mercoledì 1 marzo 2017

MISSIONE DELL’INDIA

In collaborazione con la rivista Lettera e Spirito: https://letteraespirito.wordpress.com/alveydre-missione-dellindia/

Nota della redazione

René Guénon nel primo capitolo della sua opera Il Re del Mondo (Adelphi Edizioni, Milano, 1977) fa riferimento a due libri rispettivamente di Alexandre Saint-Yves d’Alveydre (Mission de l’Inde en Europe. Mission de l’Europe en Asie, Librairie Dorbon Ainé, Paris, 1910) e di Ferdinand Ossendowski (Beasts, Men and Gods, E.P. Dutton & Company, New York, 1922) nei quali si parla del misterioso regno sotterraneo di Agarttha. Per motivi fondamentalmente di carattere storico e documentale riteniamo possa essere interessante la pubblicazione di due estratti di queste opere. I testi, che trattano il tema con la mentalità propria dell’epoca (a cavallo tra la fine del secolo XIX e l’inizio del XX), insieme a elementi obiettivi di indubbio interesse non mancano di ingenuità in alcune descrizioni, riflesso delle correnti di pensiero occultiste molto presenti nelle pubblicazioni dell’epoca.


Alexandre Saint-Yves d’Alveydre

Capitolo I

Dov’è l’Agarttha?

Dov’è l’Agarttha? In quale luogo preciso si trova? Per quale strada, attraverso quali popoli occorre procedere per penetrarvi?

A questa domanda, che non mancheranno di porsi i diplomatici e i militari, non conviene che io risponda più di quanto sto per fare, fintantoché non sia realizzata, o perlomeno tracciata, l’intesa sinarchica [1].

Ma, giacché so che nelle loro reciproche competizioni per l’Asia tutta, certe potenze rasentano, senza accorgersene, questo territorio sacro, come del resto so che, nel momento di un possibile conflitto, le loro truppe dovrebbero necessariamente o passarvi, o costeggiarlo, è per un senso di umanità nei confronti di questi popoli europei come per la stessa Agarttha, che non mi faccio scrupolo di proseguire nella divulgazione che ho cominciato.

Sulla superficie e nelle viscere della terra la reale estensione dell’Agarttha sfida la morsa e la costrizione della profanazione e della violenza.

Senza parlare dell’America, i cui sconosciuti sottosuoli le appartennero in una lontanissima antichità, soltanto in Asia, pressappoco mezzo miliardo di uomini sono più o meno al corrente della sua esistenza e della sua grandezza.

Ma non si troverà tra questi un traditore che indichi la posizione esatta in cui si trovano il suo Consiglio di Dio e il suo Consiglio degli Dei, la sua testa pontificale e il suo cuore giuridico.

Se ciò nondimeno avvenisse, e se essa fosse invasa malgrado i suoi numerosi e terribili difensori, ogni esercito di conquista, foss’anche di un milione di uomini, vedrebbe rinnovarsi la risposta tonitruante del tempio di Delfi alle innumerevoli orde dei satrapi [2] persiani.

Chiamando in loro soccorso le Potenze cosmiche della Terra e del Cielo, anche sconfitti, i Templari e i Confederati dell’Agarttha potrebbero alla bisogna far esplodere una parte del Pianeta, e frantumare con un cataclisma sia i profanatori armati sia le loro patrie d’origine.

È per queste cause scientifiche che la parte centrale di questa santa terra non è mai stata profanata malgrado il flusso e il riflusso, lo scontro e il reciproco annientamento degli imperi militari, da Babilonia al regno turanico dell’Alta Tartaria, da Susa a Pella, da Alessandria a Roma.

Prima della spedizione di Ram e del predominio della Razza bianca in Asia, la Metropoli manavica aveva per centro Ayodhya [3], la Città solare.

Le biblioteche dei Cicli anteriori alla nostra era

Gettando uno sguardo sul vero confine tra l’Europa e l’Asia, il nostro Antenato celtico vi fissò, nei siti più splendidi della Terra, il Sacro Collegio alla testa del quale l’iniziazione l’aveva fatto pervenire.

Le biblioteche precedenti rimasero inalterate, grazie alla sua stessa scienza, malgrado tutte le forme intellettuali e sociali che realizzò la sua luminosa iniziativa.

L’Agarttha dopo Ram, i suoi successivi spostamenti; i ventidue templi

Più di tremila anni dopo Ram, e a partire dallo scisma di Irshu, il centro universitario della Sinarchia, dell’Agnello e dell’Ariete subì un primo spostamento, che è meglio non precisare oltre.

Infine, circa quattordici secoli dopo Irshu, poco dopo Sakya Muni [4], un altro cambiamento di sede fu deciso.

Basti ai miei lettori sapere che, in certe regioni dell’Himalaya, tra i ventidue templi rappresentanti i ventidue Arcani di Ermete e le ventidue lettere di certi alfabeti sacri, l’Agarttha forma lo Zero mistico, l’introvabile.

Lo Zero, vale a dire Tutto o Niente, tutto mediante l’Unità armonica, niente senza di essa, tutto mediante la Sinarchia, niente mediante l’Anarchia.

Il territorio sacro dell’Agarttha forma ancora una sinarchia completa

Il territorio sacro dell’Agarttha è indipendente, sinarchicamente organizzato e composto da una popolazione che ammonta a circa venti milioni di anime.

La costituzione della Famiglia, con eguaglianza dei sessi nel focolare domestico, l’organizzazione del comune, del cantone e delle circoscrizioni che vanno dalla Provincia al Governo centrale, conservano ancora in tutta la loro purezza l’impronta del genio celtico di Ram innestato sulla divina saggezza delle istituzioni di Manu [5].

Non entrerò qui nei dettagli che si trovano in sovrabbondanza esposti altrove.

In tutte le Società umane è la statistica dei crimini, la miseria e la prostituzione che danno la prova dei loro vizi organici.

Non si conosce ad Agarttha alcuno dei nostri orrendi sistemi giudiziari o penitenziari: nessuna prigione.

La pena di morte non vi è applicata.

La polizia è costituita dai padri di famiglia.

I delitti sono deferiti agli iniziati, ai pandit di servizio.

Il loro arbitrato di pace, sempre spontaneamente invocato dalle parti stesse, evita nella quasi totalità dei casi un appello alle diverse corti di giustizia, giacche la riparazione volontaria segue immediatamente al danno.

Ho bisogno di dire che tutte le vergogne e tutte le piaghe sociali delle civiltà non sinarchiche, miseria delle masse, prostituzione, alcolismo, individualismo feroce in alto, spirito sovversivo in basso, incurie di ogni genere, sono sconosciute in questa antica Sinarchia?

I rajah indipendenti, preposti alle differenti circoscrizioni del suolo sacro, sono iniziati di alto grado.

Questi re presiedono la Corte suprema di Giustizia, e il loro arbitrato istituito al di sopra delle repubbliche cantonali conserva ancora il carattere di magistero che ho così lungamente analizzato nella Missione degli Ebrei [6].

Confederazione degli anfizioni [7] aghartthiani; pericolo di attaccarli

Intorno al territorio sacro e alla sua popolazione già tanto considerevole, si estende una confederazione sinarchica di popoli, il cui totale ammonta a più di quaranta milioni di anime.

Con questo scudo avrebbero a che fare come prima cosa i conquistatori europei, che invano chiederebbero alla forza ciò che solo un’alleanza leale potrebbe dare loro.

E se pure riuscissero a infrangere questo bastione vivente, si troverebbero faccia a faccia, come ho già detto, con alcune tragiche sorprese ben più colossali di quelle del tempio di Delfi, e con soldati che risorgono senza posa, legati tra loro come quelli delle Termopili, certi come quelli di ritrovarsi dopo la morte per combattere nuovamente i profanatori, nel seno stesso dell’Invisibile.

Le caste sono ignote ad Agarttha. Modalità d’ammissione: l’antico Nazareato

Le caste, quali gli Europei giustamente criticano, sono ignote ad Agarttha.

Il figlio dell’ultimo dei paria indù può essere ammesso alla sacra Università e, secondo i suoi meriti, uscirne o rimanervi in tutti i gradi della gerarchia.

La presentazione si esegue nella seguente maniera:

Al momento della nascita, la madre consacra il suo bambino: è il Nazareato di tutti i Templi del Ciclo dell’Agnello.

In differenti epoche successive, la Provvidenza è direttamente interrogata nei Templi, e allorché l’età d’ammissione è giunta, il ragazzo o la ragazza, avendo per padrino il rajah iniziato della provincia, fanno il loro ingresso nella sacra Università, assolutamente spesati di tutto.

Il resto non dipende che dal loro merito.

Organizzazione centrale dell’Agarttha; gerarchia agartthiana

Ecco ora l’organizzazione centrale dell’Agarttha, procedendo dal basso all’alto o dalla circonferenza al centro.

Milioni di Dwija [8] Dwija [9] due volte nati, di Yogi [10] Yogi, uniti in Dio, formano il grande cerchio o piuttosto l’emiciclo nel quale ci accingiamo a penetrare.

Essi abitano intere città: sono i sobborghi interni dell’Agarttha, simmetricamente suddivisi e ripartiti in costruzioni il più delle volte sotterranee.

Al di sopra di questi e dirigendoci verso il centro, troviamo cinquemila pandit, pandavan [11] Pandavan, sapienti, tra i quali alcuni svolgono il servizio dell’insegnamento propriamente detto, gli altri quello locale come soldati della polizia interna o della polizia delle cento porte.

Il loro numero di cinquemila corrisponde a quello delle radici ermetiche della lingua vedica.

Ogni radice è essa stessa uno ierogramma magico, legato a una Potenza celeste, con la sanzione di una Potenza infernale.

L’Agarttha intera è un’immagine fedele del Verbo eterno attraverso tutta la Creazione.

Dopo i pandit vengono, ripartite in emicicli sempre meno numerosi, le circoscrizioni solari dei trecentosessantacinque Bagwanda, Bagwanda, cardinali.

Il cerchio più elevato e più ravvicinato al centro misterioso si compone di dodici membri.

Questi ultimi rappresentano l’Iniziazione suprema, e corrispondono, tra altre cose, alla Zona zodiacale.

Nella celebrazione dei loro Misteri magici, essi portano i geroglifici dei segni dello Zodiaco, come pure certe lettere ieratiche, che si ritrovano in tutti gli ornamenti dei templi e degli oggetti sacri.

Ognuno di questi bagwanda o guru supremi, gûrû, maestri, porta sette nomi, ierogrammi o mantram, di sette Poteri celesti, terrestri e infernali.

Non rivelerò qui che uno degli oggetti di tale efficacia.

Le biblioteche, che racchiudono il vero corpus di tutte le arti e di tutte le scienze antiche da cinquecentocinquantasei secoli, sono inaccessibili a ogni sguardo profano e a ogni attentato.

Non le si può trovare che nelle viscere della terra.

Per ciò che riguarda il Ciclo di Ram, esse occupano certi sottosuoli dell’antico Impero dell’Ariete e delle sue colonie.

Le biblioteche della Paradesa; esse occupano migliaia di chilometri; loro descrizione

Le biblioteche dei Cicli anteriori si ritrovano fin sotto i mari che hanno inghiottito l’antico continente australe, fin nelle costruzioni sotterranee dell’antica America pre-diluviana.

Ciò che mi appresto a dire qui e più avanti assomiglierà a un racconto delle Mille e una Notte, e tuttavia nulla é più reale.

I veri archivi universitari della Paradesa occupano migliaia di chilometri. Da innumerevoli secoli, ogni anno, soli, alcuni alti iniziati in posssso soltanto del segreto di certe regioni, conoscono lo scopo materiale di certi lavori, e sono obbligati a passare tre anni a incidere sulle tavole di pietra, in caratteri sconosciuti, tutti i fatti riguardanti le quattro gerarchie delle scienze che formano il corpus totale della Conoscenza.

Ognuno di questi sapienti compie la sua opera nella solitudine, lontano da ogni luce visibile, sotto le città, sotto i deserti, sotto le pianure o sotto le montagne.

Che il lettore si figuri una scacchiera colossale che si estende sottoterra attraverso quasi tutte le regioni del Globo.

In ciascuna casella si trovano i fasti degli anni terrestri dell’Umanità, in certe caselle, le enciclopedie secolari e quelle millenarie, in altre infine, quelle degli Yuga minori e maggiori.

Il giorno in cui l’Europa avrà sostituito con la Sinarchia trinitaria l’anarchia del suo Governo generale, tutte queste meraviglie e molte altre ancora saranno spontaneamente accessibili ai rappresentanti della sua prima Camera anfizionica: quella dell’Insegnamento.

Pericolo di ogni curiosità e di ogni violenza

Ma, nel frattempo, guai ai curiosi, agli imprudenti che si mettessero a frugare la terra!

Essi non vi troverebbero nient’altro che una cocente delusione e una morte inevitabile.

Il solo Sovrano Pontefice dell’Agarttha con i suoi principali assessori, di cui parlerò, riunisce per intero nella sua conoscenza totale, nella sua suprema iniziazione, il sacro catalogo di questa biblioteca planetaria.

Egli solamente possiede nella sua interezza la chiave ciclica indispensabile, non solo per aprire ciascuna delle scaffalature, ma anche per sapere esattamente che cosa vi si trovi, per passare dall’una all’altra, e soprattutto per uscirne.

A che servirebbe al profanatore essere riuscito a forzare una delle caselle sotterranee di questo cervello, di questa memoria integrale dell’Umanità.

Con il suo peso spaventoso, la porta di pietra senza serrature, che chiude ciascuna delle caselle, ripiomberebbe su di lui per non aprirsi mai più.

Invano, prima di conoscere il suo terribile destino, si troverebbe davanti agli occhi le pagine minerali, che compongono questo libro cosmico, non ne potrebbe compitare una sola parola, né decifrare il minimo arcano, prima di accorgersi di essere disceso per sempre in una tomba dalla quale le sue grida non possono essere udite da alcun essere visibile.

Ogni cardinale o bagwanda, tra le Potenze che gli danno i suoi sette nomi ieratici, possiede il segreto delle sette regioni celesti, terrestri e infernali, e ha il potere di entrare e uscire attraverso sette circoscrizioni di questo spaventoso memoriale delle Spirito umano.

Necessità per i nostri sacerdoti e i nostri sapienti di un’Alleanza sinarchica con l’Agharttha

Ah! Se l’Anarchia non sovrintendesse ai rapporti dei popoli sulla terra, quale colossale rinascita si compirebbe in tutti i nostri Culti e in tutte le nostre Università!

È cosa certa che i nostri sacerdoti e i nostri ammirevoli sapienti, rientrati nell’Alleanza Universale dei tempi antichi, compirebbero il loro pellegrinaggio in Africa, in Asia, in ogni luogo ove giace il sepolcro di una civiltà scomparsa.

Non solo la terra consegnerebbe loro tutti i suoi segreti, ma essi ne avrebbero la piena comprensione, la chiave dorica, e ritornerebbero nelle differenti Facoltà dei nostri insegnamenti per versare non cenere morta, ma fiotti di luce vivente.

Ma allora, non si profanerebbe più il passato, non si rapirebbero più dai loro sepolcri i frammenti mutili e, perciò, inspiegabili, per ingombrarne i nostri musei.

L’Antichità verrebbe devotamente riedificata sul posto, in Egitto, in Etiopia, in Caldea, in Siria, in Armenia, in Persia, in Tracia, nel Caucaso e fin sugli altopiani dell’Alta Tartaria dove Swedenborg vide proprio attraverso il suolo i libri perduti delle guerre di Jehovah e delle generazioni di Adamo.

Quel che sarà l’archeologia sacra dopo quest’alleanza

Proprio a tutte queste tappe sacre della razza umana sarebbero ricondotti a frotte, Pontefici e inni in testa, i laureati dei nostri studi superiori!

Ah! Se invece di essere tra noi la serva dell’Anarchia governativa, la schiava della Forza, lo strumento dell’ignoranza, dell’iniquità e della rovina pubbliche di tutte le nostre patrie europee, la Scienza risalisse di nuovo, la tiara in testa, il pastorale in mano, sulle sue antiche vette luminose!

Se, sovrintendendo di nuovo alla vita sociale dei popoli, essa realizzasse alfine tutto quel che i profeti di tutti i Culti le hanno predetto, quale divino accordo riunirebbe tra loro tutte le membra sanguinanti dell’Umanità!

Questa non sarebbe più un Cristo in croce su tutto il Pianeta, ma un Cristo glorioso riflettente tutti i sacri raggi della Divinità, tutte le arti, tutte le scienze, tutti gli splendori e tutti i benefici di questo Spirito divino che rischiarerà il passato e, attraverso le nostre gestazioni dolorose, tende di nuovo a illuminare l’avvenire.

L’economia pubblica, liberata dal peso spaventoso degli armamenti e delle imposte, toccherebbe con la sua bacchetta d’oro tutto quel che fu.

Rinascita futura di tutte le civiltà morte

E si vedrebbe rinascere l’antico Egitto con i suoi Misteri purificati, la Grecia nello splendore trasfigurato dei suoi tempi orfici, la nuova Giudea, più bella ancora di quella di Davide e di Salomone, la Caldea prima di Nemrod.

Allora, tutto sarebbe rinnovato dal vertice alla base dell’organizzazione umana, tutto sarebbe illuminato e conosciuto, dall’alto dei Cieli fino alla fornace centrale della Terra.

Non esistono mali intellettuali, morali o fisici, ai quali il ravvicinamento delle facoltà insegnanti e la riunione positiva dell’Uomo con la Divinità non porterebbero rimedio sicuro.

La Morte stessa verrà vinta

Le sante vie della Generazione sarebbero ritrovate, quelle della Via santificate, quelle del Trapasso illuminate da ineffabili consolazioni, da adorabili certezze; e l’Umanità intera realizzerebbe la parola del Profeta abbagliato dai Misteri dell’altra Vita: Oh Morte, dov’è il tuo aculeo?

Noi marciamo verso questi tempi sinarchici attraverso le ultime agonie sanguinanti dell’Anarchia del Governo generale inaugurato a Babilonia.

Ecco il motivo per cui scrivo questo libro, e trascino il lettore più oltre ancora fin nel sacro centro dell’antica Paradesa.

Continuazione della descrizione della gerarchia agartthiana

Dopo i cerchi aperti o chiusi alternativamente dei trecentosessantacinque Bagwanda, vengono quelli dei ventidue o piuttosto dei ventun Arsci neri e bianchi.

La loro differenza con i più alti iniziati dei cerchi precedenti è puramente ufficiale e cerimoniale.

I Bagwanda possono risiedere o meno nell’Agarttha a loro gradimento; gli Arsci vi dimorano per sempre, come parte integrante dei suoi vertici gerarchici.

Le loro funzioni sono estremamente ampie, sotto i nomi cabalistici di Chrinarshi, Chinarshi, di Swadharshi, Swadharshi, di Dwijarshi, Dwijarshi, di Yogarshi, Yogarshi, di Maharshi, Maharshi, di Rajarshi, Rajarshi, di Dharmarshi, Dharmarshi, e infine di Praharshi, Praharshi.

Questi nomi indicano a sufficienza tutti i loro attributi, tanto spirituali quanto amministrativi, nell’Università sacra e ovunque si eserciti la sua influenza.

Per quel che concerne le scienze e le arti, essi formano con i dodici Bagwanda zodiacali il vertice della Maestria universitaria e della Grande Alleanza in Dio con tutte le Potenze cosmiche.

Al di sopra di essi non vi è che il triangolo formato dal Sovrano Pontefice, il Brâhatmah, Brahatmah sostegno delle anime nello Spirito di Dio, e dai suoi due assessori, il Mahatma, Mahatma rappresentante l’Anima universale, e il Mâhânga, Mahanga simbolo di tutta l’organizzazione materiale del Cosmo.

Nella cripta sotterranea in cui giace il corpo dell’ultimo Pontefice che attende per tutta la vita del suo successore l’incenerimento sacro, si trova l’Arsci che forma lo zero degli Arcani rappresentati dai suoi ventuno colleghi. Il suo nome Mârshi significa il Principe della Morte, e sta a indicare che egli non appartiene al mondo dei viventi.

Tutti questi differenti cerchi di gradi corrispondono ad altrettante parti alla circonferenza o al centro della Città santa, invisibili a coloro che camminano sulla terra.

Migliaia e milioni di studiosi non sono mai penetrati oltre i primi cerchi suburbani; pochi riescono a superare i gradini della formidabile scala di Giacobbe [12] che, attraverso le prove e gli esami iniziatici, conducono fino alla cupola centrale.

La cupola centrale; la sua architettura magica. La sua ottica e la sua acustica magiche

Quest’ultima, opera d’architettura magica come tutta l’Agarttha, è rischiarata dall’alto da registri catottrici che lasciano filtrare la luce solo attraverso tutta la gamma enarmonica dei colori, di cui lo spettro solare dei nostri trattati di fisica non costituisce che la diatonica.

Là la gerarchia centrale dei Cardinali e degli Arsci, disposti in emiciclo davanti al Sovrano Pontefice, appare iridata come una visione d’oltre-Terra, confondendo le forme e le apparenze corporee dei due Mondi, e sommergendo sotto degli irraggiamenti celesti qualsiasi distinzione visibile di razza in una stessa cromatica di luce e di suono, ove le nozioni conosciute della prospettiva e dell’acustica vengono superate in modo singolare.

Strano fenomeno acustico

E alle grandi ore di preghiera, durante la celebrazione dei Misteri cosmici, benché i gerogrammi sacri non siano mormorati che a bassa voce nell’immensa cupola sotterranea, si verifica sulla superficie della Terra e nei Cieli uno strano fenomeno acustico.

I viaggiatori e i carovanieri che vagano lontano nei raggi del giorno o nei chiarori notturni si arrestano, uomini e bestie, ansiosi, in ascolto.

Sembra loro come se la Terra stessa aprisse delle labbra per cantare.

Un’immensa armonia senza causa visibile fluttua difatti nello Spazio.

Essa svolge le sue spirali crescenti, scuote dolcemente l’Atmosfera con le sue onde, e sale fino a inabissarsi nei Cieli, come per cercarvi l’Ineffabile.

Da lontano nella notte non si vede altro che il tremolio della Luna e delle Stelle che vegliano sul sonno delle montagne e delle valli, oppure nel giorno altro che il fulgore del Sole sui siti più incantevoli della Terra.

Arabi o Parsi, Buddhisti o Brahmanici, Ebrei Karaiti o Subba, Afghani, Tartari o Cinesi, tutti i viaggiatori si raccolgono con rispetto, ascoltano in silenzio, e mormorano le proprie orazioni nella grande Anima universale.

Conferma della Legge sinarchica

Tale è dalle sue basi fino alla sua sommità la forma gerarchica della Paradesa, vera piramide di luce che racchiude il legame di un segreto impenetrabile.

Nel suo punto culminante, il lettore avrà già letto i simboli della Sinarchia nel triangolo sacro che formano il Brâhatmah e i suoi due assessori, il Mahatma e il Mâhânga.

L’Autorità che dimora nello spirito divino, il Potere nella Ragione giuridica dell’Anima universale, l’Economia nell’Organizzazione fisica del Cosmo: tale è la conferma che la Legge trinitaria della Storia [si] trova alla testa stessa dell’organismo ramide e manavico.

L’adeptato

L’istruzione che riceve l’adepto, appena ammesso dalla Volontà divina che illumina la Saggezza umana, è ancora oggi la stessa dei tempi di Ram e Menes.

Giacché, una volta conosciuta la Verità sintetica, il progresso degli individui consiste nell’innalzarsi fino a essa, per conservarla e procrearla incessantemente negli spiriti e nelle anime.

Foss’anche stato Mosè od Orfeo, Solone o Pitagora, Fo-Hi o Zoroastro, Chrishna o Daniele, incessantemente impetrando e studiando assiduamente, egli dovette cominciare dall’ultimo gradino, per salire fino al primo.

Newton o Lavoisier, Humboldt o Arago, avrebbero dovuto allontanarsi, oppure ricominciare dall’ABC, sì, dall’ABC.

Il Verbo sacro

Difatti è nel Verbo sacro che risiede ogni Scienza, dalla più infima dell’Ordine fisico sino alla più sublime dell’Ordine divino.

Ogni cosa parla e rende manifesto, ogni cosa porta il proprio nome scritto chiaramente nella sua forma, simbolo della sua natura, dall’insetto fino al Sole, dal fuoco sotterraneo che divora ogni materia, sino al Fuoco celeste che riassorbe in sé ogni essenza.

Quanto qui affermo dev’essere preso tanto alla lettera quanto in spirito.

Conferma del Vangelo di San Giovanni

Vi è una Lingua universale sulla quale il lettore troverà delle considerazioni abbastanza precise nella Missione degli Ebrei, e questa lingua altro non è se non il Verbo dei cicli primitivi di cui parla san Giovanni:

Texto hebreo[13]

Nel Principio era il Verbo (la Potenza della Manifestazione creatrice) e il Verbo era in Lui gli Dèi, e Lui gli Dèi era il Verbo.

Oh! Come siamo lontani da questa lingua sapiente, tanto semplice nei suoi principi, così certa in tutte le sue infinite applicazioni!

Aprite uno qualunque dei nostri trattati di fisica o di chimica, guardate i nomi orrendamente barbari, i segni privi di senso intrinseco che compongono la loro nomenclatura ed esprimono le loro equivalenze e le loro leggi.

Nelle lingue antiche, gli stessi oggetti erano descritti secondo la loro natura mediante i simboli verbali assoluti che evocavano il carattere reale degli esseri, delle cose, della loro formazione e della loro scomposizione.

Così, ricondotta alle sue radici nel Verbo vivente, la matesi [14] e la morfologia della Parola dorica erano un atto divino che sottometteva, come dice Mosè, ogni cosa nella Natura all’Intelligenza e alla Scienza umane.

Lingua universale, il Vattano

Nelle loro celle sotterranee, l’innumerevole Popolo dei Dwijas è intento allo studio di tutte le lingue sacre, e corona i lavori della filologia più sbalorditiva con le meravigliose scoperte della Lingua universale di cui ho appena parlato.

Questa lingua è il Vattano.

* Estratto del cap. I del libro di Alexandre Saint-Yves d’Alveydre, Mission de l’Inde en Europe. Mission de l’Europe en Asie, Librairie Dorbon Ainé, Paris, 1910. Pubblicato originariamente nel 1886 per i tipi di Calmann-Lévy e immediatamente distrutto dal suo autore non appena stampato, fu solo un anno dopo la sua morte, nel 1910, che un suo amico, Gérard Encausse (più conosciuto come “Papus”), trovò casualmente un esemplare del libro fra le carte di Saint-Yves e decise di ripubblicarlo.

1. Ricordiamo che la sinarchia è un ipotetico sistema di governo gerarchico, nel quale si è ammessi, si permane o si viene esclusi esclusivamente in base ai propri “meriti”. La parola sinarchia (dal greco συν, assieme, e ἀρχή, comando) significa “governare assieme” [N.d.T.].

2. Satrapo era il nome dato ai governatori delle province degli antichi imperi medi e persiani, inclusi alcuni regni ellenistici. Il termine deriva dall’antico persiano xšaθrapāvā (da xšaθra, reame o provincia, e pāvā, protettore; in greco la parola fu resa da σατράπης) [N.d.T.].

3. India, distretto di Faizabad, nell’Uttar Pradesh [N.d.T.].

4. Uno dei titoli del Buddha, letteralmente “Eremita della tribù di Sākya” [N.d.T.].

5. “Manu … designa propriamente un principio che si potrebbe definire, secondo il significato della radice verbale man, come “intelligenza cosmica” o “pensiero riflesso dell’ordine universale”. Questo principio è d’altra parte visto come il prototipo dell’uomo, il quale è chiamato mânava in quanto è considerato essenzialmente un “essere pensante”, caratterizzato dal possesso del manas, elemento mentale o razionale; … Insomma, la legge di Manu, per un ciclo o una collettività qualsivoglia, non è altro che l’osservanza dei rapporti gerarchici naturali che esistono tra gli esseri sottoposti alle condizioni specifiche di quel ciclo o collettività, con l’insieme delle prescrizioni che normalmente ne risultano” (R. Guénon, Introduzione generale allo studio delle dottrine indù, Adelphi Edizioni, Milano, 1989, parte terza, cap. V, La Legge di Manu) [N.d.T.].

6. Alexandre Saint-Yves d’Alveydre, Mission des Juifs, Calmann-Lévy, Parigi, 1884 [N.d.T.].

7. Nell’antica Grecia il termine stava a indicare una confederazione di popolazioni limitrofe aventi in comune il culto di una divinità, oltre a interessi politici [N.d.T.].

8. Termine che indica un membro maschio iniziato appartenente alle prime tre caste (Brahmani, Kshatriya e Vaishya) [N.d.T.].

9. Riprendiamo i vocaboli scritti in sanscrito direttamente dal testo originale [N.d.T.].

10. “la parola «Yoga» è quella che noi abbiamo tradotto il più letteralmente possibile con “Unione”; quello che essa indica in modo proprio è perciò lo scopo supremo della realizzazione metafisica” (R. Guénon, La metafisica orientale, Luni Editrice, Milano, 1998) [N.d.T.].

11. Il termine indica i cinque figli di Pandu e di una mortale (Yudhishthira, Bhima, Arjuna, Nakula, Sahadeva), eroi protagonisti del Mahabharata, testo che racconta il loro combattimento contro i cugini Kaurava. La traduzione proposta da Saint-Yves, sapienti, lascia piuttosto a desiderare [N.d.T.].

12. È detto nel Genesi che quando Giacobbe lasciò la terra di Canaan per cercarsi una sposa, giunse in un luogo dove trascorse la notte. Là si addormentò dopo aver posato il capo su una pietra. Durante il sonno vide una scala tra la terra al cielo e gli angeli che salivano e scendevano. Fu così che ebbe la rivelazione di quella gerarchia cosmica che i kabbalisti chiamano Albero della Vita [N.d.T.].

13. Riportiamo la citazione ebraica, scritta al contrario, copiata dal testo originale di Saint-Yves [N.d.T.].

14. Termine derivato dal greco che si riferisce all’apprendimento in genere e a quello della matematica in particolare [N.d.T.].

Alexandre Saint-Yves d’Alveydre

sabato 25 febbraio 2017

L'antico rito della Candelora e la devozione dei femminielli

tratto da Il Giornale del 2 febbraio 2017

Al Santuario di Montevergine, in provincia di Avellino, ogni anno si celebra la "juta" (ossia il pellegrinaggio) da Mamma Schiavona. La leggenda e le origini arcaiche di un rito più antico del cristianesimo

di Giovanni Vasso

Alla Candelora si celebra uno dei riti più antichi e al tempo stesso più originali e interessanti della religiosità meridionale.

Si tratta della cosiddetta juta dei femminielli al santuario di Montevergine, in provincia di Avellino. La juta è termine che sta a indicare il pellegrinaggio che, ogni 2 febbraio, la devozione dei femminielli – ossia degli omosessuali secondo la tradizione napoletana – continuano a tributare a Mamma Schiavona, alla Madonna nera del monte Partenio.

La tradizione, almeno ufficialmente, affonda le sue radici nella seconda metà del tredicesimo secolo, precisamente al 1256. La leggenda racconta che due giovani, scoperti in un amplesso omosessuale, furono banditi dal loro paese e lasciati a morire di fame e di freddo nei boschi, legati a un albero. Ma la Madonna ebbe pietà di loro e li salvò dalla condanna. Un miracolo che, ogni anno, viene ricordato e onorato al suono di tammorre e nacchere, con canti licenziosi, motti salaci e vesti coloratissime.

In fondo il culto alla Madonna di Montevergine risale ancora più in là nella storia, fino alla notte dei tempi quando sui monti irpini si onorava la dea della fertilità Cibele. I suoi sacerdoti, rigorosamente eunuchi, la onoravano con danze ossessive al ritmo sfrenato di tamburi. Con l’avvento del cristianesimo, il santuario fu consacrato a Maria. È una madonna nera, stupenda in tutte le sue imperfezioni, seducente e maestosa. E che nei secoli ha esteso il suo manto protettivo sugli ultimi, sui deboli, sui poveri, sugli emarginati. Anche per questo è detta Mamma Schiavona, la madre dal cuore grandissimo che fa grazie e perdona tutto ai suoi devoti che, per onorarla, scalano la montagna fino a raggiungere il suo santuario.

Attorno a Montevergine è fiorita una ricchissima letteratura e un’importante cultura musicale e teatrale. I riti del pellegrinaggio (e non solo quello dei femminielli) sono stati letti e studiati alla stregua di “fossili viventi” di tradizioni arcaiche che sembravano scomparse. I riti della fertilità accompagnati da una sorta di disinibizione generale, i canti e gli scontri fra cantori (a teatro celebrati da Raffaele Viviani nella commedia “A festa ‘e Montevergine) hanno attraversato praticamente indenni i millenni per giungere fino a noi.

sabato 18 febbraio 2017

Castello Quistini a Rovato [BS]

In  collaborazione con Hesperya

tratto da: https://www.hesperya.net/le-indagini/castello-quistini-rovato-bs/

Data: 09 Dicembre 2012

di Luca Maggini


Cenni Storici


I Porcellaga erano un’ antica famiglia originaria d’Iseo e aveva acquistato, oltre ad un titolo nobiliare di conti, anche molte possidenze a Rovato e Roncadelle. Il progetto di costruzione di un palazzo fortificato in campagna venne ideato da Ottaviano  insieme alla moglie Veronica come residenza sostitutiva a quella annessa nel castello di Rovato, dove precedentemente risiedevano. La datazione d’inizio dei lavori si colloca fra il 1570 e il 1580; questi ultimi volgeranno al termine dopo il 1600.
Dopo meno di mezzo secolo dalla costruzione, la nuova residenza dei Porcellaga mutò proprietà. Intorno al 1630 circa, infatti, il nuovo palazzo fortificato venne acquistato da Gerolamo Martino Roncalli, nobile di Bergamo e cittadino di Brescia. La famiglia Roncalli abitò nella sua nuova residenza fino agli inizi del 1700.
Dopo i Roncalli fu la volta della famiglia Quistini, che acquisì la proprietà del palazzo mantenendola fino al 1850: anno in cui gli eserciti guidati da Napoleone Bonaparte entrarono a Rovato e sottrassero alla famiglia Quistini la proprietà dell’edificio. Quando gli eserciti napoleonici commisero saccheggi d’ogni genere nel territorio rovatese, anche alla proprietà del palazzo toccò la stessa sorte. Essa, infatti, passò per innumerevoli mani, attraverso successioni ereditarie, determinando da subito la divisione netta dell’edificio in due metà. Tale divisione è stata mantenuta fino ad oggi: Palazzo Porcellaga attualmente è di proprietà delle famiglie Mazza e Natali.
E’ stato proprio grazie alla segnalazione della famiglia Mazza che la nostra Crew ha potuto svolgere l’indagine in questo affascinante luogo carico di storia e mistero. I proprietari del palazzo, dopo averci raccontato il passato dell’edificio, ci hanno spiegato le sensazioni anomale che talvolta hanno percepito tra quelle mura: sensazione di non essere da soli nel palazzo vuoto, di essere osservati e la visione di una figura femminile davanti a una finestra.


L’ indagine

La nostra indagine è iniziata nel tardo pomeriggio dopo aver svolto un sopralluogo e aver installato la nostra strumentazione.
Abbiamo posizionato le nostre telecamere di videosorveglianza ad infrarossi in quattro punti nel corpo centrale del palazzo: una nella grande sala del camino, una nella camera al piano superiore (un tempo alloggio della servitù), una in soffitta e una nel maestoso portico coperto da volte a crociera (luogo dove sono state percepite strane sensazioni). In ogni stanza sono state svolte sessioni di EVP e analisi di variazioni del campo elettromagnetico con strumenti di rilevazione EMF.
Successivamente abbiamo proseguito l’indagine in una struttura distaccata dal palazzo, anche questa dalla storia molto suggestiva e misteriosa. Esternamente edificio rustico che ricorda una cantina o una rimessa, internamente ci si sorprende ad ammirare un grande ambiente coperto da volte a crociera sostenute da pilastri in pregiata pietra di Sarnico. Elementi architettonici troppo eleganti per un semplice deposito, che fanno quindi supporre l’attribuzione di funzioni molto più importanti a questa struttura ma ad oggi ancora ignote. Proprio in questo luogo abbiamo riscontrato le anomalie più interessanti della nostra indagine. Mentre cercavamo un contatto con la possibile entità, fuori dall’edificio abbiamo sentito dei rumori di passi sui ciottoli ma una volta usciti a controllare abbiamo appurato che non c’era nessuno nei dintorni.
Una seconda anomalia si è verificata durante una sessione EVP quando alla domanda: “Sei una donna?” il nostro registratore, a pile cariche, si è spento improvvisamente.
Infine l’anomalia più impressionante si è verificata al piano superiore di questa struttura, adibita a soffitta. Qui vi era appesa ad una corda una tegola ed improvvisamente quest’ultima, durante una nostra serie di domande, ha iniziato a girare su sé stessa per poi fermarsi e riprendere il movimento ai successivi inviti. Durante quei momenti non abbiamo percepito nessun rumore anomalo ma ad indagine conclusa, analizzando le registrazioni, abbiamo identificato un interessantissimo EVP che non ha lasciato indifferenti noi membri della Crew. Alla domanda di Stefano: “Sei tu che hai mosso la tegola?” si sente chiaramente una voce, non identificabile con nessuna di nostra conoscenza, rispondere quello che noi abbiamo interpretato come un “Grazie a lei”.

https://soundcloud.com/hesperya/risposta-a-domanda-grazie-a

Ora la sola risposta amplificata ed ottimizzata per un migliore ascolto.

https://soundcloud.com/hesperya/risposta-a-domanda-elaborata

In un posto così affascinante, di sicuro Castello Quistini cela qualcosa di misterioso nella storia tra le sue antiche mura.

Qui di seguito vi proponiamo il video dell’ indagine.


mercoledì 15 febbraio 2017

Scoprire l’eroe che è in ognuno di noi

tratto da L'Opinione del 10 gennaio 2017

di Paolo Ricci


Si intitola “Di che archetipo sei? Libera l’eroe che è in te” il libro di Gabriella d’Albertas e Giuseppe Vercelli (Edizioni Mediterranee), un testo molto interessante che riprende il tema degli archetipi e propone una ricerca di se stessi attraverso l’approfondimento di queste figure che sono dentro ciascuno di noi. Gli autori parlano di dodici figure, gli archetipi, che appunto governano il nostro sviluppo interiore e quindi anche quello che poi si rispecchia nella vita esteriore, nel quotidiano, nei rapporti interpersonali, in famiglia, nel lavoro. Fare la conoscenza di questi archetipi pone su una vera e propria via iniziatica, su un cammino che porterà... Non si sa. O meglio, ciascuno potrà (dovrà) scoprirlo.


La cosa certa è che questo cammino non sarà semplice poiché è soprattutto attraverso e dentro se stessi che avviene. Nosce te ipsum è la via per vivere appieno e cogliere la vita nel suo senso più profondo e autentico. Nel testo si parla di diversi livelli di realtà, come a dire che alcune persone non vivono ma immaginano di vivere, o vivono a metà, o sognano di cambiare qualcosa nella propria esistenza ma non sanno da dove iniziare né come fare.

Questi sono parte dei temi che nel libro vengono trattati attraverso la scoperta degli archetipi. Così l’Innocente, l’Orfano, il Guerriero, l’Angelo custode, il Cercatore, l’Amante, il Distruttore, il Creatore, il Sovrano, il Mago, il Saggio, il Folle, condurranno la ricerca nel mondo, nella vita, nell’anima. “Il viaggio è, infatti, una metafora del percorso interiore di crescita, e chi si limiterà a viaggiare ‘fuori’ non arriverà mai a interiorizzare le lezioni della vita e farle diventare preziosi passi verso l’unica meta che veramente conti: noi stessi”.

Con occhi nuovi, con consapevolezza nuova. Lungo il viaggio ci saranno Draghi da affrontare, prove interne ed esterne che modificheranno (sempre positivamente) l’animo di ciascuno. Questo è il compito dell’Eroe: (ri)trovare il sentiero della vita e percorrerlo in tutta la sua lunghezza, uscire dalla propria Casa (la comfort zone) e diventare ciò che è.

sabato 11 febbraio 2017

SAN VALENTINO E LA FOLGORAZIONE MISTICA

Ovvero Sesso, rituali pagani e Amor Cortese


Ci stiamo avvicinando, ancora una volta, alla Festa degli Innamorati, ovvero San Valentino, tutti lo festeggiano o lo hanno festeggiato ma sappete il perché di tale associazione?
Vi incuriosisce scoprire le antiche origini di una festa che oggi farebbe gridare allo scandalo?
Abbandonate l’immagine da bacio perugina ed addentriamoci tra i meandri falloforici.

L'originale festività religiosa prende il nome dal santo Valentino da Terni, e venne istituita nel 496 da papa Gelasio I. In realtà ancora nulla centra la festa degli “Innamorati” con quella del Santo,  La pratica moderna di celebrazione della festa, sembrerebbe risalire  probabilmente al Basso Medioevo, e potrebbe essere in particolare riconducibile al circolo di Geoffrey Chaucer che, nel Parlamento degli Uccelli associa la ricorrenza al fidanzamento di Riccardo II d'Inghilterra con Anna di Boemia, anche se non tutti gli studiosi sono d’accordo.
Per altri l’associazione tra il Santo e l’Amore è legato ad un episodio che all'epoca suscitò vasto clamore: S. Valentino, secondo la tradizione, fu il primo ministro di Dio a celebrare l'unione fra un pagano e una cristiana. Alcuni studiosi del mondo naturale hanno legato tale festività alla credenza che da metà di febbraio si riscontrino i primi segni di risveglio della natura e nel Medioevo, soprattutto in Francia e Inghilterra, si riteneva che in quella data cominciasse l'accoppiamento degli uccelli e quindi l'evento si prestava a considerare questa la festa degl'innamorati. Direi un accoppiamento un po’ forzato, con gli estremi per un divorzio.
Per gli amanti dell’Oltralpe, in area norrena il periodo era dedicato a Vali, dio arciere figlio di Odino, ed era il periodo  dell'anno per celebrare matrimonio, anche se è un aspetto poco conosciuto all'interno della Tradizione nordica e comunque non particolarmente importante.
Possiamo dire che la festa dell’amore sia una festa di “importazione” il "St. Valentine's day" sullo stile di Halloween?
Parzialmente perché la festa degli “innamorati” si sovrapponeva ad una festività pagana molto nota, i famosi Lupercali.

"Nella Roma antica il giorno precedente i Lupercalia , il 14 Febbraio, era
festa in onore di Giunone, la regina degli dei e delle dee romane nonché
delle donne e del matrimonio.
E' questa tra l'altro una delle origini della festa di S.Valentino, a quel
tempo infatti, le vite dei ragazzi e delle ragazze erano rigidamente
separate e quella festa era un'occasione di incontro per ambo i sessi.
La vigilia della festa di Lupercalia i nomi dei ragazzi romani venivano
scritti su pezzetti di carta e messi dentro dei recipienti. Ogni ragazzo
doveva sorteggiare il nome di una ragazza dal recipiente:la ragazza scelta
sarebbe stata così sua partner per tutta la durata della festa."

Così  raccontano alcuni studiosi novecenteschi. In realtà davvero i Lupercali erano una festività importantissima per Roma in quanto rimandava alle stesse origini della città. Ovidio faceva risalire la tradizione della festa alle antiche celebrazioni dedicate a Priapo, Il dio,  spesso rappresentato con un volto umano e le orecchie di una capra, tiene in mano un bastone usato per spaventare gli uccelli, la falce per potare gli alberi e sulla testa foglie d’alloro.
Per altri la festività era in onore del dio Lupesco protettore delle greggi e degli armenti, spesso confuso con Pan
Secondo la mitologia il Dio nacque dall'unione di Ermes con Driope, la ninfa della quercia. La leggenda vuole che il dio stesse portando al pascolo delle pecore in Arcadia vide la fanciulla e subito se ne innamorò, dall’incontro nacque un bimbo metà uomo e metà capra.
La divinità era spesso rappresentato in forma fallica o addirittura dotato di un doppio fallo, simbolo proprio della sua natura feconda, aspetto per il quale era anche rappresentato da un pilastrino verticale con sopra scolpita la sua testa e il suo fallo eretto, simbolo appunto della fecondazione.
In quei giorni era dunque costume, in onore al Dio, scannare le capre e utilizzarne le pelli per vestire i lucerci, sacerdoti che staffilavano le donne contente di essere percosse perché convinte che quel rituale avrebbe facilitato la loro gravidanza e il parto.
I rituali, basati spesso su riti orgiastici con sacrifici animali erano stati a loro volta ereditati dai romani dalle popolazioni autoctone che vedevano nell’animale una divinità.
E’ già in questa festa che vediamo la germinazione del Carnevale, ovvero del “Camuffamento” del sacerdote che, avvolto in pelli d’animale, personificava il dio. La maschera indossata dal sacerdote/demonio era incarnazione di un personaggio mitico, un antenato, un animale totemico, un dio, e aveva la capacità di trasumanare l’uomo che la indossava. Le donne e le sacerdotesse, nella loro unione con il dio-sacerdote durante i rituali di fertilità, credevano così di esserne rese feconde.
I rituali di fertilità, il concetto di accoppiamento sacro, metafora del ciclo naturale,  ove l’uomo e la donna, si sostituiscono alle divinità e per loro intercessione perpetuano il mistero della nascita, e successivamente le falloforie, sono così archetipo del sabba.
Culti simili sono presenti in molte altre aree di Italia e d’Europa. Il Mannhardt, per esempio, ne descrive moltissimi relativi il “battere” gli alberi o le piante in primavera o a fine inverno per cacciare gli spiriti maligni e ostili alla rinascita vegetazionale.
Insomma, scopriamo che San Valentino che oggi festeggiamo era una gran festa del sesso.
Successivamente i Lupercali assunsero il carattere di una festa di purificazione, all'inizio, del gregge, e poi della città, senza però perdere il ricordo di base.
Uomini vestiti con le pelli degli animali sacrificati, percuotevano le donne che incontravano con lo scopo propiziatorio di trovare presto marito o per ottener una numerosa prole. Le frustate dei Luperci, divenuti anche uomini-capri non sono state dimenticate, così Carlo Levi nel suo Cristo si è fermato a Eboli, parla dell’usanza del battere e percuotere le donne con le verghe per assicurare loro la fecondità.

“Vidi sbucare dal fondo tre fantasmi vestiti di bianco in mano portavano pelli di pecora secche e arrotolate come bastoni, e le brandivano minacciose, e battevano con esse sulla schiena e sul capo di tutti quelli che non si scansavano in tempo”.

Se però questa visione poco poetica della festa vi ha creato problemi, rimediamo subito con un po’ di “Amor Cortese”…


Il Colpo di Fulmine e il “Celtismo” Irlandese


Nel linguaggio moderno spesso si parla di “colpo di fulmine” ad indicare l’oramai famoso amore a prima vista. I media e i giornali ci han mostrato tutte le innumerevoli sfaccettature di questo termine nascondendoci pero’ la vera essenza che si nasconde in esso, a meta’ strada tra amore e magia e che affonda le sue radici in miti e leggende che ci riportano ad indomiti guerrieri ma anche a splendidi e dolci amanti.
Da sempre infatti amore e guerra sono andate di pari passo, in passato un re impotente o comunque che non poteva generare figli non poteva governare un paese, e gli stessi cavalieri e paladini erano screditati se avessero rifiutato di  giacere nel letto di una fanciulla che glielo avesse chiesto. Ancora oggi questo legame tra guerra e amore è ricordato in molti detti popolari come il comunissimo “in amore ed in guerra tutto è  permesso”.
L’energia “amorosa”, generata da una donna, può rendere l’uomo invincibile e da qui la tradizione di una antichissima tecnica di combattimento chiamata appunto “Colpo di fulmine”.
Un interessante episodio da narrare in tal senso è quello di Cuchulainn, il mitico eroe d’Irlanda, il leggendario sovrano si trova dalla sua maga-iniziatrice Scatach quando una notte, la figlia della sacerdotessa, Uatach, innamorata dell’eroe decide di sedurlo andando a riposare nuda nello stesso letto. L’eroe infastidito all’inizio rifiuta la proposta ma ecco che la fanciulla , in cambio di una semplice notte d’amore promette al re di spiegare come ottenere dalla madre una terribile tecnica di combattimento che lo avrebbe reso invincibile.
Ancora una volta, dunque, è attraverso la donna che l’uomo diventa imbattibile e infatti solo dopo aver giaciuto con Uatach e poi successivamente con la stessa sacerdotessa Scatach che Cuchulainn ottiene il segreto della micidiale Scarica di Fulmine che lo renderà famoso in battaglia.
L’esempio del mitico re irlandese non è l’unico, questa strana tecnica di combattimento era conosciuta anche da Lug , Batraz e molte altre divinità celtiche che , a loro volta , l’avevano sempre appresa da una donna. Ricordi di questa magica arma fisico-spirituale li ritroviamo successivamente nella Materia di Bretagna, e in particolare in una delle prime versioni del “Lanzelot en Prose”, la storia di uno dei più famosi paladini della tavola rotonda, appunto Sir Lancellotto.
Anche il paladino arturiano è da sempre circondato da donne-maghe , da Viviana a Morgana, esseri fatati che gli insegnano l’arte della guerra, ma solo una donna speciale potrà rendere l’eroe invincibile e tutto nascerà da uno “sguardo” o come oggi lo definiremmo da un “colpo di fulmine”.


“…Colpito al suo arrivo dalla sua beltà, lei gli sembra incomparabile più splendida da vicino, ed egli le  appare più alto e più forte. La regina prega Dio di far di lui un valoroso per la pienezza della bellezza di cui lo ha favorito…”

Questi versi del “Lanzelot en prose” descrivono perfettamente  il colpo di fulmine dopo il quale il paladino diventa il cavaliere più forte del regno, ed e’ ancora una volta l’amor fulmineo a trasformarsi in arma e “folgore divina”.
Solo chi conosce la “donna” può così esser un grande eroe, solo chi conosce l’ “amore” può diventare invincibile come può essere letto tra le righe  di tutta la mitologia celtica alla quale la materia di Bretagna si rifa’, e cosi’ il figlio indomito di Cuchulainn, non conoscendo l’amore viene ucciso in battaglia dal proprio padre che, non riconoscendolo, lo sconfigge proprio con la tecnica del colpo di fulmine,  stessa sorte toccherà a Galaad, figlio di Lancillotto. Infatti il cavaliere dal cuore puro e designato per l’arduo compito della cerca del Graal potrà portare a termine a differenza del padre proprio perché pudico, ma in realtà sarà proprio questa sua mancanza d’ “amore” a decretare la sua fine , infatti perira’ fulminato dalla luce stessa della mistica coppa d’Amore!
Colui che non conosce la “scarica di fulmine” non potrà essere invincibile e nessun cavaliere potrà mai conoscerla  senza la propria donna, il tramite d’amore che permette il raggiungimento della mistica folgorazione il cui ricordo, ancora oggi, si conserva nella tipica espressione “colpo di fulmine”.

martedì 7 febbraio 2017

“IL CASTELLO DI WEWELSBURG E I SUOI MISTERI”

Sabato 11 Febbraio 2017 e.v. alle ore 21,15 presso i locali del Centro Studi e Ricerche C.T.A. 102 - Via Don Minzoni 39, Bellinzago Novarese (NO) - nell’ambito delle serate dedicate a “Misteri Antichi e Modernii”, la nostra Associazione ha il piacere di invitarvi ad un imperdibile appuntamento in compagnia di STEFANO MASELLA che parlerà sul tema:

“IL CASTELLO DI WEWELSBURG E I SUOI MISTERI”



Situato nella località di Büren nella Renania Settentrionale-Vestfalia (Germania), il castello di Wewelsburg avrebbe dovuto divenire un vero e proprio tempio del nazismo, un luogo che avrebbe dovuto custodire i segreti dell’Ordine Nero delle SS. Costruito fra il 1603 e.v. e 1609 e.v. dal vescovo-principe di Paderborn Dietrich von Fürstenberg sulla collina del villaggio di Wewelsburg, il castello passo' di mano in mano finche' Himler lo aquisto' per farne la sede permanente delle guardie del Fuhrer, una sorta di ombelico del mondo col compito di far risorgere la razza ariana, purificata del contatto con gli uomini inferiori. Uno dei motivi della scelta di questo castello era la sua forma a punta di freccia, particolare che richiamava la potenza della lancia di Longino, orientata per giunta verso nord, punto di riferimento della Thule e dell'antica religiosita' celtica e pagana. Il luogo ideale, quindi, per scatenare quelle forze occulte che, al pari della potenza militare, avrebbero nella mente di Himmler, reso possibile il progetto del nazismo. All'interno di stanze predestinate si svolgevano riti di particolare potenza. Secondo certi resoconti qui si studiavano pratiche per il controllo della volonta' a distanza, di medianita', di energie scatenate per aiutare il Fuhrer nella sua sanguinosa scalata al potere. Ma poteva realmente tutto questo avere un'influenza concreta nella vita politica e militare di una e piu' nazioni? Al piano terra del castello c'era la Gruppenfuhrersaal, una stanza circolare con 12 colonne ed al centro una ruota solare con 12 raggi a forma di runa, il carattere Sieg, cioe' vittoria, le stesse che si ritrovano nel simbolo delle SS e nello Swastika. Era la sala dedicata al vertice delle SS, 12 eletti che avevano compiti non solo militari ma anche esoterici.
Himmler riteneva che il nazismo necessitasse della presenza di un Ordine d’uomini pronti a difendere il regime e la nazione, e non solo sul piano militare, ma anche su quello mistico e spirituale. Perciò egli si adoperò in questo senso, desiderava fortemente la formazione di quelli che lui definì i “Cavalieri del Reich". Le SS dovevano essere perciò i nuovi super uomini concepiti della religione del sangue, il cui compito era mantenere l’equilibrio del nazismo, e preservarlo dai pericoli. Una specie di nuova aristocrazia tedesca, un’élite di guerrieri, la cui forza era essenziale non solo per la loro sopravvivenza, ma anche per quella della razza ariana. Di conseguenza Himmler pensò di organizzare le SS sulla base dell’ordinamento dei cavalieri teutonici.
Ciò fu appurabile con chiarezza durante il conflitto mondiale, quando le terre conquistate ad est della Germania furono divise secondo un criterio feudale, tra gli Ufficiali delle SS. Nello stesso numero di ufficiali della SS che dovevano sedere nella Gruppenfuhrersaal era insito di un significato mitico. Essi erano, infatti, dodici, come dodici erano i sommi cavalieri di Re Artù, che si riunivano attorno alla sua tavola.
Di tutto questo, e molto altro ancora, si parlerà in questa intrigante conferenza a cui siete tutti invitati!
Da quanto avrete intuito, si tratta di una serata da non perdere assolutamente! Vi aspettiamo, come sempre, numerosi!
La partecipazione a questa serata è soggetta a Tesseramento A.S.I. ed è obbligatoria la prenotazione da effettuarsi chiamando il numero 3803149775 o scrivendo a: cta102@cta102.it
Si precisa inoltre che la sola adesione all’evento effettuata su Facebook non è considerata una prenotazione valida.
Per i nostri Associati che volessero seguire la conferenza a distanza sarà naturalmente disponibile il collegamento in streaming video.