immediatamente successivi alla Crocifissione di Gesù, Giuseppe d’Arimatea portò il Graal dalla Terra Santa in Inghilterra. Di là arrivò infine a Glastonbury, e quando ebbe scalato la ripida collina che oggi si chiama Wirrall Hill, conficcò il suo bastone nel terreno e disse (per qualche oscura ragione in inglese): «Are we not weary all» («Non siamo tutti stanchi»). Da allora la collina sarebbe chiamata «Weary-all (Wirrall) Hill». Il bastone mise le radici, germogliò rami e foglie e sarebbe diventato il progenitore del biancospino che si trova ancora oggi sulla collina. I “discendenti” del biancospino di Giuseppe fioriscono due volte l’anno, di cui una a dicembre; e un ramo di questi cespugli viene inviato ogni anno alla famiglia reale britannica per abbellire la tavola della colazione di Natale. Si dice

inoltre che lo stesso Giuseppe d’Arimatea si stabilì a Glastonbury dove fondò un monastero. E il Graal stesso si troverebbe da qualche parte nella Chalice Hill («Collina del Calice») tra Glastonbury Tor e Wirrall Hill, colorando di rosso l’acqua che sgorga nel Chalice Well (Pozzo del Calice). È solo un esempio di quanto la leggenda di questa coppa si sia radicata in molti luoghi della Gran Bretagna e non solo. E allora ricostruire le radici di questi miti e i loro intrecci nei secoli, indagando le leggende celtiche da un lato e la tradizione cristiana, vangeli apocrifi compresi, dall’altro, è una sfida in cui Egeler si cimenta fornendo al lettore un sacco di interpretazioni e di spunti. Potreste scoprire, ad esempio, che il mito arturiano e del Graal è collegato anche a una serie di luoghi in Italia, come il duomo di Modena, e che la sua diffusione nella nostra penisola resta abbastanza misteriosa, avvenuta prima ancora che si diffondessero gli scritti di Chrétien de Troyes. Ma c’è spazio anche per la modernità e per ciò che il Graal è diventato nel corso dei secoli e anche nel nostro immaginario, come dicevamo arrivando sino al cinema e a Indiana Jones. Ah, a proposito di Indiana Jones e fantasia... La smania nazista di mettere le mani sul Graal, metaforicamente e no, è un fatto e non un mito. Negli anni precedenti la Seconda guerra mondiale la ricezione del mito del Graal in Germania assunse forme particolarmente eclatanti e riguardò anche i vertici dell’apparato nazista. Ad esempio l’enorme significato che il Führer attribuiva all’opera di Wagner dedicata al Graal si rifletteva anche nel suo progetto di rendere questo dramma musicale il cuore di un’imponente celebrazione dopo la vittoria finale. Ma c’erano degli antecedenti anche negli anni che precedettero lo scoppio del conflitto. Un manifesto di propaganda del 1936, per esempio, mostra Hitler come un cavaliere medievale in armatura corazzata e con in mano uno stendardo a svastica, rappresentandolo come un moderno Parsifal, cavaliere del Graal, un salvatore con sfumature religioso-mitiche. Il regime nazista utilizzò il Graal anche nell’architettura: nel castello di Wewelsburg, che fu convertito a uso delle Ss a partire dal 1934, una stanza venne chiamata «Graal» e fu allestita una sala rotonda che evocava la scenografia della prima del Parsifal del 1882.




giovedì 26 febbraio 2026

Silenzio parola e amore. Frammenti e note

in collaborazione con l'autore Michele Leone

tratto da: https://micheleleone.it/silenzio-parola-e-amore-frammenti-e-note/


Riflessioni ispirate dalla lettura di: Platone a Heliopolis d’Egitto


“Il sapiente sa decifrare, grazie al solo spirito di ricerca, la lezione nascosta nel palinsesto del libro vivente dei miti, dei riti, delle religioni?”


La risposta potrebbe essere Silenzio parola e amore, ma la domanda non è provocatoria e neanche tendenziosa, implicherebbe una ricerca sul significato profondo e comune di ciò che si può intendere per sapiente. Spunto e nota per queste poche righe sono le parole di Godel nel suo Platone a Heliopolis d’Egitto, il Melangolo 2015 (tutti i virgolettati sono presi da questo testo). Ognuno attribuirà al sapiente la sfumatura più consona al suo percorso interiore. Per certo, il ricercatore non potrà non tenere in considerazione queste indicazioni.


“Premunitosi il più possibile contro la tentazione di semplificazioni, il ricercatore si esercita nella gioia di leggere il linguaggio dei miti. La sua iniziazione acquisisce profondità; a mano a mano che sale il livello d’intellegibilità mette da parte le contingenze, la vana curiosità del pittoresco, le accozzaglie inutili, per lasciarsi attirare verso l’essenziale.


Dietro il gioco dei miti, dietro le figure divine o eroiche appare la trama del tessuto mentale di cui è costituito tutto questo immaginario, che ricopre con il proprio velo il tessitore che ne disegna il modello; invita chiunque voglia superare le forme visibili a cercare questo artigiano e poeta segreto; lo nasconde e lo indica insieme. Dietro la tela dalle immagini parlanti è possibile avvertire una funzione biologica rivelatrice delle strutture profonde del vivente. Questa forza generatrice di racconti incantati possiede una scienza implicita; la sua naturale conoscenza delle leggi che reggono la vita dello spirito è sicura fintanto che lo è – nella sua sfera – il sapere istintivo di un ragno che tesse la ragnatela.”

Dopo la curiosità, dopo il bizzarro ed il pittoresco, bisogna ricercare un livello altro. Una Via che è tangente a molteplici altre strade, ma che al tempo stesso è unica e irripetibile. Una Via raccontata da molti viaggiatori dello spirito, la ricerca quella primigenia scintilla da cui scaturisce la fiamma del fuoco che arde e non brucia il cuore dei puri, dei Kadosh. La verità, come la conoscenza o Sofia deve essere colta nuda, va svelata passo a passo, respiro dopo respiro come due innamorati che sotto la rosa cercano la perfetta unione e danzano prima di congiungersi ed essere uno da due.


“L’egiziano, in silenzio, metteva il dito prima sul cuore, poi sulle labbra. Chiunque fosse istruito capiva il senso implicito di quel gesto.


Dalla conoscenza sepolta ai recessi del cuore il cammino verso la bocca è breve. L’uomo è tentato di esprimere a parole l’universo e la sua autorità verbale – Hu – controlla l’azione costruisce il mondo. Ma la parola espressa non torna mai più al suo punto di partenza, non può ritrovare la fonte da cui è sorta la norma cosmica. L’enigma della creazione non si rivelerà nelle parole. Meglio di qualunque dialettica, le poesie dei Saggi ci aiuteranno a penetrare il mistero delle origini:


Tu che conduci l’acqua in un luogo in disparte

Vieni e salva me silenzioso,

Thot, dolce fonte dell’uomo assetato nel deserto.

Inaccessibile per chi trova le parole

Aperta per chi è silenzioso;

Giunge, il silenzioso, e trova la fonte.”


Oltrepassando i confini della cultura e della conoscenza intesa in senso scientifico o profano (fuori dal tempio) le parole diventano un pericolo, un ostacolo od una opportunità a seconda di chi le vive. La parola è uno dei segreti, la via è silenziosa e piena d’amore.

giovedì 5 febbraio 2026

La prima edizione italiana di “Frankenstein” di Mary Shelley

in collaborazione con l'autore Simone Berni

tratto da: https://www.cacciatoredilibri.com/la-prima-edizione-italiana-di-frankenstein-di-mary-shelley-su-ebay/

Come “Dracula” di Bram Stoker, un’altra edizione eccellente uscita in tempo di guerra!


La prima edizione italiana di Frankenstein di Mary Shelley (Roma, Donatello De Luigi Editore, 1944). Sì, lo stesso destino del Dracula di Bram Stoker – entrambi usciti durante la guerra, stampati con carta di pessima qualità, poco pubblicizzati, avvolti “nell’ombra”, come gli illustri personaggi che descrivono preferiscono ampiamente, del resto.

Frankenstein in Italia: un’edizione leggendaria nata sotto i bombardamenti

Quando si parla di “Frankenstein“, l’icona della letteratura gotica e fantastica di Mary Shelley, la mente corre inevitabilmente all’originale inglese del 1818. Eppure, in Italia il suo arrivo è stata una lunga attesa: la prima vera traduzione italiana di Frankenstein vide la luce solo nel 1944, in piena Seconda guerra mondiale, per la casa editrice Donatello De Luigi di Roma.

Pubblicare un capolavoro letterario in tempo di guerra significa sfidare la sorte e le difficoltà materiali. La prima edizione italiana di Frankenstein fu stampata su carta di qualità scadente, un riflesso diretto delle ristrettezze belliche e della scarsità di materiali. Nonostante ciò, questa edizione rimane un gioiello raro e ambito, appartenente alla collana “Il Romanzo Nero” diretta da Donatello De Luigi che si distingueva per la pubblicazione di opere di letteratura fantastica e di orrore.

La traduzione e introduzione furono affidate a Ranieri Cochetti, che offrì agli italiani uno sguardo sulla celebre figura del Dottor Frankenstein e della sua creatura assemblata, quasi un riflesso oscuro e inquietante del presente storico in cui il libro nasceva, durante il fragore dei bombardamenti e delle battaglie.

Sebbene l’edizione del 1944 non goda della stessa qualità tipografica delle pubblicazioni più moderne, è ricercatissima dai collezionisti per la sua rarità e il contesto storico in cui è stata prodotta. Copie di questa prima traduzione italiana sono (quasi) pezzi da museo per gli appassionati di bibliofilia, spesso conservate con cura nonostante l’usura del tempo. La brossura editoriale, con titolo bianco su fondo nero, è riconoscibile e segnata da una patina che racconta la sua lunga storia. Questa edizione è considerata il punto di partenza per la fortuna editoriale del romanzo in Italia e rappresenta un unicum rarissimo: sono passati infatti quasi 130 anni dalla prima edizione inglese prima che Frankenstein fosse disponibile in italiano in una forma integrale e curata.

Curioso come un simbolo della letteratura occidentale, così profondamente legato al concetto di creatività e orrore, sia stato tradotto per la prima volta in Italia proprio in uno dei periodi più drammatici della sua storia, quasi che la creatura di Frankenstein rispecchiasse le tensioni di quel tempo. Questa edizione è dunque un vero e proprio “mostro” da collezione, che parla non solo di letteratura, ma anche della passione di un editore che ha voluto portare in Italia un classico immortale, nonostante tutto.



martedì 27 gennaio 2026

L’isola di Thule e i misteri del nazismo

tratto da https://it.insideover.com/schede/storia/thule-l-isola-che-non-c-e-dove-nacque-il-nazismo.html

del 28 Settembre 2021

di Emanuel Pietrobon


L’epopea nazista non è durata mille anni come avrebbe desiderato Adolf Hitler, ma quel dodicennio è stato sufficiente a catalizzare l’entrata della storia e dell’umanità in una nuova era: l’era della guerra fredda, della decolonizzazione e della fine definitiva del sistema europeo degli Stati. E ancora oggi, a distanza di quasi un secolo, quella nazista continua ad essere la saga storica che, più di ogni altra – anche più del confronto egemonico tra Stati Uniti e Unione sovietica –, stuzzica maggiormente l’immaginazione di scrittori e sceneggiatori.

Le ragioni alla base dell’eterno interesse verso il nazismo sono molteplici, poiché spazianti dalla curiosità antropologica alla trasmissione della memoria e dalla ricerca storica alla fascinazione verso il lato misterico e misticistico del Mito del ventesimo secolo. Perché il nazismo non fu soltanto odio e guerra, ma fu anche criptoarcheologia, esoterismo, occultismo, teosofia e ufologia. Perché il nazismo non fu soltanto Joseph Goebbels, ma fu anche il ricercatore del Graal Otto Rahn, il mistico Karl Maria Wiligut e l’enigmatico Rudolf Hess. Perché il nazismo non fu soltanto SS e Luftwaffe, ma fu anche Ahnenerbe e Società di Thule.


Introduzione a Thule

Thule è l’isola dove non tramonta mai il Sole sulla quale l’esploratore greco Pitea avrebbe messo piede trecento anni prima della venuta di Cristo. Un’isola dalla bellezza apollinea, intrisa di magia, a metà tra questo mondo e l’Altro – Thule deriva dall’etrusco “tular“, cioè “confine” – e che nessuno ha mai più ritrovato.

Da alcuni identificata come l’Islanda, da taluni come la Groenlandia, e da altri ancora come un luogo accessibile soltanto ai puri, agli eletti, quest’isola perduta e leggendaria, Eden in terra, ha plasmato per secoli l’immaginario collettivo dei pensatori, degli scrittori e degli esoteristi. Ed è a lei che ad un certo punto del Novecento, compreso fra il 1911 e il 1918, un manipolo di occultisti, veterani e nostalgici del Reich avrebbe dedicato una delle fratellanze segrete più influenti dell’epoca: la Società di Thule.

Fondata da Walter Nauhaus, un militare con la passione per l’arte e per lo studio dei miti degli antichi popoli germanici, come i norreni, la Società di Thule nasce come gruppo di studio riunente seguaci dell’ariosofia di Guido von List e Jorg Lanz von Liebenfels, della teosofia di Helena Blavatsky, dell’occultismo razzistico di Aleister Crowley e di scuole di pensiero come il neoteutonismo di Theodor Fritsch.

Questa associazione di studi, che avrebbe acquisito il nome di Thule soltanto nel 1918 – in seguito all’incontro tra Nauhaus e l’esoterista Rudolf von Sebottendorf –, tra l’immediato dopoguerra e la prima metà degli anni Venti avrebbe visto la partecipazione alle proprie riunioni segrete di quella che, un decennio dopo, sarebbe divenuta l’élite del nazismo: Hess, Rosenberg, Hermann Goring, Heinrich Himmler, il futuro governatore della Polonia occupata Hans Frank, l’ideologo Dietrich Eckart, il propagandista Julius Lehmann, il geopolitico Karl Haushofer e l’economista Gottfried Feder.

Alcuni di loro si conoscevano già, altri si sarebbero conosciuti tra una lezione e l’altra sulle origini ariane dei tedeschi; quel che è certo ed innegabile è il contributo di Thule all’ascesa del nazismo, da essa creato inconsapevolmente favorendo l’incontro di personaggi che insieme avrebbero scritto la storia del Novecento e galvanizzando la diffusione di idee che avrebbero plasmato la NS-weltanschauung.


La popolarità

Se la Società di Thule non fosse esistita, i nazionalsocialisti avrebbero dovuto inventarla. Perché Thule è dove nasce quel misticismo nazista che avrebbe condotto gli archeologi e gli esploratori dell’Ahnenerbe in lungo e in largo per il mondo, alla ricerca dei resti della perduta razza ariana, di reliquie leggendarie come il Santo Graal e di luoghi mitologici come il regno di Agarthi.

Ai convegni di Thule veniva insegnato che i tedeschi erano i discendenti di una razza superiore (herrenrasse), quella dei perduti ariani, che all’alba dei tempi aveva dominato l’Eurasia e portato prometeicamente il fuoco agli Uomini. Un legato che il popolo tedesco era chiamato a valorizzare, a custodire gelosamente e a difendere della minacce della mescolanza razziale, del materialismo e del cosmopolitismo; tre prodotti di un presunto complotto demo-pluto-giudaico-bolscevico-massonico ordito ai danni della Germania, dell’Europa e della Cristianità.

"I maestri di Thule insegnavano ai loro allievi che avrebbero dovuto dare vita ad una resistenza spirituale contro l’incedere delle suddette insidie e che avrebbero trovato la forza necessaria ad esperire la missione di salvare la Germania e l’Europa dall’energia promanante dall’isola dell’ultima Thule. Un’isola che non era come altre: perché era perduta, perché era il centro del regno leggendario di Iperborea e perché era la fonte di volitività della herrenrasse."

Il loro appello alla salvazione del Großgermanisches Reich, il Reich della Grande Germania, non avrebbe mai catturato l’attenzione delle masse – in tutta la Baviera si contavano circa 1.500 membri –, ma la storia, si sa, non l’hanno mai fatta le masse: la storia è, da sempre, prerogativa di condottieri carismatici che trascinano le masse.

All’acme della popolarità, cioè il 1919, la Società di Thule fu accusata dal governo centrale di aver pilotato i tumulti alla base della nascita della cosiddetta Repubblica Sovietica Bavarese. Non era vero, ovviamente, anche perché i thulisti erano fermamente anticomunisti, ma quell’accusa servì a Berlino per inaugurare una campagna repressiva contro di loro a base di arresti ed esecuzioni.


La fine

Braccati dal governo centrale, dal quale stavano venendo incarcerati e giustiziati, i thulisti avrebbero progressivamente e silenziosamente smantellato la Società. Erano degli esoteristi con la fissazione per le razze, non degli aspiranti golpisti, perciò decisero che il gioco non valeva la candela.

Poco a poco, uno dopo l’altro, i thulisti sarebbero entrati a far parte del precursore del Partito Nazionalsocialista dei Lavoratori Tedeschi, il Partito dei Lavoratori Tedeschi (DAP, Deutsche Arbeiterpartei), condividendone lo spirito conservatore e patriottico. E quel partito, chiaramente, sarebbe stato foggiato in maniera determinante dall’influsso significativo di thulisti, assumendo di lì a breve una nuova forma: quella nazista.

Per quanto riguarda Thule, su di essa non esiste una data di scioglimento così come non ne esiste una relativa alla fondazione. Essa nacque nell’anonimato e morì nell’ombra. Quel che è noto è che strutturalmente non sopravvisse agli anni Venti, dato che von Sebottendorff avrebbe cercato di riportarla in vita dopo il 1933 – ma non fu possibile per via della legislazione antimassonica della Germania nazista. Thule, ad ogni modo, avrebbe continuato a vivere sotto forma di idea, guidando le bussole degli esploratori della Ahnenerbe, arricchendo la propaganda di Joseph Goebbels e influenzando la mente e stuzzicando la fantasia di quella generazione di statisti, politici e pensatori tedeschi allevata al culto del Mito del ventesimo secolo.